Davide Mezzina

E se tra noi ci fosse ancora William S. 

Il tema di questo mese risulta difficile da affrontare soprattutto perché su Amore, dolore, condivisione è stato scritto di tutto di più e si potrebbe  finire per cadere in una carrellata di luoghi comuni che non servono a chiarire le idee a nessuno, ma forse a confondere. Tuttavia dal momento che l’uomo di tutte le epoche e soprattutto quello contemporaneo si è misurato e si misura con questi temi vorrei provare a fare qualche considerazione su questi argomenti. A tale riguardo prendo le mosse da alcuni caratteri della nostra attuale società quali ad esempio la globalizzazione, lo strapotere dei linguaggi digitali, il progressivo sviluppo dell’indifferenza nei confronti di cose, situazioni e soprattutto di persone; il modo di vivere il tempo. A proposito del tempo penso che per sua natura, esso non abbia confine e neppure fine: è come un pensiero notturno che vaga nello spazio libero dal nostro corpo e da qualsiasi altra costrizione. Quasi come Pindaro spazia nei ricordi di ognuno di noi con gli occhi dell’anima e scruta i nostri più intimi pensieri e si accorge delle nostre gioie e dolori passati e presenti e ce li fa riemergere e riscoprire. A volte siamo spaventati di riassaporare antichi sentimenti ormai dimenticati, quasi avessimo paura di vivere a pieno la vita, la nostra vita. Ricordo quando ero poco più di un bambino. Frequentavo la scuola media. Queste furono un giorno le parole di mio padre, camminando sul porto di Molfetta: “Figlio mio, non avere mai paura delle emozioni perché, vedi, sono loro che ti rendono vivo, vitale uomo. Solo una cosa ti consiglio di temere: l’indifferenza”. Ed io di rimando chiesi perché dovevo temere l’indifferenza se ci consente di non soffrire. E lui: “Perché, caro mio, l’odio lo puoi combattere; l’amore lo puoi apprezzare e condividere, ma l’indifferenza no perché è come un’ameba amorfa pronta ad ingurgitare qualunque sentimento. Non è altro che il guanto asettico con cui noi ci liberiamo delle nostre passioni”. Ora, a distanza di quasi trent’anni da quel giorno, inizio a capire forse il significato di tali parole e mi viene in mente il William  del titolo, Shakespeare, che dall’alto con sguardo severo si rivolge all’uomo moderno e sembra dirgli: “Ecco ora le vedo, sì, le vedo le vostre anime traslare dai vostri corpi, portate dalle vostre emozioni; sì quelle stesse emozioni che troppe volte avete costretto nel vostro intimo in nome dell’apparenza. Sì, sì, libratevi nell’aria e non abbiate timore. Vedete esse sono voi stessi, la vostra libertà. Porgetegli la mano e lasciatevi condurre da loro senza paura, perché anche i sentimenti costruiscono la storia”. Tutto ciò perché come lo stesso W.SHAKESPEARE afferma: “ L’amore non è lo zimbello del Tempo, anche se rosee labbra e guance cadono nel compasso della sua falce ricurva; l’amore non muta con le sue brevi ore e settimane, ma resiste fino all’orlo del giudizio e se questo è errore e mi sia provato io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato”.


 

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