Antonio Turi

Editoriale

Ebbene sì. Dopo quasi due anni di lavoro ininterrotto, la nostra rivista ha deciso di prendersi una pausa. E’ stato questo il mio pensiero quando ho ricevuto l’ultima e-mail dalla nostra infaticabile musa ispiratrice, Angela Pugliese. Invece no. Non di pausa si trattava quanto della proposta per l’argomento del nuovo numero, questo, della nostra rivista.

Il Caffè, era questo l’argomento proposto da Angela Pugliese e, come sempre, subito accettato dalla intera redazione. Perché in fondo, se è vero che non era una vera e propria pausa, certamente un tale argomento si prestava ad essere avvicinato con le più diverse armi. Perfino quella della ironia. Ed infatti i contributi di questo numero spiccano per varietà e approccio.

Da parte nostra, poiché per lavoro mi trovo in questo periodo a frequentare due città sedi di due caffè che hanno fatto parte della nostra storia letteraria, il Pedrocchi a Padova e il Florian a Venezia, mi limiterò a due considerazioni proprio sulla funzione aggregativa che il caffè inteso come luogo di ritrovo ha avuto e, forse, ha ancora.

Storicamente il caffè era il luogo dove ci si riuniva per parlare con gli amici. Ovvio che proprio gli artisti, che più di altre categorie avevano la necessità di incontrarsi per confrontarsi sulle proprie teorie, non potevano che eleggere il caffè a luogo privilegiato del dibattito artistico.

Il caffè aveva il pregio di essere pubblico, e quindi aperto ad amici e nemici, all’altro, al diverso, al nuovo. Il caffè aveva poi il privilegio di essere riscaldato. Cosa che in altre epoche era di capitale importanza. Illuminanti da questo aspetto i diari di Sartre o di Simone De Beauvoir, per citare i primi che mi vengono in mente. Al caffè ci si poteva, volendo, anche azzuffare. Metaforicamente, ma anche praticamente.

Oggi da più parti ci si lamenta del fatto che proprio questa funzione aggregativa del caffè è sparita. In favore, inutile dirlo, di Internet. Che con le sue molteplici possibilità offre luoghi dove l’incontro diventa con il passare dei mesi sempre più virtuale.

Si resta a casa, si mette la temperatura del riscaldamento al livello che più ci piace, ci si connette ed ecco che la conversazione con l’altro gode anche della possibilità di avere a disposizione la rete (con il suo bagaglio di conoscenza), la propria biblioteca. E se poi proprio ci va, possiamo anche alternare lavoro e conversazione.

Sarebbe interessante capire se in questa trasformazione e, innegabile, scomparsa del caffè come luogo degli incontri, quello che si sta perdendo, sia un valore importante. Se questi valori in via di estinzione, sono sostituiti da altri, magari superiori o più importanti.

In attesa di notizie, per quello che mi riguarda, me ne resto a casa. Invitando i miei amici a prendere il caffè insieme. Ciascuno nella propria abitazione.

Davide Mezzina, ne “Socrate al caffè: l’inutilità delle cose inutili” prova a creare una connessione fra filosofia e caffè, andando a cercarla quando ancora il caffè non esisteva. O meglio, non era ancora arrivato in Europa. Con gusto, Mezzina trova questa connessione nell’essenza della bevanda e della scienza.

Palma Laera, in “Omaggio al caffè di Johann Sebastian Bach: la cantata BWV 211”, ci ricorda che il compositore tedesco, oltre ai capolavori religiosi, ha avuto una grande attenzione anche per la cultura mondana. La cantata descritta, divertente, è chiamata anche, caso, “Cantata del caffè”.

Marialuisa Vallino, in “Dai Caffè ai Festival cinematografici: vecchi e nuovi luoghi dell'arte”, parte dall’esperienza dei caffè francesi dell’ottocento per trovare una connessione con l’esperienza nostrana e riferirci di un importante festival svoltosi recentemente a Bari.

Conclude la pattuglia dei “saggisti” Angela Pugliese, che in “Arte, letterarietà e scrittura nella prosa contemporanea per ragazzi: uno sguardo tra i romanzi di Claudio Elliott” approfondisce con la consueta competenza l’opera dello scrittore potentino. Quello di Angela è un intervento di grande profondità, da non consumare come un caffè ma da centellinare come un whisky d’annata. Il caffè verrà subito dopo.

Angela Pugliese, in “Due anni di ApertaMente in un caffè immaginario”, da ideatrice e asso nella manica di “ApertaMente” ci propone anche alcune riflessioni sull’inizio del terzo anno di vita della nostra rivista.

Nutrita come non mai la pattuglia dei narratori. Comincia Viviana Soldano, che ne “Il professore” usa il caffè come pretesto per raccontarci con toni sommessi una bella storia. Continua Patrizia Palma, che sempre nello spazio di un caffè, in “Une Histoire d’amour” gioca con il nostro tema costruendo un delicato calembour.

Stefania Pagano con “Incontro al bar” scatta una fotografia sull’incontro a distanza di tempo fra due vecchi amici. Il caffè diventa simbolo di un’amicizia capace di superare non solo la distanza, ma anche il tempo.

In “La storia coperta” Claudio Elliott si conferma una delle voci migliori della nostra narrativa, abbandonando per noi il territorio della narrativa per ragazzi e offrendoci un racconto denso di dialoghi di grande scuola. Da leggere e gustare.

A Silvana Tittarelli il compito di rappresentare i nostri poeti. In “W il caffè” unisce all’omaggio al nostro tema gli auguri natalizi per i nostri lettori.

Infine completa il numero 13 di Apertamente un disegno, opera di Anna Maria Lisi. In questo modo intendiamo inaugurare una sezione che speriamo diventi presto molto più ampia e significativa.

 

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