Marialuisa Vallino
L’esilio degli angeli
Luoghi dell’arte, tempi dell’anima
di Marialuisa Vallino
Un angelo passa correndo
Traversa la luce improvvisa
Traversa la stanza
Uno spettro ci precede
Un’ombra ci segue
E ad ogni nostra fermata
Cadiamo
(Jim Morrison)
Alcuni artisti raggiungono l’universo dello spirito solo attraverso una consuetuedine con la violenza. Sono quelli che conoscono l’inferno. Accusatori di una società distorta, scoprono dentro di sé il volto folle e inafferrabile del Chaos primigenio, dell’ambivalenza, dove si mescolano gioia e dolore, Eros e Thanatos. Il linguaggio di questi uomini è un varco tra le fiamme, è esperienza del Limite, conflitto tra bramosia e sacrificio.
Il viaggio per mare è uno dei temi più persistenti nell’arte: La follia, soprattutto in epoca medievale, è una nave, la Stultifera navis, errante nel buio di un mare temibile e rifiutato e del quale non si conosce l’approdo. il mare, elemento puro, potente e senza limiti consente all’artista di proiettare in esso il suo bisogno di Assoluto, di abbandonare gli elementi di direzione e di controllo. Le emozioni assumono una connotazione fluida e ondosa, dove passato e futuro, tormento ed estasi sono poli legati da un unico flusso.
Benedì la tempesta i miei risvegli in mare.
Più leggero d’un sughero ho danzato sui flutti
Che sono detti eterni avvolgitori di vittime,
Dieci notti, sprezzando l’occhio stolto dei fari!
(Arthur Rimbaud, Le bateau ivre, IV )
Il battello è l’Io del poeta alla deriva…
Da allora, mi trovai immerso nel Poema
Del Mare, intriso d’astri, e lattescente,
Divorando cerulei verdi; ove talvolta, relitto
Estasiato e livido, scende pensoso un annegato;
(Arthur Rimbaud, Le bateau ivre, VI)
Dalla sesta alla quindicesima strofa il tono violento e visionario afferma il potere dell’Inconscio: So, Ho visto, Sognai, Seguii, Ho urtato…dove si susseguono le verità nascoste, l’agire delle pulsioni di cui la realtà “diurna” si rivela semplice travestimento.
L’ultima immagine del Battello ebbro non è una visione trionfante, ma una scena umile e patetica della realtà: Il Mare diventa una pozzanghera, il battello una barchetta di carta, l’ebbrezza si muta in tristezza e l’amore, acre, non lascia che tracce di inebrianti torpori.
La fuga del poeta dal mondo ordinario per il mondo oscuro dell’inconscio non è tanto una fuga quanto una ricerca, volta al recupero di una purezza originaria, come si legge nell’opera Une Saison en enfer :
Un tempo, se ricordo bene, la mia vita era un festino in cui tutti i cuori si aprivano, tutti i vini scorrevano…(Arthur Rimbaud, Une Saison en enfer)
L’incipit dell’opera ci riporta inevitabilmente a una poesia di Jim Morrison, An american prayer :
Dove sono le feste
che ci avevano promesso
Dov’è il vino
Il Vino Recente
(sulla vite morente)…
Segrete simmetrie legano il grande poeta simbolista e il Dioniso del Rock, che trasformarono in parole il loro insaziabile desiderio di libertà assoluta.
Ad amplificarne le analogie concorre il Romanzo familiare: Entrambi figli di militari (un ufficiale dell’esercito, Monsieur Frédéric Rimbaud, un ammiraglio di marina, Mister Steve Morrison), ebbero la madre come figura dominante.
Entrambi fluirono lungo i sentieri dell’ebbrezza e del tormento interiore.
Dietro le scenate, le sbornie, i guai con la polizia emerge il significato dell’Odissea di Rimbaud quanto di Morrison: Cercare il Potere e l’uso del Potere attraverso la conoscenza del “peccato” e dell’eccesso. Una sfida di matrice personale, ma soprattutto una sfida ai valori collettivi, alla ragione, alla scienza.
L’attacco al collettivo si fa più evidente quando, riconoscendo il suo dramma esistenziale, l’artista prende coscienza della sua vulnerabilità e non è più in grado di reggere la maschera sociale, il ruolo sacrificato ai bisogni collettivi. No, l’Individuo è altro. E’ bisogno di sentirsi in-diviso, di dare continuità e forma al proprio essere al mondo.
Jim Morrison traccia più volte di sé un ritratto che oscilla tra il sacro e il profano, non esitando a definirsi uno sciamano con l’anima di un pagliaccio, un medicine-man, un poeta, un trascinatore naturale, figure che ricordano ancora una volta i ruoli che il poeta francese elenca in Enfance IV:
Io sono il santo…
Io sono il sapiente…
Io sono il viandante della strada maestra…
Rimbaud voleva una sola stagione all’Inferno, consapevole che laggiù non si possiede l’energia necessaria a cambiare in meglio. Morrison probabilmente raggiunse la stessa consapevolezza negli ultimi anni della sua vita, quando decise di rivoltarsi contro il suo destino di cantante rock, decidendo di andare a vivere a Parigi per seguire la sua vocazione di scrittore e probabilmente anche quella di suicida.
Il clown-voyou, stanco dei rituali, si sottraeva al dominio delle folle per ritirarsi al mondo della propria interiorità, combattendo lo stesso compiacimento del suo pubblico, sedotto non tanto da lui quanto dalle immagini che era in grado di evocare.
C’è un pubblico al nostro dramma.
Magica maschera d’ombra.
Come un eroe di sogno, lavora per noi,
a nostro nome.
Quanto siamo vicini alla versione definitiva?
Cado. Dolce oscurità.
Strano mondo che aspetta & sta a guardare.
Antico orrore del non esistere…
(Jim Morrison, Poesie, 1966-1971)
Io! Io che mi ero detto mago o angelo, dispensato da ogni morale, eccomi riportato al suolo, con un dovere da cercare, e la realtà rugosa da stringere… (Arthur Rimbaud, Adieu, da Une Saison en enfer)
Morrison come Rimbaud volle essere libero come uomo e come poeta. Entrambi scoprirono che la libertà portava inesorabilmente a una solitudine che solo gli angeli potevano sopportare. Loro, gli eletti, i poeti, gli intermediari tra Dio e il mondo.
Note dell’autore:
Per le Opere di Rimbaud si fa riferimento all’edizione “I Meridiani Collezione” della casa editrice Mondatori, Milano, 2006. Per le Poesie di Jim Morrison si fa riferimento al testo “Tempesta elettrica”, Mondatori, Milano, 2001.