Claudio Elliott
La storia coperta.
Per la biografia dell'autore, rimandiamo i lettori al numero precedente.
Che poi alla fine questi entrano, consumano e se ne vanno, alla fine a me cosa può importare? Immersa nell’odore antico del caffè, mentre aziono la macchina, picchio il serbatoio, tutto meccanicamente, il mio interesse è per lo specchio, che mi rimanda le loro immagini, quando entrano e quando escono. Lo specchio è dietro la macchina del caffè, e so, so, che quando preparo la bevanda nera e quindi do loro le spalle, tutti i maschi, tutti, fissano quella che un amico originale definì la mia parte migliore. Non aveva capito niente.
Sì, c’è il solito micragnoso che lo vuole caldo nella tazza bollente, miele e non zucchero (“così non si altera il gusto, sa, signorina”) , e mi avvolge in un sorriso antipatico, non lascia un centesimo di mancia e gli devo anche rispondere, cosa che faccio con una smorfia che lui prende per.
E poi c’è. E poi anche. Novità, nessuna.
Andrea.
Anche stamattina non si è visto. Lui non è una novità.
La prima volta sì, una settimana fa, o poco più.
Entrò e chiese un bicchiere d’acqua e neanche lo vidi, misi il bicchiere nei pressi delle sue dita mentre parlavo col direttore della Banca (cappuccino con una spruzzata di cacao amaro), e quando mi giunse un grazie, solo allora lo guardai.
Un belluomo. Senz’apostrofo. Non aveva apostrofi, ma bei capelli, bel naso, sguardo vivido e mani eleganti.
- Quant’è? – chiese.
Feci spallucce.
- Al nord te la fanno pagare, l’acqua – disse. Mi voltai e mentre servivo la signora, quella della brioche vuota (che gusto ci sia in una brioche vuota, boh), sentii lo sguardo di lui che pungeva la mia schiena e il mio tatuaggio che inizia appena sopra la cintura. Ma il meglio è sulla natica.
- Un fiore? – chiese.
- Cosa?
- Quello.
- Può darsi – dissi, e solo allora mi accorsi che poteva essere un incoraggiamento. Beh, alla fine che male ci sarebbe stato?
Ecco il professore, quello che chiede sempre il caffè decaffeinato ed è gentile e non ha secondi fini con il suo sorriso.
- Quel tatuaggio è oggetto di studi – disse, e il belluomo gli chiese cosa intendesse dire. Facevo finta di preparare il caffè, e in realtà lo preparavo, ma quella novità la volevo sentire tutta. Il mio fondo schiena oggetto di studi era una vera novità.
- Noi qui, i clienti abituali, abbiamo fatto scommesse sulla fine della storia – disse il professore.
- La fine della storia? – chiese Andrea. Si accomodò sullo sgabello.
- Beh, un tatuaggio è una storia – disse il professore, e la cosa mi piacque. Non gli avrei mai assegnato una tale profondità di pensiero. Perché poi basta poco per capire una persona. Per me qui sono tutti solo clienti. Lui ora era salito in classifica, ed era un Cliente. Con la maiuscola.
Andrea non disse niente. Aspettava. Anche io. Il professore bevve il caffè.
- Prima domanda: perché una bella ragazza si fa un tatuaggio in quel posto; e poi: cosa c’è là sotto; e poi: finisce sulla rotondità della natica o prosegue? Noi vediamo solo un tralcio. Ma avrà un significato, no?
- Possiamo chiederlo a lei – sussurrò Andrea.
- Non è delicato.
Ero impegnata con altri clienti, e giocoforza davo spesso le spalle ai due. Le mie orecchie non si allontanavano.
- Allora abbiamo scommesso sulle tre cose, così per gioco, io e un mio amico. Prima sul perché.
- La storia – disse Andrea.
- Già. Che poi è l’aspetto più intrigante. Non trova, signor…
- Andrea.
- Andrea. La forza. Dal greco. Dicevo, la storia. E anche il luogo. E poi il fatto: esibire il proprio sedere a un estraneo per farsi fare un disegno indica coraggio e impudicizia. E quindi c’è un significato, per lei.
Se sapessero. Se sapessero.
- E che ipotesi avete fatto? – chiese fissando i miei occhi. Li fissò davvero. Ma la domanda era diretta al professore. E io servii altri caffè, altri cappuccini.
- Più ipotesi.
A quel punto squillò il telefono di Andrea, si allontanò e non lo vidi per una settimana. O poco più.
Mi ero ritrovata più volte a pensare a lui. Cosa aveva di diverso? Il suo sguardo, senz’altro. In quell’attimo in cui aveva agganciato i miei occhi, una settimana fa, avevo sentito un brivido. E sì che sono navigata, mica mi basta un brivido per sapere. E non era attrazione.
C’è un attimo di pausa. I soliti che consumano e se ne vanno, e cosa mi può importare? Le nostre strade non convergono. Loro sono clienti, io la ragazza del bar. Stop.
- Il nostro amico non si è visto? – chiede il professore.
- Chi?
- Quell’Andrea, mi pare.
- Ah, quello a cui lei spiegava le ipotesi sul mio tatuaggio.
- Mica si è offesa?
- Vuole scherzare? Sentivo una parola sì e una no. E poi è un onore essere oggetto di uno studio così approfondito.
- Non è lei l’oggetto, Sara. È solo una parte di lei.
- Crede? – chiedo, e lui mi guarda e poi gira lo zucchero nella tazza e solo dopo si accorge che il caffè l’ha già bevuto.
E ora entra Andrea, e mi sorride ma i suoi occhi sono assenti.
- Oh, il nostro amico. Cosa le posso offrire? – fa il professore.
- Un espresso.
Quando mi volto per prepararlo, so che loro osservano il tatuaggio.
- Il suo fiore – dice Andrea – e le sue ipotesi.
- Già.
- Forse non è un fiore – dice Andrea, mentre mi allontano verso un paio di ragazzine che stazionano davanti alla vetrinetta delle brioches.
- Bah, una cosa simile a – sento che dice il professore, poi per un po’ sono indaffarata e li vedo che parlano, e un po’ mi sento imbarazzata. Dico la verità: a me piace essere osservata, ho un bel corpo e non me ne vergogno (sì, da ragazzina mi davano fastidio i commenti dei miei compagni sul mio seno o sul sedere, commenti salaci e quindi per niente eleganti).
Ma quei due non possono sapere la verità.
Osservatemi, scrutatemi, sono a vostra disposizione.
Perché voi a Genova non c’eravate. Ora siete qui, in questo bar, in questa città di montagna, e fissate una parte di un lungo tatuaggio, di cui voi vedete solo un piccolo lembo.
Ma se, Andrea, professore, poteste dare un’occhiata più approfondita, vedo il vostro imbarazzo sul viso.
Un’idea. È una buona idea.
Certo lui non se lo aspetta, ci conosciamo appena, se si può chiamare conoscenza quella tra una ragazza del bar e un cliente.
Devo trovare il momento adatto.
Ora.
Il professore è andato via. C’è poca gente. Mi avvicino ad Andrea, e poggio il mio viso a stretto contatto col suo ed è la prima volta che i nostri occhi sono così vicini e i nostri profumi.
Non si scosta.
- Vuoi vedere il tatuaggio? – gli chiedo.
Non sembra stupìto dalle mie parole e risponde:- Quando?
Così, semplicemente. Credo che abbia equivocato sull’invito, ma non controbatto, gli dico che esco alle ventidue.
- Da me – fa lui.
- Da me – faccio io. – Mi trovo meglio.
Va via, ed è davvero un belluomo.
Chissà se lui c’era, a Genova.
Potrà capire?
Può capire, ora, nel mio appartamento, che lui osserva curioso, che lui nota spoglio ma accogliente? può capire ora che mi tolgo la camicetta e rimango in reggiseno e mi volto e lui vede ora bene quel tatuaggio, quell’inizio di tatuaggio?
Gli dice di sfiorarlo, e lui tocca appena, e ha un senso di repulsione credo, perché stacca il dito, e io gli dico: - Ora vuoi vedere il resto?
E ancora una volta lui sta equivocando, perché comincia a sfilarsi la camicia.
E mi tolgo i pantaloni, e lui si ferma e vede il tatuaggio che prosegue, pianta verde e rosa e marrone, giù fino all’orlo delle mutandine e quando me le sfilo lui lo vede che si insinua, pianta verde e rosa e marrone in rilievo, fino alla fessura tra le natiche.
Può capire ora?
- Cosa è? Non ho visto mai un tatuaggio così.
- Ci credo. Passaci il dito, ma non fermarti mai.
- Fino a lì?
- Fino a lì.
E lui lo percorre con il dito, e sento che trema a sentire quel rilievo e lui sente che io tremo, il suo è un tremore perplesso, il mio è terrore di un ricordo, poi chiede: - Perché me lo fai vedere e toccare? Fa impressione, a toccarlo
- Vedi che non è un tatuaggio vero e proprio?
- Lo vedo e lo sento. Sembra una copertura colorata, una plastica, non so, di un taglio...
- Sei bravo. È proprio così – dico e mi rivesto e lui capisce che è per quello che sono qui.
- Sei caduta da piccola su una cosa tagliente? Sembra un taglio profondo.
- No. Ero una bambina attenta. Ora sono la ragazza di un cafè. Alla francese.
- E nel mezzo, dall’essere bambina all’essere ragazza del cafè, alla francese?
Lo guardo, e lo compiango. È un uomo e non capisce. Gli uomini non capiscono niente.
- Cosa mi ha fatto questo taglio? – gli chiedo, e ora siamo sul divano e la sua avventura con la ragazza del bar è finita.
- Se non è stato un vetro – dice, - può sembrare.
Esita. Dico che non faccio parte della mala, non ho partecipato a risse.
- Eppure – dice lui – è un taglio di arma affilata.
- E tu lo sai perché sei poliziotto.
Noto che ha un attimo di esitazione. O forse l’ho solo immaginato.
- Come fai a saperlo? Sono nella polizia da pochi mesi, neanche un anno.
- Ti osservo. Ti ho visto poco, anche dallo specchio del bar che è il mio osservatorio privilegiato; do le spalle alla clientela, ma la vedo non vista; e ho notato come guardi le cose. Non come il professore, che vive di teorie e sono anni che non vede un culo. Tu hai lo sguardo attento, indagatore. E poi cammini come un poliziotto. E hai l’odore di un poliziotto. E la voce e il tono del poliziotto. E appena entrato qui dentro hai registrato tutto, hai scrutato tutto, domani sapresti dire anche se ho spostato un granello di polvere.
- Ed è perché sono un poliziotto che mi hai mostrato il tatuaggio?
Non si è meravigliato, non ha reazioni umane, è deludente.
- Io la chiamo cicatrice – gli dico.
- Di fatto lo è.
- Ed è stata fatta da un’arma affilata. Ma non mi hanno creduta.
- La polizia non ti ha creduto? Sei stata aggredita?
Rido. Non ha capito. Lui a Genova non c’era, di sicuro.
Capirebbe.
Forse.
Dico: - Mica furono solo manganelli e calci sulla testa e pugni sulla pancia.
Non parla. Mi fissa. Sta iniziando a capire, ma il suo sguardo mi dice che non ha messo a fuoco.
Mi alzo dal divano, vado alla libreria, prendo dei ritagli di giornale.
Glieli porgo, e lui li guarda e sussurra: - Lì, a Genova? Il G8? Tu eri lì?
- Oh sì. E anche tu.
Lui scuote la testa, come a dire no, non c’ero, sono troppo giovane.
Allora mi sfilo i pantaloni, di nuovo, e sollevo l’orlo delle mutandine, e gli metto in faccia il mio tatuaggio e lui ci passa il dito, di nuovo.
Mormora: - Io c’ero.
Oggi il professore mi guarda strano. Nota che ho la camicia nei pantaloni e non si vede neanche un pezzetto di pelle scoperta.
- Ha coperto la storia – dice.
- Non è quello che facciamo un po’ tutti?
Dallo specchio vedo che è deluso, si guarda intorno. Non beve il caffè.
Esce.