Marialuisa Vallino
Corde d’anima e bailaores
Sentimiento flamenco a Montecatini
Danza
Nel giardino della Petenera
Nella notte del giardino,
sei gitane,
vestite di bianco
ballano.
Nella notte del giardino,
incoronate,
con rose di carta
e visnághe.
Nella notte del giardino,
i denti perlacei
scrivono l’ombra
bruciata.
E nella notte del giardino,
le loro ombre si allungano,
e raggiungono il cielo
violacee.
(Federico Garcìa Lorca, dal Poema del Cante Jondo, 1931)
Le strofe del cante jondo introducono il ritmo e il colore della cultura flamenca. Fortemente influenzata dal popolo nomade dei gitani, essa affonda le sue radici nella tradizione musicale ebraica e nei primitivi sistemi musicali dell’India.
Un canto profondo diviene esperienza travolgente per i fruitori se i cantaores e i bailaores riescono ad annodare pathos e abilità tecnica nelle loro performances. All’interno di una rappresentazione tipica di flamenco il chitarrista suona degli assoli melodici (falsetas), intervallati a dei momenti in cui predispone un compás per il cantante che intona delle letras.
L’interesse pubblico per il flamenco si deve soprattutto a poeti e scrittori, primo fra tutti Garcìa Lorca, che ne spostarono l’area di esecuzione artistica dalle classi meno agiate dell’Andalusia a una comunità sociale sempre più vasta, fino all’approdo nei conservatori e nei teatri.
Tra gocce di poesia e ritmo vibrante, il “silenzio ondulato dell’anima” diviene nel flamenco un vortice emozionale di Vita e Morte, Gioia e Dolore, che incatena alla terra antica e profonda le radici dell’Io.
Movimento e catarsi, urlo e silenzio scandiscono i tempi dell’anima e l’anima del flamenco è il cante cui si aggiungono chitarra e danza…
La maggior parte dei palos vedono la presenza di chitarra flamenca, canto e ballo. Se è vero che il flamenco nasce come espressione popolare della festa in famiglia o nei locali, è anche vero che nei suoi ulteriori sviluppi raggiunge il palcoscenico. Nelle esecuzioni teatrali le compagnie di flamenco danno vita a rappresentazioni assai suggestive che prevedono coreografie condivise e un uso ridotto dell’improvvisazione tipica del tablao.
Il flamenco torna ancora una volta nei teatri italiani con uno spettacolo di pregevole livello e un ballerino che è l’archetipo puro e perfetto della cultura artistica andalusa.
Presenza perturbante, sempre in bilico tra una dissacrante, violenta sensualità e una sottile spiritualità, il grande artista sivigliano Antonio Marquez si è esibito sul palcoscenico del Cinema-Teatro Imperiale di Montecatini Terme, il 13 agosto, su iniziativa dell’associazione culturale Il Parnaso.
Riuscitissimo il connubio con la Compania Juan Lorenzo che vanta la presenza di artisti di fama internazionale quali Juan Lorenzo (prima chitarra), Federico Pietroni (seconda chitarra), Josè Luis Salguero (cantaor) e Dario Carbonel (percussionista).
Le strofe lorchiane hanno introdotto il pathos andaluso e l’entrèe di Elena Presti, Pilar Carmona, Lara Lougue. Sensuali ed eleganti nei costumi gitani che si armonizzavano di volta in volta al sentimiento del palo rappresentato, le ballerine hanno mostrato una grande abilità tecnica, soprattutto nel braceo, i cui movimenti accennavano all’uso di nacchere, abanico e manton, accessori di fatto assenti nel baile.
Sentimento e ritmo hanno reso possibile uno spettacolo intrigante e fortemente evocativo, enfatizzato, oltre che dalla presenza di un ballerino eccezionale e affascinante, anche dall’esecuzione di suggestivi brani per chitarra flamenca, primi fra tutti, quelli di Sabicas.
Una magnifica escobilla di Marquez ha evidenziato la sua vena da torero, l’altra identità che come un’ombra segue il ballerino sui palcoscenici di tutto il mondo.