“Oh i treni come
assomigliano alla vita.”
(Dino Buzzati, Sessanta racconti)
Luogo di incontro per eccellenza, di attese estenuanti, occasione di momenti epifanici o di amare scoperte, il treno delle novelle pirandelliane rappresenta un microcosmo dove le vite dei protagonisti si incrociano, si dissolvono, si dibattono in preda alle loro solitudini, a dolori e speranze spesso deluse, ed esercita sul personaggio il potere di produrre una indagine sulla propria identità, un incontro con la parte più autentica del sé.
Fredde e grigie sale d’aspetto, stazioni pregne di desolazione costituiscono lo sfondo sul quale prendono vita le vicende dei personaggi di alcune delle Novelle per un anno di Pirandello che, dando sfogo alla necessità dell’autore di comunicare un universo denso di dolore, miseria e sconfitta, offrono al tempo stesso, attraverso una colorita varietà di sfumature, un’ampia panoramica di esperienze umane.
Il treno funge da elemento unificatore di tali varietà e, acquistando una dimensione che trascende la sua connotazione di oggetto inanimato, sembra consapevolmente partecipare al percorso autoconoscitivo dei personaggi pirandelliani. Esso li vede avvicinarsi ignari, con il loro carico di speranze e di miseria, prendere posto nei suoi spazi angusti come le loro anime, per trascinarli lontano, sradicandoli talvolta dal loro contesto naturale, in una corsa incessante verso l’ignoto. “Il treno trascina dietro di sé i vagoni (quelli pieni di velluti della prima classe, e quelli <<lerci>> della seconda e della terza) e dentro i vagoni trascina i personaggi delle novelle di Pirandello, ciascuno verso il suo destino umano e narrativo” (R. Ceserani, Treni di carta, Genova, Marietti, 1993, p.275).
L’anelito dei protagonisti di evadere dalle loro squallide esistenze, nel tentativo di recidere il sacro legame che li vincola alla terra madre, porta talvolta alla perdizione. Come accade ad Annicchia, ne La balia, che abbandona la Sicilia e il piccolo paese dove é nata e cresciuta, per recarsi a Roma ad accudire il figlio dell’avvocato Ennio Mori. Spinta dalla necessità di cercare un’esistenza migliore, la donna é disposta ad abbandonare il suo stesso bambino, che poi morirà durante la sua assenza, obbligandola a portare con sé il peso della maledizione di sua suocera:
Se vai, é contro la mia volontà, e ti maledico ! Ricordatene (L. Pirandello, La balia, in Novelle per un anno, Milano, Mondadori, 1980, Vol. I, p.995).
Annicchia affronta così i disagi di un viaggio lungo, in preda allo “sgomento della furia del treno”. L’approdo ad una realtà nuova, sconosciuta ed insidiosa, dapprima inconsapevole, troverà riscontro in un tragico epilogo dal momento che “[...] l’allontanamento sarà la rovina, sarà il fatale tradimento della sanità e della semplicità della vita del paese” (M. Argenziano Maggi, Il motivo del viaggio nella narrativa pirandelliana, Napoli, Liguori, 1977, p. 11).
Nella novella Donna Mimma, la dolce vecchietta che ha aiutato tanti bambini a venire al mondo é costretta ad abbandonare la sua realtà, per procurarsi uno sterile foglio di carta che attesti le sue qualità di levatrice, entrando in contatto con il freddo universo cittadino, causa di tante umiliazioni. Il treno la scaraventa in un ambiente ostile, con la violenza che lo contraddistingue:
[...] fischi, scossoni: lo spavento dei ponti e delle gallerie, una dopo l’altra; abbagli e accecamenti, vento e soffocazione in quella tempesta di strepiti, nel buio... Gesù! Gesù! (L. Pirandello, La balia, cit., p.19).
Donna Mimma é disorientata, costretta a fronteggiare la paura, la solitudine e l’angoscia di vivere lontano dal suo paese, luogo delle poche ma solide certezze cui aggrapparsi per non sprofondare nel baratro della dissoluzione. La città allora diventa “simbolo di un sapere arido, non sentito, fatto di formule e parole, contrapposto ad un sapere senza formule né nomi, ma cresciuto con germinazione spontanea dal contatto con la vita, da un’esperienza lunga e serena, da un’attenzione semplice e amorosa alle cose”(M. Argenziano Maggi, Il motivo del viaggio nella narrativa pirandelliana, cit., p.13).
Dopo essersi confrontata per due anni con una realtà a lei estranea, con la derisione delle colleghe di studi molto più giovani, donna Mimma ritorna al suo paese con la speranza di poter riprendere il suo lavoro di sempre, con in mano il suo diploma di “ostrètica” , ma ancora una volta le sue aspettative svaniscono dolorosamente. Durante la sua assenza donna Mimma é stata sostituita da una ragazza più giovane e con meno esperienza, e trova ad attenderla l’ostilità che ella pare aver portato con sé, contaminata dall’esperienza cittadina: persino i suoi adorati bambini, ai quali soleva raccontare le favole tenendoli sulle ginocchia, l’apostrofano duramente: “No: brutta donna Mimma! Non la vogliamo più!” (L. Pirandello, Donna Mimma, cit., p.27).
Il contrasto tra il paese e la città é deducibile anche nella novella Lumìe di Sicilia, dove il protagonista, l’ingenuo Micuccio Bonavino, dopo aver dedicato tutte le sue cure e risorse economiche a Teresina, la donna amata, scopre con rammarico che ella ha abbandonato la squallida esistenza del piccolo paese per abbracciare lo stile di vita sfarzoso e frivolo della città. Teresina ha subìto la trasformazione di un mondo corrotto che ha cambiato i suoi sentimenti per il povero Micuccio, impedendole di tener fede alla sua promessa di costruire un futuro insieme a lui. Dopo aver preso il treno, che lo introduce in una realtà completamente estranea, Micuccio si rende conto, vedendo sfumare i suoi sogni di felicità, che la sua amata é ormai lontana da lui, e che egli l’ha persa per sempre.
Se tutti quei signori, se quel cameriere stesso avessero saputo che egli, Micuccio Bonavino, s’era rotto le ossa a venire da così lontano, trentasei ore di ferrovia, credendosi sul serio ancora il fidanzato di quella regina, che risate, quei signori e quel cameriere e il cuoco e Dorina! (L. Pirandello, Lumìe di Sicilia, cit., p.27).
A Micuccio, raggiunta l’amara consapevolezza di esser rimasto solo, zimbello di un mondo che non può capire, non resta che tornare al conforto della vita semplice del paese, lasciando ad una Teresina ormai indifferente e crudelmente insensibile al suo amore, le lumìe, “emblema del paese, della terra fertile che produce senza artifici frutti così buoni e odorosi” (M. Argenziano Maggi, Il motivo del viaggio nella narrativa pirandelliana, cit.,p.15).
Nella novella L’abito nuovo, la città rappresenta, per il gretto impiegato Crispucci, la possibilità di un allettante cambiamento di vita, grazie all’eredità lasciatagli dalla moglie, fuggita di casa tempo addietro. Un’eredità frutto di una condotta deplorevole, fonte di disonore. Ma il povero Crispucci compie alla fine la sua scelta, anche se con grande tormento: la sua brama di ricchezza ha la meglio su ogni remora di origine morale. “Egli metteva in bilancia un’eredità di disonore e una eredità d’orgoglio: l’orgoglio di una miseria onesta” (L. Pirandello, L’abito nuovo, cit., p.38), ma poi, subìta la trasformazione data dal contatto con il treno che lo ha iniziato ad una nuova vita, alla figlia che gli domanda se avesse cenato durante viaggio, risponde trionfante, “e con una smorfia di riso e una nuova voce”: “Wagon-restaurant” (L. Pirandello, L’ abito nuovo, cit., p.39).
Nella novella Sua Maestà, il treno é portatore di novità e di scompiglio allo stesso tempo, ed intorno ad esso si crea un’atmosfera di ansia e di attesa che prelude all’arrivo del Commissario Regio, Amilcare Zegretti, da Roma. La stazione diventa il luogo dell’incontro-scontro fra due realtà opposte: quella della capitale da cui proviene il commissario, e quella del piccolo comune siciliano di Costanova che egli ha lo scopo di ispezionare. Lo scontro, durissimo, ha luogo a livello personale e professionale tra Zegretti e l’ex sindaco di Costanova, il Cavalier Decenzio Cappadona, la cui somiglianza con Vittorio Emanuele II gli aveva procurato il soprannome di “sua Maestà”. “E la guerra cominciò, ferocissima, tra i due re” (L. Pirandello, Sua Maestà, cit.,p.490).
Il treno, che é portatore di tanto scompiglio nel tranquillo paesello tutto raccolto e schierato dalla parte di Cappadona, il cui operato é messo in discussione dal Commissario Regio, viene personificato al punto di incarnare la figura superba e arrogante di quest’ultimo. Gli aggettivi con i quali si identificano il treno e il Commissario sono gli stessi: il treno arriva “sbuffante, maestoso”, e “con la sua imponenza rumorosa”, e Zegretti “si rifermava, sbuffando” e vi “scende maestoso”.
Nelle novelle La veste lunga e Il viaggio, il treno accomuna il triste destino di due donne, anche se di età differenti. Nella prima, la giovanissima Didì prende il treno che la condurrà in un paese lontano dove ella dovrà andare in sposa ad un uomo molto più grande di lei e che non ama. Durante il viaggio, Didì ha modo di acquisire la consapevolezza del grigiore della sua vita manipolata dal padre, avido e calcolatore, sotto gli occhi indifferenti del fratello. L’aridità del paesaggio riflette quella del cuore della ragazza e della sua lenta agonia.
Il treno, in salita, andava lentissimamente, quasi ansimando, per terre desolate, senza un filo d’acqua, senza un ciuffo d’erba, sotto l’azzurro intenso e cupo del cielo.
Non passava nulla, mai nulla davanti al finestrino della vettura; solo, di tanto in tanto, lentissimamente, un palo telegrafico, arido anch’esso, coi quattro fili che s’accavallavano appena (L. Pirandello, La veste lunga, cit., p.623).
In quell’opprimente atmosfera, nessuna soluzione appare possibile allora, eccetto la morte. Così la piccola Didì si ribella alla volontà di un padre meschino ed egoista, e ad una vita che non é più in grado di sopportare, e si avvelena sul sedile del treno che, con il suo fragore, sembra essere l’unico ad accorgersi del suo gesto disperato.
Come se gli orecchi le si fossero all’improvviso sturati, avvertì enorme, fragoroso, intronante il rumore del treno, così forte che temette dovesse soffocare il grido che le usciva dalla gola e gliela lacerava... (Ivi, p.624).
Il viaggio reale diventa viaggio interiore, artefice di una presa di coscienza al “femminile”, ed emblematico della condizione della donna in Sicilia. Didì si ribella, coraggiosamente, nonostante la sua giovane età, ad un universo maschile connotato negativamente che l’avrebbe sacrificata all’indifferenza e all’interesse economico.
Analogo il processo di maturazione di Adriana Braggi ne Il viaggio, dove il treno offre la possibilità, anche in questo caso, di un incontro con il sé, della scoperta dell’amore per il cognato. Abituata a condurre una squallida esistenza in un angusto paese siciliano, nel grigiore della sua vedovanza, Adriana riesce drammaticamente a trovare l’amore e allo stesso tempo il coraggio dell’evasione, “a partire dalla presa di coscienza della condizione di chiusura, di immobilismo, della Terra Madre” (Alonge, Pirandello tra realismo e mistificazione, cit.,p.25.), proprio dopo aver scoperto di essere gravemente malata. Il treno, che ella prende per la prima volta, é fonte di sgomento e di paura nel suo mostrarle l’ignoto dentro di lei.
Andava in treno per la prima volta. A ogni tratto, a ogni giro di ruota, aveva l’impressione di penetrare, d’avanzarsi in un mondo ignoto, che d’improvviso le si creava nello spirito con apparenze che, per quanto le fossero vicine, pur le sembravano lontane e le davano, insieme col piacere della loro vista, anche un senso di pena sottilissima e indefinibile: la pena che esse fossero sempre esistite oltre e fuori dell’esistenza e anche dell’immaginazione di lei; la pena d’essere tra loro estranea e di passaggio, e che esse senza di lei avrebbero seguitato a vivere per sé con le loro proprie vicende (L. Pirandello, Il viaggio, cit., p.446).
Ancora il treno é luogo d’incontro, e in questo caso quasi complice dello sfociare della passione tra Adriana e suo cognato. Una volta conosciuta la felicità però, la donna non é capace di rinunziarvi, sapendo che la malattia non le darà scampo, e si toglie la vita. Il viaggio d’amore è senza ritorno, è incontro con la consapevolezza, con la presa di coscienza, e infine, drammaticamente, incontro con la morte.
In entrambe le novelle, dunque, l’acquisizione di una acquisita consapevolezza esistenziale si conclude drammaticamente con la rinuncia alla vita.
Nella novella Con altri occhi, il treno diviene strumento di conoscenza di una verità che, nella sua inesorabile crudeltà, devasta le certezze della protagonista, costretta ad una raggelante presa di coscienza della sua relazione coniugale. Esso rivela ancora una volta il vuoto dell’esistenza di una donna, Anna, alle prese con un amaro confronto con la realtà. Il treno su cui é in viaggio suo marito, Vittore Brivio, diventa riverbero angosciante delle sue paure. Sola, nel silenzio della casa deserta, ad Anna non resta che vagare con la fantasia alla ricerca di certezze che leniscano i suoi dubbi logoranti. Così ella
vide il treno lugubre, sotto la tettoia a vetri; una gran confusione di gente in quell’interno vasto, fumido, mal rischiarato, cupamente sonoro: ecco, il treno partiva, e, come se veramente lo vedesse allontanare e sparire nelle tenebre, rientrò d’un subito in sé, aprì gli occhi nella camera silenziosa e provò un senso angoscioso di vuoto, come se qualcosa le mancasse dentro (L. Pirandello, Con gli altri occhi, cit., p.853).
L’incontro epifanico con il sé si traduce per Anna nella consapevolezza di quanto falsa e instabile sia la sua relazione matrimoniale, basata sulla noncuranza del marito e priva di fiducia e stima reciproca. Il treno, dunque, diventa per Anna immagine di una nuova realtà, guardata “con altri occhi”, con gli occhi di chi, avendo analizzato i rapporti interpersonali con lucidità, ne ha drammaticamente ricavato la loro corruzione.
A volte il treno diventa luogo di incontro per passeggeri che condividono un cammino di sofferenza. In Quando si comprende,
i passeggeri arrivati da Roma col treno notturno alla stazione di Fabriano dovettero aspettar l’alba per proseguire in un lento trenino sgangherato il loro viaggio su per le Marche (L. Pirandello, Quando si comprende, cit., p.74).
Un’anonima vettura di seconda classe, sudicia, in un’atmosfera opprimente, impregnata di fumo, si riempie del dolore di una madre afflitta dalla partenza del figlio al fronte. Il confronto con l’esperienza di un compagno di viaggio, che tenta di mascherare dietro ferventi motivi patriottici la sofferenza di aver visto anch’egli partire suo figlio, non le sarà di conforto. Ben presto la donna si accorgerà che i discorsi pieni di razionali ragionamenti sul dovere e la necessità di difendere la patria costituiscono solo un pretesto per nascondere la disperazione che alberga nel cuore dell’uomo. Infatti, alla domanda se suo figlio fosse morto, il signore dall’animo disperatamente ancorato a nobili princìpi patriottici,
la guardò, e tutt’a un tratto, a sua volta, come se soltanto adesso, a quella domanda incongruente, a quella meraviglia fuori posto, comprendesse che alla fine, in quel punto, il suo figliuolo era veramente morto per lui, s’arruffò e si contraffece, trasse a precipizio il fazzoletto dalla tasca e, tra lo stupore e la commozione di tutti, scoppiò in acuti, strazianti, irrefrenabili singhiozzi (Ivi, p.78).
Una volta caduta la maschera dietro la quale un padre tenta di celare il dolore immenso per la morte di suo figlio, anche alla donna non resta che ripiombare nell’angoscia che vede il suo destino di madre unirsi a quello del suo compagno di viaggio. Il treno che le ha strappato suo figlio diventa carnefice per la seconda volta, togliendole l’unico conforto che le sia rimasto: la speranza.
Il tema della guerra ricorre anche nella novella Jeri e oggi, dove il giovane volontario Marino Lerna parte per il fronte tra le lacrime della madre costernata. Il treno diventa il mezzo che trascinerà centinaia di giovani lontano dai loro affetti e dalle loro famiglie, obbligandoli ad incontrare un destino di estraniamento, di sofferenza e di morte.
C’era il rischio di perdere il treno. Difatti, arrivò col padre e la madre alla stazione, che già chiudevano gli sportelli delle vetture: si cacciò in una, da cui i compagni si sbracciavano a chiamarlo; e subito il treno partì fra un tumulto di gridi, di pianti, d’augurii, tra uno svolazzio di fazzoletti e cenni di mani e di cappelli (L. Pirandello, Jeri e oggi, cit.,p.1356).
Partito il treno con il suo carico prezioso di affetti e di vite umane, tutto torna normale, e una calma apparente, quasi lugubre, riprende a regnare.
Una gran quiete, ora, nella stazione. Non c’era più nessuno. Solo, nel vano abbagliante del lungo e stanco pomeriggio estivo, i binarii lucidi, e un lontano ininterrotto stridio di cicale (Ibidem).
Il passaggio della novella pirandelliana riporta alla memoria la straziante partenza del giovane ‘Ntoni in procinto di arruolarsi, ne I Malavoglia, in un’atmosfera altrettanto cupa e carica di dolore.
Finalmente giunse il treno e si videro tutti quei ragazzi che annaspavano, col capo fuori dagli sportelli, come fanno i buoi quando sono condotti alla fiera (G. Verga, I Malavoglia, Bologna, Zanichelli, 1989, cap.I).
Partire, nel caso di ‘Ntoni, significa morire solo simbolicamente, per rinascere agli albori di una nuova vita. I personaggi pirandelliani sembrano invece ancorati ad un pessimismo che per dirla con Alonge “nasce, sì, da una precisa dimensione piccolo borghese, ma tende insensibilmente ma fermamente, a porsi come pessimismo totale, radicale: non lo scacco dell’uomo del ceto medio bensì lo scacco dell’Uomo; non la negazione storica di una società, di questa società, ma la negatività meta storica della vita” (Alonge, Pirandello tra realismo e mistificazione, cit., p.126). Essi vivono nella desolazione della loro cieca sofferenza, senza speranza, e questo buio esistenziale giustifica la presenza di un treno che viaggia di notte, attraversando le tenebre dei loro destini.
Così, in Berecche e la guerra, il buio e la notte simboleggiano il buio di un mondo cieco che ha fatto suoi gli assurdi motivi della guerra. E’ lo stesso buio cui va incontro Faustino, figlio di un Berecche che inneggia alla disciplina e ai valori della Germania, è il buio della figlioletta cieca, Margherita.
Ci si sta come in campagna e come in campagna aperta si sente nel silenzio il fragorio lontano dei treni notturni (L. Pirandello, Berecche e la guerra, cit.,p.735).
Berecche sarà costretto a fronteggiare la delusione storica che é il simbolo del crollo catastrofico che investe i valori di una patria non più ideale, la Germania, e fare i conti con le contraddizioni che ne scaturiscono (C. Perrus, in Pirandello, Minard, 1968, p. 87).
Ed é ancora la guerra al centro della tematica della novella Frammento di cronaca di Marco Leccio, dove il protagonista tenta di arruolarsi volontario all’età di sessantasette anni, ma é costretto a vedere partire suo figlio, accontentandosi di pianificare solo sulla carta tattiche e strategie di battaglia.
Ieri, alla stazione, poco prima che il treno partisse, mentre il suo figliuolo dal finestrino della vettura lo guardava, lo guardava come se avesse voluto lasciargli impressi, confitti nell’anima quegli occhi lucidi e intensi di commozione contenuta, ebbe la tentazione di saltare su quel treno, confondersi, nascondersi tra i soldati, e partire anche lui (L. Pirandello, Frammento di cronaca di Marco Leccio, cit., p.1233.).
Anche nella novella Il Professor Terremoto, il protagonista si sofferma a riflettere sul vuoto di alcuni valori che regolano la vita sociale, e in particolare quello dell’eroismo, durante un viaggio, rigorosamente in treno, e sullo sfondo delle rovine del terremoto.
Quanti, di qui a molti anni, avranno la ventura di rivedere risorte Reggio e Messina dal terribile disastro del 28 dicembre 1908, non potranno mai figurarsi l’impressione che si aveva, allorché, passando in treno, pochi mesi dopo la catastrofe, cominciava a scoprirsi, tra il verde lussureggiante dei boschi d’aranci e di limoni e il dolce azzurro del mare, la vista atroce dei primi borghi in rovina, gli squarci e lo sconquasso delle case (L. Pirandello, Il Professor Terremoto, cit.,p.605).
Il treno attraversa ancora una volta la desolazione dell’uomo, dandogli la possibilità di riflettere sulla sua inconsistenza, e su una miseria che mal si concilia con slanci eroici.
Il fischio del treno, quasi come un urlo di dolore, annuncia spesso nella vita dei personaggi delle novelle pirandelliane, la presa di coscienza di un’alienazione che spesso li porta ad incontrare la rovina, ma altre volte una vita nuova e forse migliore. Ciò accade per esempio ne Il treno ha fischiato, dove Belluca, un contabile succube di un datore di lavoro crudele e di una famiglia che gli riserva continue angherie, decide all’improvviso di ribellarsi allo squallore della propria esistenza. Artefice della presa di coscienza del personaggio, dell’incontro con il sé, è ancora una volta il fischio del treno che una notte, inaspettatamente, gli rivela la possibilità dell’evasione, prospettandogli la gioia insolita di viaggiare con la fantasia, conducendolo attraverso mondi inesplorati. “Il fischio rompe d’improvviso la quiete di una vita che scorre, introduce un rapporto con un altro mondo lontano” (R. Ceserani, Treni di carta, cit., p.277).
E d’improvviso, nel silenzio profondo della notte, aveva sentito, da lontano, fischiare un treno.
Gli era parso che gli orecchi,dopo tant’anni, chissà come, d’improvviso gli si fossero sturati.
Il fischio del treno gli aveva squarciato e portato via d’un tratto la miseria di tutte quelle sue orribili angustie, e quasi da un sepolcro scoperchiato s’era ritrovato a spaziare anelante nel vuoto arioso del mondo che gli si spalancava enorme tutt’intorno (L. Pirandello, Il treno ha fischiato, cit., p.593).
Il treno offre l’occasione di percepire il flusso della vita che fino a quel momento era scorso senza lasciare traccia nella coscienza del povero Belluca, e inoltre “ fa saltare la soffocante cappa di abitudini, di obblighi, di responsabilità sotto cui l’impiegato Belluca giaceva oppresso, rivelandogli a un tratto un universo ampio e gremito di possibili, in cui egli si perderà” (R. Barilli, La barriera del naturalismo, cit.,p.39).
Allo stesso modo, anche il protagonista de La carriola, questa volta un importante uomo di successo, schiavo però della sua identità, ha modo, durante un viaggio in treno attraverso la campagna umbra, di incontrare l’essenza del suo spirito, la sua alterità.
[...] mi ritrovai tutto d’un tratto in tutt’altro animo, con un senso d’afa per la vita, in un tetro plumbeo attonimento, nel quale gli aspetti delle cose più consuete m’apparvero come votati di ogni senso, eppure, per i miei occhi, d’una gravezza crudele, insopportabile (L. Pirandello, La carriola, cit., p.593).
Il viaggiatore di Nenia, invece, ha occasione in treno di osservare, con un misto di stupore e meraviglia, l’innocente modo dei suoi compagni di viaggio, un bambino e una bambina, di interpretare la realtà.
L’altra ragazzetta, di circa tre anni,stava in piedi sul sedile, presso il balione, e guardava attraverso il vetro del finestrino la campagna fuggente.
Di tanto in tanto, con la manina toglieva via l’appannatura del proprio fiato sul vetro, e se ne stava zitta zitta a mirare il prodigio di quella fuga illusoria d’alberi e siepi (L. Pirandello, Nenia, cit.,p.549).
L’immagine del treno viene paragonata dal bambino, con un ingenuo accostarsi alle varietà del reale, a quella di una caffettiera. Il treno nelle parole del bambino viene personificato, perde la sua connotazione di oggetto inanimato per acquisire quasi una vita propria, attraverso “un effetto di addomesticamento ed esorcizzazione” (R. Ceserani, Treni di carta, cit., p.274).
Il treno non si può mica perdere. Cammina solo, con l’acqua bollita, sul biranio. Ma non é una caffettiera. Perché la caffettiera non ha ruote e non può camminare (L. Pirandello, Nenia, cit.,p.548.).
L’uomo riflette allora che il bambino “ragiona a meraviglia”, perché é riuscito a comprendere, meglio di un adulto, il mondo nella sua sincerità e schiettezza.
Partenze e arrivi: la vita é un viaggio. Essa é fatta di occasioni che come treni l’attraversano. Treni che si prendono o si perdono per qualche minuto, come nel caso dell’uomo che ne La morte addosso dialoga con l’uomo dal fiore in bocca.
-Ah, lo volevo dire! Lei dunque un uomo pacifico é... Ha perduto il treno?
-Per un minuto, sa? Arrivo alla stazione, e me lo vedo scappare davanti (L. Pirandello, La morte addosso, cit., p.945).
Così, in una piccola stazione, la vita di un uomo che ha perso un treno e quella di un altro in fin di vita, si incontrano per caso e si confrontano. Nella narrazione come nella vita, la stazione é luogo d’incontri occasionali e fortuiti, dove schegge di esistenze si incrociano nel trambusto e nell’effimero di uno spazio senza tempo, per poi dileguarsi e sparire nel nulla. In una simile atmosfera di precaria transitorietà, é facile far cadere la maschera che imprigiona in ruoli precostituiti, per rivelare l’essenza più vera e profonda dell’essere. La sala d’attesa della stazione é per l’uomo malato di cancro alla bocca come quella di uno studio medico, dove le vite dei malati si incrociano e, nel suo caso, essa rappresenta l’anticamera della morte.
In questa cupa atmosfera di attesa che prelude alla morte, il protagonista cerca disperatamente di aggrapparsi alla vita, nell’estremo tentativo di sconfiggere il male che crescendo in lui ve lo allontana progressivamente. Egli pare affascinato dall’energia che scorre negli altri, nei viaggiatori che si affrettano con i loro bagagli, nella gente sana e più fortunata di lui, e li osserva con avidità quasi a carpirne una scintilla vitale.
Nella novella La buon’anima, il treno trascina il protagonista in un viaggio di nozze farsesco, verso una vita coniugale fittizia e illusoria. L’uomo é costretto infatti dalla moglie ad impersonare, ricalcandone in tutto le abitudini, l’esistenza del suo precedente marito defunto. Il personaggio pirandelliano si ritrova ancora a vivere in modo fasullo, costretto a stravolgere la propria identità, a recitare sul palcoscenico della vita, meccanicamente e aridamente un ruolo, questa volta quello di una persona scomparsa, e quando cercherà di ribellarsi a questa condizione di totale alienazione, potrà solo prendere coscienza del fallimento e della miseria insita nella stessa natura umana.
Il viaggio di Bartolino durò un’eternità: le tendine non si poterono abbassare (L. Pirandello, La buon’anima, cit., p.364).
Il treno su cui egli viaggia, in quanto luogo di sospensione, diviene il triste preludio di un’esistenza irreale e svuotata del suo significato.
Sempre di scambio di identità, tema caro a Pirandello, si parla anche nella novella La disdetta di Pitagora, dove la stazione ne diventa, ancora una volta, lo scenario. Qui il protagonista si accorge che l’uomo che aveva creduto essere un appagato pittore in procinto di sposarsi é in realtà un’altra persona, con una vita misera e infelice.
Una drammatica presa di coscienza che mette fine alla relazione extraconiugale di una donna avviene ne La paura. Il treno é il luogo dove suo marito e il suo amante si trovano a condividere un viaggio all’insegna del sospetto e della paura. Depositario del tradimento, il treno vede i due uomini dialogare e vivere nella menzogna, a stretto contatto con il dubbio insinuante. Ma sarà proprio questa occasione di viaggio che creerà nell’adultera un risveglio della coscienza, dandole la forza di troncare la sua relazione extraconiugale e di ritornare alla fedeltà verso il marito.
Luogo ovattato e malinconico, in una atmosfera onirica tetra e surreale, è il treno in cui si svolge l’esperienza di un uomo che rivive come in un sogno appannato tutta la sua esistenza, nella novella Una giornata.
Strappato dal sonno, forse per sbaglio, e buttato fuori dal treno in una stazione di passaggio. Di notte; senza nulla con me. [...]
Con infinito sgomento mi accorgo di non avere più idea d’essermi messo in viaggio su un treno. Non ricordo più affatto di dove sia partito, dove diretto; e se veramente, partendo, avessi con me qualche cosa. Mi pare nulla (L. Pirandello, Una giornata, cit., p.899).
Così l’uomo si ritrova solo nella notte, catapultato giù da un treno che continua imperterrito la sua corsa forsennata verso l’ignoto; un uomo che si interroga sgomento sulla propria identità e sul significato dell’esistenza, e diventa il simbolo di una umanità attonita che percorre, come in un sogno, i binari che solcano il viaggio della vita.
Con questa novella, impregnata di un amaro e desolato pessimismo e di una sconcertante consapevolezza dell’inconsistenza e della solitudine che caratterizzano la vita umana, Pirandello sembra approdare al termine della sua esperienza di uomo e di scrittore, all’ultima fermata del suo treno, che finalmente, dopo anni di corse incessanti sui binari della creatività e di inquietanti percorsi introspettivi, può finalmente riposare.
Il treno, la stazione diventano per l’autore agrigentino simboli dell’esistenza dinamica e frenetica dell’uomo che spesso, in questi spazi, talvolta angusti e pregni di dolore come le anime dei personaggi delle Novelle, è costretto a fermarsi e pensare, con il rischio di approdare ad un epifanico quanto destabilizzante risveglio della coscienza, per poi fatalmente proseguire la sua corsa sui binari del proprio destino.