Rossella Soldano
La tana.
Rossella Soldano, è nata a Torremaggiore (Fg) , si è diplomata all’Istituto Magistrale “E. Pestalozzi”di S. Severo. Dall’età di 12 anni scrive poesie e racconti. Ha partecipato a numerosi concorsi letterari nazionali e internazionali ricevendo altrettanti riconoscimenti, tra questi: Premio letterario Nazionale “C. Pavese – M. Gori”: Diploma d’onore (1989) ,Diploma di merito (1990 e 1991); Concorso Internazionale “ Premio S. Valentino”: Diploma d’onore (1990 e 1991); Concorso Internazionale “ G. Ungaretti” in collab. con “l’Accademia di San Marco”: Diploma V premio e medaglia di bronzo (1991); Concorso Internazionale “ Nuovi Orizzonti” in collab. con “l’Accademia di S. Marco”: Diploma VI premio e medaglia di bronzo (1991); Concorso Nazionale e Internazionale indetto dall’Accademia del Fiorino:Diploma e Trofeo “Il Porcellino” (1993); Concorso “Il filo d’Arianna”: Diploma di partecipazione (1998).
Non era giorno, non era notte fuori.
Al di là del suo letto era buio pesto: la serranda abbassata con forza non faceva entrare un minimo spiraglio di luce.
Anna era immersa nel buio purificatore del sonno risanatore, immobile e immutata, in quel letto sicuro, in quella tana calda e tranquilla trovata dopo tanto tempo.
Anna era scappata da una vita di percosse,di lividi e fratture sulla pelle, sull’anima , nelle ossa.
Aveva lottato contro il dolore, l’umiliazione, gli strappi laceranti del cuore che insisteva ad aggrapparla a quell’uomo.
Era di maggio, si erano incontrati in stazione,lei aveva fatto ‘ndacco a scuola; era una bella giornata di sole e non le andava di stare rinchiusa nel caldo soporifero della classe.
Zaino in spalla, mentre le altre si avviavano frettolose verso l’istituto, lei, con tono di sfida, diceva:
“Oggi faccio ‘ndacco”, e si sentiva grande, importante, perché poteva decidere per sé, ciò che le andava di fare, sfidando le regole, i genitori, il pericolo e la paura di essere scoperta.
A pochi chilometri di distanza da casa sua si sentiva libera e felice.
Gironzolò un po’ per il paese senza meta lasciandosi portare dal passo deciso che stava assumendo, la sigaretta in bocca e gli occhiali da sole. Si sentiva un dio! Sono libera, faccio ciò che voglio e posso persino fumare per strada, tanto nessuno mi conosce e non vanno a riferire (in quegli anni fumare per strada significava essere una “cattiva” ragazza).
Mentre camminava, fantasticava di essere un’altra, una francese scappata di casa, in giro per il mondo; alcuni ragazzini le si avvicinarono e le chiesero una sigaretta, ma lei fece finta di non capire e spiattellò le due parole di francese scolastico che era riuscita ad imparare: “Je ne comprends pas”.
I ragazzini, tra i 10-12 anni, increduli cominciarono a gesticolare e parlare cercando di farsi capire. Dentro, Anna, se la rideva a crepapelle, niente di maligno, era solo divertente.
Le chiesero da dove veniva, dove andava e alla fine la portarono in villa, le comprarono persino le
sigarette che divisero in parti uguali, poi cominciarono a litigare tra di loro perché ognuno voleva che fosse sua ospite e le indicavano a gesti: “ io mangiare (portandosi la mano alla bocca), tu mangiare a casa mia (disegnando la forma semplice di una casa sulla terra battuta della villa)”.
Le offrirono anche posto dove poter restare a dormire, ma Anna disse che doveva partire.
Per quei ragazzini e anche per Anna era stata una giornata divertente e per loro anche avventurosa: avrebbero raccontato ai loro amici di aver conosciuto una ragazza straniera che se ne andava sola in giro per il mondo e forse avevano avuto, per una mezza giornata, l’illusione di far parte di quella avventura.
Si salutarono e si lasciarono convinti che non si sarebbero visti mai più, i loro mondi non si sarebbero più incontrati.
Anna arrivò in stazione, aspettava la corriera per ritornare a casa, si guardava in giro, la stazione era un mondo affascinante, poi vide un uomo di circa trent’anni, era bellissimo, alto con i baffi. Anna, a quasi diciott’ann,i era uno scricciolo magro, con i capelli arruffati e quasi senza seno, non suscitava molto interesse.
Per gioco gli si avvicinò e gli chiese di accendere, così cominciarono a parlare le solite domande: cosa fai? Da dove vieni?, poi si salutarono.
Dal finestrino della corriera Anna lo guardava non poteva crederci, era troppo bello per lei! E lui la guardava e la salutava. Si rincontrarono il giorno dopo e ancora per molti giorni.
Lei camminava sulle nuvole e non riusciva a capacitarsi di come un uomo così potava trovare interessante una come lei, intanto si innamorava perdutamente.
Si sposarono che Anna era incinta di due mesi; già da allora il loro rapporto cominciò a trasformarsi in qualcosa di diverso, spesso la sgridava, la offendeva, la picchiava, faceva scenate, ma quando andavano a letto lui la prendeva dolcemente e le chiedeva scusa .
Dieci anni passarono su di Anna e sulla sua ostinazione: credere che quell’uomo fosse un dono divino e che includeva il sacrificio di botte e umiliazioni.
Anna scivolava nell’annullamento di sé, viveva sperando che per una volta, una volta sola, la mano di quell’uomo si sarebbe alzata per accarezzarle il viso, cancellando tutto quel nero accumulato nei suoi occhi.
Ci vuole coraggio a restare, ci vuole coraggio ad andare.
In una notte di maggio (già, proprio di maggio) le tornò in mente una ragazza francese che francese non era, infilò un po’ di indumenti in un sacchetto nero della spazzatura, aspettò che il respiro dell’uomo sdraiato accanto si affidasse completamento al sonno e, con il sangue che le martellava impazzito il cervello, infilò la giacca e scappò via.
Non era ancora giorno, non era ancora notte nella sua vita.
“Il dolore spaventa quando mostra
la sua vera faccia, ma seduce quando
si ammanta di sacrificio, di rinuncia.
L’essere umano, per quanto lo rigetti,
trova sempre una maniera…….per fare
in modo che sia parte della propria vita”
P. COELHO ” Undici minuti”