Maria Cristina Consiglio
La censura nell’età di Shakespeare
Il regno di Elizabeth I (1558-1603) è universalmente riconosciuto come il periodo di massimo splendore della letteratura inglese, tanto che l’epiteto “età elisabettiana” viene usato per far riferimento anche ai regni di James I (1603-1625) e Charles I (1625-1649), un lungo rinascimento che ebbe Shakespeare come protagonista. Elizabeth diede il via ad un processo di modernizzazione che avrebbe reso l’Inghilterra una delle grandi potenze europee; attraverso una politica di tolleranza religiosa ottenne la pacificazione interna del paese e con una spregiudicata politica estera ottenne il dominio sui mari. Tale prestigio passava anche attraverso l’arte e la letteratura che, se in un primo momento si rifacevano apertamente ai modelli francese e italiano, ben presto furono adattati al gusto e alle tradizioni nazionali e diedero vita alla forma artistica che più di ogni altra è espressione della grandezza del tempo: il teatro.
Ma il regno di Elizabeth fu anche una monarchia di stampo assoluto che si serviva di ogni mezzo possibile per controllare eventuali dissidenze e punire duramente i traditori. Il controllo della società passava attraverso il controllo delle arti e del teatro in particolare. In altre parole, Elisabetta estese il suo dominio su ogni forma di produzione artistica, istituendo una forma di patronato che Lefevere definirebbe indifferenziato.
Nel suo Traduzione e riscrittura. La manipolazione della fama letteraria, André Lefevere definisce il patronato come quei centri di potere, persone o istituzioni, in grado di sostenere ovvero di impedire la produzione, la diffusione e la riscrittura di opere letterarie; ciò implica che il patronato è interessato all’aspetto ideologico della letteratura in quanto tende a regolare l’interazione tra il sistema letterario e gli altri sotto-sistemi che costituiscono una data società. Esso opera attraverso istituzioni atte al controllo, se non della produzione, della diffusione delle opere letterarie: accademie, comitati di censura, riviste critiche, scuole e università (1998: 16-17). Lefevere distingue altresì tre diverse componenti del patronato – ideologica, economica e sociale – e due forme di patronato che definisce differenziato – come nelle società contemporanee – e indifferenziato – tipico dei sistemi sociali del passato – che si attua quando le tre componenti sono controllate da una stessa autorità (Ivi: 18-19).
Nell’Inghilterra elisabettiana (e giacomiana) il patronato era strettamente legato alla corte. In un tale contesto ogni innovazione doveva essere legittimata dal patronato poiché ogni forma di comunicazione, inclusa quella letteraria, era un’utile arma per influenzare la società; pertanto scrittori e traduttori erano soggetti al controllo del monarca e spesso obbligati a conformarsi alle regole imposte dall’alto, in tale modo erano coinvolti nella legittimazione del potere. È evidente che si trattava di una forma di patronato indifferenziato che operava attraverso dei censori pubblici a loro volta controllati dalla corte.
Elizabeth I voleva asserire il suo dominio su ogni aspetto della vita pubblica – la sua stessa legittimità dipendeva dal controllo sulla società – in particolare sulla politica e sulla religione, due campi al tempo fortemente correlati. Nel maggio 1559 emise un proclama che stabiliva che non doveva essere permessa la rappresentazione di nessun dramma che trattasse questioni religiose o di governo (Dutton, 1999: 381). Non è casuale che il proclama riguardasse esclusivamente le opere drammatiche; in un’epoca in cui “gli unici mezzi di comunicazione di massa erano il teatro e il predicatore”, il teatro fungeva da equivalente dei moderni mass media (Melchiori, 1980: 254).
Tuttavia, anche i testi a stampa erano soggetti a stretti controlli; la censura era esercitata in due modi: autorizzazione preventiva – per impedire che testi “offensivi” fossero pubblicati – e soppressione per statuto parlamentare o prerogativa regale – per eliminare dal mercato quei testi che in un modo o in un altro erano sfuggiti al controllo preliminare. Le istituzioni potevano intervenire ogniqualvolta ci fosse un sospetto di “tradimento”, vale a dire ogniqualvolta il potere del monarca era messo in pericolo da testi che sostenevano l’illegittimità del suo governo o che incitavano alla rivolta definendo il sovrano un eretico o un usurpatore (Clegg, 1999: 466-468). Sir Richard Hayward fu imprigionato nel 1599 e rilasciato soltanto nel 1603 – dopo la morte della regina – solo perché il suo Life of Henry IV presentava una dedica al conte di Essex. Nonostante il testo avesse ricevuto licenza di pubblicazione nel gennaio del 1599 tramite autorizzazione clericale, fu soppresso e mai più pubblicato – anche se circolava in edizione pirata (Dutton, 2000: 163-165).
Relativamente al teatro, la censura era esercitata dal Master of the Revels che, a partire dal 1581, era incaricato sia di concedere le licenze alle compagnie teatrali, sia di organizzare gli spettacoli a corte. In realtà, la sua funzione era quella di assicurarsi che non fosse rappresentato alcun testo che potesse in qualche modo offendere i membri della corte o i dignitari esteri, pertanto era in suo potere sospendere la rappresentazione di un dramma e punire con l’imprigionamento attori e drammaturghi che non avevano rispettato la sua autorità (Ivi: 6-7). Ben Jonson fu imprigionato una prima volta nel 1597 per aver scritto The Isle of Dogs e una seconda volta nel 1605 per la rappresentazione senza licenza di Eastward Ho!.
Edmond Tilney (1579-1610), Sir John Buc (1610-1622), Sir John Astley (1622-1623) e Sir Henry Herbert (1623-1642) furono i Masters of the Revels che istituirono un sistema di autorizzazioni e censura che consentì ad attori e drammaturghi di diventare “impiegati” della corte e dell’aristocrazia, fornendo loro una condizione di lavoro stabile che permetteva anche di scrivere e recitare per il pubblico più ampio dei teatri pubblici.
Quando James I salì al trono nel 1603 prese quattro delle cinque compagnie teatrali londinesi sotto il suo patronato, un atto di mero assolutismo mirante ad allontanare il teatro dalle sue radici popolari. E il patronato fu rinforzato nel 1610 quando Sir John Buc, che già controllava i testi a stampa, divenne Master of the Revels. In realtà, durante il regno James I, la censura non era particolarmente efficiente né il controllo molto stretto. Il più grande scandalo del tempo fu A Game at Chess di Thomas Middleton, scritto, autorizzato e messo in scena nel 1624, la cui rappresentazione fu sospesa dopo nove repliche perché il testo conteneva una sottile propaganda anti-spagnola. Ma non ci furono gravi conseguenze né per i King’s Men – che l’avevano portato in scena – né per l’autore (Clare, 1990: 195-196).
Per quanto riguarda Shakespeare, non ci sono prove che qualcuno dei suoi drammi sia mai stato censurato, tuttavia, come suggerisce Clare, paragonando le varie edizioni a stampa di alcuni suoi play si possono notare delle differenze, a volte sostanziali, alcune delle quali potrebbero essere dovute se non all’intervento dei censori, al tentativo dell’autore di evitarli (Ivi: xi). Un esempio in tal senso è Richard II, un dramma storico che mette in scena gli eventi che portarono alla deposizione di Richard II e al suo assassinio.
Il dramma fu scritto probabilmente nel 1595 e pubblicato anonimo in un’edizione in-quarto nel 1597. Lo stesso testo fu ripubblicato due volte nel 1598, questa volta con il nome dell’autore sul frontespizio. Nessuna delle citate edizioni presenta la scena della deposizione. Nel 1608 il dramma fu pubblicato nuovamente con l’aggiunta dei 160 versi in cui Richard rinuncia al trono – versione ripubblicata anche nel 1614. Infine il play fu pubblicato nell’edizione in-folio del 1623 e contiene una versione diversa della scena della deposizione, probabilmente la più autentica (Dutton, 1999: 383). Sembra probabile che la scena sia stata eliminata dalle prime edizioni perché altamente pericolosa in un momento di incertezza politica, con una regina che invecchiava senza eredi diretti, molti pretendenti al trono e nessun meccanismo legale per decidere la successione. Inoltre, la scena della deposizione è costruita in modo tale da far risaltare il ruolo del parlamento, il cui potere sembra superiore a quello del re; in effetti è proprio il parlamento che costringe un re debole e incerto a rinunciare al trono ed è ancora il parlamento che decide la successione. Paradossalmente, Shakespeare non poté stampare il testo completo, ma è provato che il dramma veniva rappresentato integralmente. E il facile parallelo tra Richard II e Elizabeth I determinò la rappresentazione del dramma alla vigilia della tentata ribellione del conte di Essex nel 1601. Una volta morta la regina e sistemata la questione della successione, la scena trovò spazio nelle successive edizioni e l’intervento dei censori riguardò soltanto alcuni elementi formali.
L’anomalia del caso di Richard II sta nel fatto che la censura colpì esclusivamente la scena della deposizione, ma permetteva la rappresentazione dell’assassinio del re, senza considerare che il play è pregno di riferimenti al malgoverno di Richard, alla ribellione e alla fallibilità di un re per diritto divino.
Queste note sono rivelatrici dell’importanza che gli elisabettiani attribuivano al teatro; la regina per prima era consapevole dei pericoli che ne potevano scaturire, di come fosse facile trasmettere messaggi dissidenti mascherati da intrattenimento popolare; onde la decisione di estendere il patronato sulle arti e di monitorare la produzione teatrale, perché controllando il teatro era certa di poter controllare il popolo che ne costituiva il pubblico.
Riferimenti bibliografici
Clare J., ‘Art Made tongue-Tied by Authority’. Elizabethan and Jacobean Dramatic Censorship, Manchester, Manchester University Press, 1990
Clegg C.S., “Liberty, Licence, and Authority: Press Censorship and Shakespeare”, in A Companion to Shakespeare, ed. by D.S. Kastan, Oxford, Blackwell, 1999: 464-485
Dutton R., “Licensing and Censorship”, in A Companion to Shakespeare, ed. by D.S. Kastan, Oxford, Blackwell, 1999: 69-83
Dutton R., Licensing, Censorship and Authorship in Early Modern England, Palgrave, Houndsmills, 2000
Lefevere A., Traduzione e riscrittura. La manipolazione della fama letteraria, Torino, UTET, 1998
Melchiori G., Shakespeare, Bari, Laterza, 1980