Angela Pugliese

In ricordo... 

È da poco venuta a mancare all'affetto dei suoi cari ed al mondo della critica letteraria e della francesistica, Anna Maria Balestrazzi, una grande studiosa, brillante settecentista e generoso professore.

Il ricordo che voglio offrirne in questo scritto è, tuttavia, quello privato e personale che ha un'allieva dell'amatissima maestra.

Avevo diciotto anni ed ero iscritta al primo anno di Università quando la vidi per la prima volta. Da sempre eclettica e presa dal lavoro e dai miei mille interessi (organizzavo concerti, suonavo tanti strumenti, cantavo, andavo a cavallo), frequentavo poco i corsi universitari. Un pomeriggio, però, andai ad ascoltare una conferenza nell'Aula Magna dell'Università di Bari e tra i relatori c'era Lei. Quando entrò in aula, tutta la prima fila di accademici e professoroni si alzò in piedi per salutarla, per stringerle la mano ed io mi chiesi chi era questa donna, questa signora bella ed elegante, capace di mettere sull'attenti tanti intellettuali al suo passaggio. Ed era la mia professoressa. L'ascoltai incantata, ammirata, rapita per tutto il suo intervento e fu quel pomeriggio che decisi di cosa mi sarei occupata per il resto della vita. Da allora non mi persi una sola sua lezione, sempre in prima fila, cercando di bere ogni sua parola. Era così alta, così elevata da sembrare quasi inaccessibile. Seguii due anni di corso e sostenni i primi due esami di francese. Al terzo anno la docenza sarebbe cambiata, sarebbe passata ad un altro illustre e grandissimo francesista, tristemente e prematuramente scomparso, Vito Carofiglio. All'ultima lezione del secondo anno, mi commossi. Avevo vent'anni, mi mancavano otto esami e due anni di corso, quando tremante, emozionata e con le mani sudate, aspettavo fuori dalla sua stanza che mi ricevesse per chiederle la tesi. Era considerata una docente esigente. Ricordo ancora le mie parole, provate e recitate mille volte prima di varcare quella porta, come una specie di litania: “Sarei onoratissima, se potessi laurearmi con lei”. E lei sorrise. La ricordo perfettamente quella scena rivissuta tante volte nella mia memoria “Hai una preferenza sull'argomento?”. Ed io “Vorrei lavorare sui romanzi di Zola”. E lei fu d'accordo. Mi diede appuntamento in biblioteca di Dipartimento (allora di Istituto) per spiegarmi come si stilava una bibliografia. Ricordo quando arrivò. Ci rivedo sedute vicine in biblioteca. Ero emozionatissima, di una tensione tale che capii poco della bibliografia. Come si stila l'ho capito in seguito. Di quella giornata, ricordo il suo profumo, le sue mani curate che scorrevano sui manuali bibliografici, i suoi occhi intensi che mi guardavano, la sua voce che mi accompagnerà sempre. La ricordo due anni dopo elegantissima come sempre nel giorno della mia laurea. Le portai delle rose in Istituto. Dovevo parlarle ancora. Mi feci coraggio. Bisbigliai: “Professoressa, io non vorrei perderla...”. E lei, semplicemente “Vuoi venire a trovarmi a casa?” e scrisse il suo numero di telefono su un foglietto di carta. Così, semplicemente. Qualche giorno dopo ero seduta su una poltroncina nella veranda della sua curatissima abitazione a sorseggiare tè con lei. Era diversa. Sorridente. Amichevole. Prima di arrivare, avevo paura di dire la cosa sbagliata, di non sapere di cosa parlare, di dire sciocchezze. Lei ed io fino a quel momento avevamo parlato solo e soltanto di letteratura. Il rischio di cadere nel banale al cospetto di una donna così colta era grande. Lei era la mia maestra. E io non volevo deluderla. E lei lo sapeva. Mi mise a mio agio. E fu allora che cominciò ad interessarsi un po' a me. Alla mia vita. Alla mia famiglia. Ai miei interessi. Perché fino a quel pomeriggio tra noi c'era stata la letteratura: autori, poetica e opere. Da quel momento in poi, cominciò la condivisione delle nostre vite. Con lei era bello parlare di tutto: di musica, di antiquariato, di vini e della quotidianità. Le offrii degli ingressi per ascoltare qualcuno dei concerti che organizzavo. Quando arrivava la sera, ero felice, emozionata ed orgogliosa che venisse ad ascoltare il frutto del mio lavoro. Quando vinsi il concorso a dottorato di ricerca, ogni sabato mattina andavo a seguire le sue lezioni. Dopo passeggiavamo. E all'ultima mi commossi come anni prima. Decise di andare in pensione. L'ho chiamata spesso. Fu felice di sapere che ero diventata un'insegnante di ruolo. Era alla presentazione del mio primo libro. Ho conosciuto i suoi figli. La sincerità del rispetto e del bene che nutrivo per lei stava nel fatto che il nostro fosse un rapporto assolutamente disinteressato. Durante le presentazioni dei miei libri, una domanda dal pubblico ritorna spesso: quella su cosa desideri nel futuro. E non è una domanda che ho sentito rivolgere solo a me durante i convegni che raggruppano tanti autori. Ho sentito le risposte più svariate sino ad oggi. Io non desidero nulla di definito e specifico o forse quel che di più definito e specifico esista al mondo: desidero avere intorno a me cose vere. E desidero non voler mai mentire. Forse anche soltanto per il fatto che non ne sono capace e non so essere diversa da come sono. E quello che avevo con la mia maestra, era uno dei rapporti più veri che abbia avuto nella mia vita. Quando andavo da lei, era per il piacere di vederla. Non c'erano secondi fini. Ricordo un giorno di averle portato un barattolo di tè dall'erboristeria per la sua influenza. Per me era un onore poter fare anche una sola sciocchezza per lei, dettata dal solo piacere di farla. Lei non aveva bisogno di dare ordini ai suoi allievi. Era una grandissima donna, non sentiva l'esigenza di esercitare il potere perché la sua autorità fosse riconosciuta. Ci parlavamo francamente, schiettamente, anche quando le nostre opinioni divergevano, in tutta quella libertà che caratterizza i rapporti e le cose vere e che sa dove arrestarsi per non ferire l'altro. Non so cosa ci sia dopo la morte. So però che dal giorno della sua scomparsa, la sento presente come prima in tante cose della mia vita, in molte cose che faccio, in tante che scrivo.

Nella mia quotidianità la mia maestra non è solo in una foto sulla mia scrivania o in una dedica su un suo articolo incollato al mio diploma di laurea. Sento che accompagnerà il mio percorso di crescita, il mio cammino professionale, che devo a lei, a quel pomeriggio in Aula Magna, alla voce ed alle parole di una grande Signora e Studiosa.

 

 

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