Palma Laera

La ricerca dell’identità nel compositore-trascrittore 

 

Molti compositori come Liszt, Bach, Busoni ed altri si dedicarono durante la loro carriera artistica al mondo della trascrizione, revisione, parafrasi di opere altrui. Ma perché trascrivere?

Sicuramente non si trattava di mediocri compositori che trascrivevano le opere di altri senza lasciarvi un’impronta della propria maestria tecnica. Di certo giocava il desiderio di misurarsi con una categoria della musica, la trascrizione, che richiedeva una tecnica raffinata e di grande sensiblità e che permetteva di proporre un’opera anche attraverso diversi organici strumentali.

    Un esempio ci viene da Bach il quale tradusse vari concerti di Vivaldi per la tastiera cembalistica, per organo, per clavicembalo e orchestra. In quel caso è evidente che nel prodotto che ne è uscito non palpiti un’anima sola; e non si può nemmeno dire che una (quella originale di Vivaldi) prevalga sulla seconda (quella di Bach), quando in determinati punti del suo svolgimento la densità del contrappunto prende il sopravvento.

Tra gli altri grandi compositori Liszt compose parafrasi e trascrizioni per tutta la vita: per pianoforte, per pianoforte a quattro mani, per due pianoforti. Si possono enumerare le parafrasi da opere: dal Don Giovanni, dalla Lucia di Lammermoor, da Norma, da Wagner, da Rossini; e ancora le trascrizioni delle sinfonie di Beethoven, le trascrizioni dei propri poemi sinfonici e poi la Sinfonia Fantastica di Berlioz.

    Nelle sue trascrizioni, che facevano tesoro del modello di “partitura per pianoforte” da lui derivata dalla berlioziana Symphonie fantastique, non ponendo limiti al grado di difficoltà richiesto e rendendole perciò inaccessibili ai dilettanti, egli allargava il campo d’azione dello strumento impegnandolo attraverso le aggiunte di note, di dissonanze ed altro, non solo a ricreare i timbri particolari dell’orchestra ma soprattutto a rileggerle sottolineandone le arditezze. Anche qui una doppia anima si insinuava nel suo messaggio.

   Nel caso di Liszt la trascrizione è dichiaratamente una ricomposizione, mirando essa a mettervi al centro il suo punto d’osservazione allo scopo di misurarne la distanza dall’oggetto preso in considerazione e l’abilità di riformulare un’idea musicale secondo esigenze di nouvi stili esecutivi; questo aspetto rese Liszt l’unico, autentico maestro della fantasia operistica.

    Nella fantasia operistica Don Giovanni il compositore non trascrive semplicemente le melodie dell’opera, ma le situazioni drammatiche e il senso dell’opera intera. Egli rielabora con disinvoltura materiale tratto da diverse parti dell’opera.

Analizzando invece Busoni e la sua biografia, vediamo come essa riveli che il compositore già dalla sua prima infanzia si sentisse continuamente attirato ad identificarsi con individualità estranee alla sua ed ad assimilare il loro linguaggio e il loro modo di esprimersi. L’importanza d Busoni trascrittore si è maggiormente affermata in un lavoro che rimarrà l’attestato del suo ingegno in tutta la storia della musica. Si tratta dell’edizione conosciuta con il nome “Bach-Busoni” pubblicata nel 1920.

    L’opera offre una serie di stimoli al musicista attraverso annotazioni che introducono ed accompagnano i singoli capitoli e che invitano lo studioso a porsi i problemi compositivi ed a sviluppare una propria maestria nel contrappunto.

    

Ci sono stati casi in cui la popolarià di una composizione è derivata anche dalla trascrizione-adattamento della stessa. Un esempio è l’opera pianistica di Musorgskij – Quadri di un’esposizione –  trascritta per grande orchestra nel 1922 da Maurice Ravel il quale seppe trarne idee timbriche e coloristiche, probabilmente superando in alcuni casi l’originale, o dandone quanto meno una rilettura di almeno pari dignità artistica.

Per il trascrittore-autore, l’incontro con l’autore originario non è che un’occasione al dispiegarsi della propria personalità. L’esperienza da altri già compiuta viene ad avere lo stesso valore di un qualsiasi evento esterno od interiore, reale o fantastico.

    E’ il punto di partenza per la ricerca e la definizione di una nuova verità, non legata alla precedente, e pertanto originaria ed autonoma sotto il profilo del valore o del significato dell’arte. 
Il lavoro di trascrizione utilizza così una proprietà dell’opera d’arte di suscitare intorno a sè una molteplice vita emotiva, un’infinità di sfumature da cui possono svilupparsi nuovi raccordi e nuovi rapporti espressivi, che però non annullano il senso della creazione originaria.

Nella trascrizione comunque, la musica rivela il fondo della propria natura, ricreandosi di volta in volta senza mai perdere i tratti fondamentali della sua identità. 
 
 

BIBLIOGRAFIA 

 

ROSEN C., The Romantic Generation, Norton, New York 1995 (trad. it. di Guido Zaccagnini, La generazione romantica, Adelphi, Milano 1997).  

DI BENEDETTO R., Romanticismo e scuole nazionali nell’Ottocento, Torino, EDT 1991 (Storia della musica a cura della Società italiana di musicologia, vol. VIII). 

 

 

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