Beppe Rossini
Un altro cielo
Alzò il bavero del cappotto guardandosi attorno con pigra abitudine.
La stanza era ancora avvolta nella penombra dell’alba.
Si accostò al letto ; da una nuvola di capelli biondi intravvedeva il suo viso, seguì il
profilo del suo corpo in tutta la sua lunghezza. Era avvolto tra le lenzuola con i consueti
gesti della sua età, con l’abitudine dei suoi desideri.
Sentì il secco rumore della serratura quando chiuse la porta alle sue spalle.
Scese le scale lentamente, la sua mano giocava con le monete che gli tintinnavano in tasca, si affacciò sulla strada fermandosi sulla soglia del portone. Una bicicletta gli passò accanto quasi sfiorandolo ma non prestò attenzione.
Era ancora molto presto e pensò che non aveva sonno. Per tutta la notte si erano amati quasi dimenticando le loro vite diverse, i loro desideri confidati negli attimi d’amore tra una carezza e poche parole.
Aveva raggiunto il distributore di sigarette. Con abitudine introdusse le monetine, una dopo l’altra ascoltando il rumore del pacchetto che fuoriusciva dalla feritoia. Lo prese e lentamente sfilò una sigaretta, l’accese e ripose il pacchetto nella tasca.
Si avviò verso casa guardando le persiane chiuse della sua finestra. Era inconsueto quel suo incedere lento.
Si chiese se si fosse svegliata quasi ripassando le sue parole, il riepilogo dei loro momenti, della loro allegria. Salì le scale ed aprì la porta in silenzio, quasi ascoltando il cigolio dei cardini ed entrò nella stanza. La sigaretta fumava tra le sue dita. Tirò una boccata ; il fumo gli riempiva la bocca. Lo soffiò con forza nella stanza osservandone il percorso. Attraversava la luce del giorno che, come tante lame dalla tapparella , tagliava il buio. Creava giochi di luce evanescenti che si dissolvevano nell’aria, guardò il letto.
Accarezzò i suoi capelli con dolcezza, passando il dito sul suo profilo di donna ed ascoltò il suo tenero lamento quasi di bambina a cui erano stati interrotti i sogni.
Aveva aperto gli occhi, era bellissima ed un sorriso le illuminava il volto.
Con tanta dolcezza posò le labbra sulla sua bocca stringendola contro il suo petto. Non le apparteneva ma la sentiva sua, era parte della sua vita, del suo tempo, era lo scrigno del suo desiderio, la custode dei suoi attimi di felicità prima dell’abitudine, prima della realtà.
A lenti passi entrò nella cucina, preparò il caffè e si fermò sulla soglia continuando ad osservarla. Poche parole riempivano la stanza, erano attimi di silenzi pieni di intesa, di complicità.
Il loro era un amore clandestino, il loro giorno era a spicchi, come un’arancia da assaporare quando si ha sete, il quotidiano era fuori da quella stanza, fuori da tutto.
Versò il caffè nella tazzina, assaporò l’ odore che riempiva l’aria, posò la tazzina sul comodino.
La guardò mentre lo sorseggiava lentamente, assaporava quel sapore intenso con la stessa voluttà dei suoi baci mentre con un braccio manteneva il lenzuolo che le copriva il seno.
Non hai dormito ? Gli chiese con la sua voce calda, appena risvegliata nella gola.
Pensavo a noi, le rispose, a cosa faremo domani. A cosa farai, a quel che farò. Pensare di non vederti più mi affossa . I silenzi sono simili a frustate e queste nostre strade che si intersecano non hanno semafori, prima o poi ci si scontra.
E tu hai scontrato me, vero ?
Già, ho incrociato te ed ora,forse, la paura serra la gola come un laccio, come un incubo dello stesso sogno. So che è la fine, forse non ho dato molto e come quel caffè che stai bevendo il suo sapore svanisce se non è caldo..
Lo guardò tacendo, il giorno era fuori da quelle persiane serrate.
Noncurante della sua nudità si alzò dal letto ordinando la sua roba, i suoi vestiti. Sentiva il suo sguardo che le scivolava lungo la schiena.
Sulla tua porta sono schierati i divieti, disse, le mie serate da sola, i miei desideri infranti sugli scogli della tua indifferenza .
Lasciò la tazzina vuota, la girò su se stessa giocando col poco caffè rimasto sul fondo.
Non c’era zucchero , sussurrò, accennando un sorriso.
Grazie per avermi fatto sognare aggiunse, grazie per le tue mani fra i miei capelli, grazie per i colori che non conoscevo, per questo amore di corsa. Grazie per questo dolore che mi squarcia il petto. Sai, disse, le lacrime sono salate e nel mio silenzio posso trovarti sempre, anche quando non ci sarai. Usciamo, fuori è un altro mondo, il tappeto dei desideri lo riponiamo in soffitta, i tuoi occhi li guardo ancora, con la mia stessa limpidezza di sempre . Come la prima volta mi sento sempre sfiorare dalla tempesta.
Continuò a guardarla mentre si vestiva. Non l’avrebbe più vista.
Finì di sorseggiare quel fondo di caffè rimasto nella tazzina. L’aveva fatto poggiando le labbra dov’era la sua bocca, sentì ancora il sapore del suo rossetto.
Guardò il disegno delle sue labbra sul bordo mentre la vedeva andar via senza una parola.
Aveva ragione, fuori è un altro cielo e un altro cielo era nei suoi occhi .