Carmen Tarantino
‘ Te piace ‘o presebbio?’ Eduardo e la metafora dell’anti-eroe
… “Ma che devi sapere! Che vuò sapé...Fa ‘o presebbio, tu”.
Questa è l’algida risposta che riceve Luca Cupiello, protagonista di Natale in casa Cupiello, opera teatrale che Eduardo De Filippo rappresenta per la prima volta come atto unico il 21 dicembre del 1931 al teatro Kursaal di Napoli, quando, timidamente, cerca di uscire dal mondo idilliaco che si è costruito con un ingenuo e commovente candore, lo stesso con cui con cui si è costruito anche il suo inseparabile Presepe.
Luca Cupiello è sicuramente, tra i personaggi eduardiani, quello che, per certi versi, meglio incarna l’ideale dell’ antieroe-bambino.
Rappresenta il tentativo, apparentemente poco maturo di rimanere a galla in un mondo dove ‘si sono imbrogliate le lingue’, dove tutto è il contrario di tutto e dove la realtà, che pretende con forza di essere inquadrata in una dimensione razionale, sfugge continuamente e si presenta frammentata e disponibile alle molteplici interpretazioni che di volta in volta si presentano, consone alle circostanze o alle epoche storiche.
In Natale in casa Cupiello la realtà che Luca rifiuta è la disgregazione della sua famiglia. La sua è una famiglia disintegrata, in perenne conflittualità interna. Conflittuali sono le relazioni marito-moglie (Luca e Concetta), padre-figlio (Luca-Nennillo), nipote-zio (Nennillo-Pasqualino), madre-figlia (Concetta-Ninuccia) marito-moglie (Ninuccia e Nicolino, giovani coniugi in crisi).
L’avvenimento rivoluzionario dell’intreccio culmina nella trasgressione di Ninuccia al codice d’onore del matrimonio (per l’intrusione dell’estraneo, Vittorio, nel nucleo familiare). Si determina così la catastrofe ma Luca non vede e non si accorge di niente e l’ostinatezza con cui continua a rifugiarsi con gli occhi e con il cuore di un bambino nella ‘Sacra Famiglia’ rappresenta l’estensione del suo sogno.
Il suo risveglio, così come spesso accade ai bambini, si polarizza su un pensiero fisso. L’idea di dover completare il presepe rappresenta la ragione di vita di Luca. Concetta, che al contrario è adulta e disprezza il lato infantile di Luca non condivide questa preoccupazione e dice ‘’O cielo m’ha voluto castigà cu’ nu marito ca nun ha saputo e nun ha vuluto fa’ maie niente… Vedete si è possibile: n’ommo a chell’età se mette a fa’ ‘o Presebbio”.(Atto I).
Questa freddezza, che rende il protagonista sempre più estraneo al mènage quotidiano, spinge Luca a rivendicare con più forza lo spazio, scenico ma anche psicologico, in cui costruire il suo mondo. Il presepe è, come ha più volte sostenuto lo stesso Eduardo, “qualunque cosa che non ha attinenza con i problemi veri di un uomo” e qui rappresenta, nel sogno di Luca-bambino, l’ideale della famiglia.
Il candore tiene Luca Cupiello legato ad un filo magico che gli impedisce non solo di superare ma perfino di vedere il confine che separa il sogno dalla realtà, la poesia dalla prosa, l’infanzia dalla maturità. Luca è come Don Chisciotte, un costruttore di sogni. In ciò si differenzia dagli altri, da coloro che ai sogni non vogliono credere (Nennillo) o non credono più (Concetta). Tutto il primo atto è attraversato e ritmato dal lei-motiv:
LUCA- “Te piace ‘ o presebbio?”
NENNILLO (freddo)- “Non mi piace”.
L’effetto è quello bergsoniano del diavolo a molla, una molla di genere morale, un’idea che uno esprime e l’altro reprime, come spesso accade nei dialoghi tra bambini, e che si concretizza nella reiterata domanda che Luca rivolge al figlio Tommasino (Nennillo viene affettuosamente chiamato nella commedia), nella speranza che il ragazzo -che non incarna certamente l’ideale del figlio modello e che al contrario sembra essere stato ‘allevato per la galera’-, smetta di rispondere: ‘ A me nun me piace’.
Ma del mondo degli adulti Luca non comprende nemmeno il linguaggio. Quando si sente escluso dal bisbiglio tra la moglie e la figlia intente a riferirsi confidenze, disarmato dice: “Niente, niente…è un altro linguaggio” (Atto I).
La sua mania per il presepe lo esclude dal mondo degli altri, trasformando anche il suo linguaggio in un parlare speciale, come si legge nella versione del testo del 1959. Il Presepe per Luca-bambino oltre a configurare sul piano iconografico il mito della famiglia unita, affiatata, non toccata dai mali esterni, rappresenta un’occasione di fuga o di riparo dai problemi più scottanti della vita quotidiana. L’esclusione da parte degli altri è subito colta dal protagonista come opportunità di autoesclusione e la difficoltà di comunicazione è rappresentata anche dalla impossibilità di pronunciare la parola che per il protagonista incarna l’unità familiare:
LUCA-“Quando viene Pasqua, Natale, queste feste ricordevoli …Capodanno…allora ci rinuriamo, ci nuriniamo…ci uriniriamo…(Non riesce a pronunciare l’espressione “Ci riuniamo”; sbaglia, annaspa ci riprova inutilmente) Insomma, voglio dire…mia figlia non abita con noi” (ATTO II).
E continua: “ Mesi e mesi non ci vediamo…ecco che quando viene Natale, Pasqua…ci rinunchiamo…ci ruminiamo, (Prova ancora un paio di volte, finalmente spazientito decide di chiarire a modo suo quel concetto formulando una frase più comune) Vengono e mangiamo insieme”. (Atto II)
La difficoltà di pronuncia è strettamente connessa all’avvenuta frattura tra significante e significato. Riunirsi è l’emblema dell’armonia familiare che a casa Cupiello non c’è più. Tutta la vicenda sembra connotarsi come un succedersi degli eventi inteso soprattutto a definire il percorso di un’anima quella credula e candida dell’antieroe-bambino, dall’illusione alla disillusione cruciale, fino alla separazione definitiva dell’interiorità dal contesto inadeguato del mondo esterno.
Neanche in punto di morte Luca riesce a staccarsi da quella monomania, forse l’unico vero senso della sua esistenza, che lo ha tenuto in vita. L’insistenza con cui continua a chiedere al figlio se gli piace il presepe rappresenta ancora una volta il desiderio di rendere reale il suo sogno. Dopo aver ottenuto il sospirato “sì” Luca disperde il suo sguardo ingenuo lontano ”per inseguire una visione incantevole: un Presepe grande come il mondo” .(did., atto III)
Si ritorna per questa via all’analogia fra temi dell’io e mondo dell’infanzia. Dopo l’impatto crudele con la ‘ragione degli altri’ ovvero, dal punto di vista di Luca, con il loro irrazionale rifiuto a ‘riunirsi’, è naturale che egli si isoli ancora di più nel suo delirio tra il sonno e la veglia (come avviene nel terzo atto) in quel suo eterno presente ‘elastico e infinito’ collegato esplicitamente dal dottore ad una specie di blocco infantile:
DOTTORE- “Luca Cupiello è stato sempre un grande bambino che considerava il mondo un enorme giocattolo…quando ha capito che con questo giocattolo si doveva scherzare non più da bambino ma da uomo …non ha potuto. L’uomo Luca Cupiello non c’è. E il bambino aveva vissuto troppo”.