Claudio Elliott 

L’aquila cinquanta per settanta       
 

Claudio Elliott è nato in Australia, ma vive in Italia da quando ha otto anni. Docente di scrittura creativa, insegna Lettere nella scuola media. Scrive per importanti riviste ed è autore di numerosi romanzi per ragazzi. Tra le sue opere ricordiamo: "Il barcone della speranza" (Raffaello), "Birillo alla scoperta del mondo" (Edizioni il Rubino), Game over (Edizioni Le Monnier), Le due vite di Aya (Edizioni Le Monnier), "Giovanna d'Arco: i lupi e il vento" (Medusa Editrice), "Quattro parole dal passato" (Medusa Editrice), "Il tesoro dei briganti" (Medusa Editrice).

 

L’aquila tagliò l'orizzonte planando. Quella mattina si sentiva inquieta. Il sole non era del solito rosso fuoco, e le nuvole le erano parse sbiadite. La rugiada, che in genere ammanta l'erba notturna, quella mattina era già evaporata. O forse non si era neanche posata.

L’aquila si sentiva inquieta. I rumori della natura, quei suoni, quei bisbigli, quegli squittii, quegli sbadigli, quelle voragini di silenzio intervallate a sferzanti abbai canini, ecco: i rumori della natura quella mattina non giungevano alla sua sensibilità così allenata.

Era davvero inquieta, l’aquila: la sua planata larga e alta si fece nervosa, il suo sguardo superbo e penetrante si fece interrogativo e trepidante. Qualcosa stava accadendo: non percepiva il solito movimento rapido misto a pavidità dei piccoli roditori tra l'erba giallastra di luglio; non riusciva a udire il suono mai troppo estasiante dei serpentelli che, ignari, percorrevano le solite strade. Quella mattina non riusciva neanche a bearsi dell'aria che, scivolando attorno alle sue ali, la sollevava e la coccolava e la dondolava e la sollevava di nuovo. No, quella mattina non c'era neanche l'aria. L’aquila tagliò l'orizzonte planando, sempre più inquieta.

Una sensazione strana: si sentiva osservata. Non le era mai capitato prima. Neanche dal suo compagno di voli e di accoppiamenti si era mai sentita così scandagliata, scrutata, quasi sezionata. Neanche dai suoi piccoli, nei caldi nidi lì sulle rupi. Era una percezione assolutamente innaturale: era lei la Regina del Cielo che dall’alto dominava tutto, e più su di lei non c’erano che aria e aria e nuvole e nuvole. Girò il collo verso l’alto (un gesto che non aveva mai fatto prima mentre planava nel cielo) e la sensazione crebbe. Non vide niente, ma qualcosa c’era.

E gli alberi? Quei pini e quegli abeti e quei cedri erano meno imponenti del solito, il loro verde era meno verde. Non percepiva il movimento delle fronde, non vedeva ruzzare gli uccelli tra un ramo e l’altro. Non li sentiva cinguettare.

Era inquieta e l’inquietudine le prese le ali. Sentiva un peso innaturale nell’aria e sentiva quegli occhi su di sé. Non poteva essere un altro rapace, un’altra aquila, un falco, un gheppio o una poiana: ognuno aveva i suoi territori aerei da percorrere, e comunque lei li dominava dall’alto. In genere.

Quella mattina insolita anche il fiume, il suo punto di riferimento più sicuro, scorreva più lento, sembrava fermo, e il suo azzurro era meno azzurro del solito.

Planò inquieta nell’aria ferma, l’aquila. La sensazione di essere osservata aumentava ogni volta che una corrente d’aria appena accennata le faceva cambiare direzione. Fino al giorno prima le piaceva farsi trasportare dall’indifferenza dei refoli di vento, perché controllava il suo territorio senza stancarsi, da lassù, cullata e sicura, maestosa e superba. Fino al giorno prima: ora si sentiva prigioniera. Ecco la sensazione. Ricordava il suo compagno che era stato ferito da un cacciatore, poi era stato messo in una gabbia affinché guarisse: liberato poi, le aveva raccontato della sua prigionia, le aveva fatto vivere la sua limitatezza.

Così si sentiva, quel giorno. Osservata e prigioniera.

Quella casa, poi, laggiù. La vedeva sempre, ed era poco interessante.

Si aspettava il cane chiassoso e il ragazzo davanti a una tela da pittore. Come sempre. Quel cane era insopportabile, perché quando la vedeva stagliata contro il cielo abbaiava, ed era un suono sgradevole a cui lei ribatteva col suo verso squillante e insistente. Era un singolare concerto di suoni.

Ma quel giorno il cane era zitto, accucciato ai piedi del ragazzo, e non reagiva alla sua presenza, alla presenza dell’aquila.

Per un attimo, uno solo, un piccolo infinito attimo lungo come l’eternità, fissò le sue pupille da rapace negli occhi neri del pittore. E fu la fine.

Si divincolò, si scosse, si rivoltò nell'aria rarefatta, aveva la sensazione di cadere (lei, la Regina del Cielo) ma più si muoveva più diventava immobile: era tutto inutile: il ragazzo l’aveva carpita con gli occhi e l’aveva disegnata, e ora si trovava prigioniera di una tela. Orizzontale. Cinquanta per settanta. 


 
 
 

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