Viviana Soldano
Ritorno a Venezia.
Per i cenni biografici sull'autrice si rimanda il lettore al numero precedente di “ApertaMente”.
Il lungo viaggio in carrozza l’aveva stancata. Nonostante il passo cadenzato dei cavalli non era riuscita a chiudere occhio per tutta la notte eppure era contenta di aver fatto questo sacrificio. In fondo ritornare a Venezia dopo così tanto tempo era un’emozione irripetibile.
Quante cose erano cambiate in tutti questi anni: la sua vita, la sua casa, dei figli e un altro uomo al suo fianco. Eppure questa città sembrava accoglierla con la stessa imperturbabilità di sempre. Le musiche dei violini, le passeggiate in gondola, i lussuosi salotti delle gran signore: tutto era come sempre immutato come allora. E soprattutto questa città aveva conservato il suo fascino nel tempo e non sembrava affatto una vecchia signora. Tutta invidia la sua: lei sì che era invecchiata, oh, certo non mancavano i complimenti anche adesso, ma i suoi capelli cominciavano ad imbiancare sotto la bella parrucca e seppure il suo seno era ancora bello e sodo come una sedicenne, tanto che nessuna scollatura profonda l’avrebbe spaventata, non si poteva dire altrettanto del resto del corpo: il ventre gonfio e i fianchi troppo larghi, le gambe affaticate: tutta colpa di quelle scarpette che oggi vanno tanto di moda. Ma il suo viso? Oh, il suo viso, quello sì che era il suo orgoglio: fresco come una rosa, rotondo ed incantevole come sempre sotto il bianco della biacca. E già, quel viso aveva fatto voltare molti uomini nelle calli e sopra i ponti! Ma adesso non voleva ricordare...Il suo compito per tutto questo tempo era stato vivere, o sopravvivere che dir si voglia o semplicemente divenire, lasciarsi andare insieme al tempo che scorre senza farsi travolgere. Come si chiamava quella dolce dama dal sorriso sereno che quella sera di tanto tempo fa aveva espresso un pensiero saggio nel salotto di casa sua? “Chiedo soltanto nella vita di avere la rassegnazione per accettare le cose che non posso cambiare, la forza per cambiare quelle che si possono cambiare e la saggezza per distinguere fra le due”. Lei non aveva mai goduto dell’ultimo dono: la saggezza. Si era lasciata scappare l’amore più bello della sua vita con la rabbia del suo cuore ferito e non aveva potuto far niente se non piangere. Poi un giorno le sue lacrime sono finite e quel dolore che non c’era le faceva ancora più male perché tutto era cambiato in lei e quello che per gli altri era una qualità - la sua maturità - per lei era una grave perdita. Senza accorgersi aveva smesso il vestito della giovinezza e della vita per indossare quello degli adulti che in compenso è sì conveniente, ma privo di sentimenti veri. Il suo letto nuziale era sempre stato freddo : fra lei e suo marito niente di più che semplici frasi di circostanza e di rispetto: nessun atto d’amore, nessun litigio, nessuna discussione; lei era la moglie perfetta, il matrimonio che tutti invidiavano: il tepore che lei avrebbe regalato a chiunque in cambio di un calore, seppur poco duraturo. Era come se avesse mangiato un cioccolatino dal gusto impeccabile e poi non aver potuto assaggiare nient’altro che disgustose imitazioni. All’improvviso di nuovo il ricordo le si insinuò nella mente e lo rivide lì, disteso sul letto, i lacci della camicia che lasciavano vedere il suo petto scultoreo ed il suo profilo, perfetto come quello di una statua greca, mentre freddamente le diceva che non l’amava più. Tutti i suoi sentimenti verso di lei erano stranamente cambiati, o meglio subitaneamente scomparsi per lasciare il posto ad una fievole nostalgia che per lei non sapeva che di poco. Non avrebbe mai accettato un uomo così al suo fianco, non avrebbe distrutto i suoi sogni eppure stava spezzando il suo cuore con un semplice “adieu”. Improvvisamente era già a casa: i divani, gli arazzi, i tappeti, tutto era rimasto al suo posto; ogni angolo di questa dimora era un ricordo, anche quella saliera in oro fatta fare per lei, un’imitazione del Canova, un pegno d’amore, ricordo di una piacevole circostanza. Quando un tempo ogni suo desiderio era un ordine, lui le riempiva la casa di petali di rosa e di fiori di campo, ogni suo gesto, ogni sua lettera la faceva sentire piccola e immeritevole. Eppure piccola lei non era mai stata con lui: era diventata grande, importante, grazie a lui si sentiva bella e la sua tranquillità era la più grande virtù che possedesse. E nemmeno immeritevole la si poteva dire; gli aveva dato tutto: amore, disponibilità, sicurezza, gioia e poi dignità e infine la vita stessa. Lui era andato via con il solo dono che avrebbe potuto e dovuto farle: la sincerità di un amore che non sentiva più. Quante volte era stata cieca di fronte a quei visibili segni del destino, ma lei lo credeva bugiardo, si sentiva forte allora, tanto da sfidarlo. E il fato raccolse la sua sfida con un fare beffardo lasciandola a mani vuote. Scappò dalla sua città e dai suoi ricordi per ricostruirsi una vita, o una mezza vita? Tutto il suo essere era qui; fra queste quattro mura, disperso nel vento, disciolto nelle acque, ma ancora, purtroppo le apparteneva. La sua dama le pettinava i capelli. Adesso basta con i ricordi, quello sguardo triste allo specchio non le piaceva proprio: un bell’abito rosso era quello che ci voleva, sarebbe stata splendida al Gran Ballo di Beneficenza di questa sera. Qui a Venezia erano tutti allegri, era Carnevale e la gente si trascinava a fiumi nelle strade e ballava, gridava, cantava e rideva e di questa gioia doveva riempire se stessa. Quanto lusso in questo palazzo, quante dame, giovani dame, quelle che lei aveva lasciato bambine ora erano splendidi fiori, pronti per essere colti nel loro periodo più propizio. Mentre aspettava in fila, la mano graziosamente appoggiata al braccio del suo buon marito, si era persa di nuovo nel labirinto del passato e la paura di rivederlo era già diventata un tremito quando sentì risuonare due colpi e poi pronunciare il suo nome e quello dell’estraneo a fianco che le chiedeva docilmente se avesse freddo. No, non era niente e il suo sorriso ed il suo sguardo incantevole lo avevano di nuovo rassicurato. Qui c’era tutta l’alta società: vecchie signore dai falsi sorrisi e dai capelli posticci che le propinavano una lunga fila di complimenti insinceri.
Com’era stanca di tutto, quanto avrebbe voluto trovare una mano amica a cui appoggiarsi...
La musica del minuetto, di nuovo affondò nel passato e si sentì trascinata in quel gioco di braccia e di inchini. E poi giunse quello che tanto temeva, o che tanto attendeva, la vicina mano amica che, sfiorandola, le provocò un lungo brivido di svariate sensazioni; era lui lo sentiva, e ringraziava le piume della sua maschera che provvidenzialmente le coprivano il viso paonazzo. La trascinò in terrazza lontano dal mondo, dal suo presente, dalle convenzioni e dai suoi doveri.
La musica, ah la dolce musica, le sue braccia intorno alle sue spalle, sensazioni assopite che rinascono all’improvviso, il suo respiro, i suoi baci e ancora quel magico scambio d’identità: io non sono più io e tu sei tutto dentro di me, senza tempo, senza spazio, senza memoria, senza costrizioni.
In ogni volto ho cercato i tuoi occhi, in ogni mano le tue carezze, in ogni corpo il tuo calore, ma niente è così sapientemente mescolato come in te. Non c’è amore al di là dite, non può esserci senza di te...” Suoni lontani, di nuovo la musica, la dolce musica,e i rintocchi dell’orologio della torre, il tempo eccolo è ritornato, ha rovinato tutta la magia, e lei non è più lei, deve riprendere il suo ruolo, presto (maledetto tempo!) presto, prima che qualcuno se ne accorga, gli occhi attenti della servitù, via,via di qui... Lui le sfiorò ancora le labbra, le accarezzò la nuca e poi corse disperato lassù nella solitudine del suo grande palazzo a comporre una melodia simile al sua pianto. Ma il vento insidioso penetrò attraverso il ricamo delle tende, sfiorò i tasti del suo pianoforte, gli intimò silenzio portandosi via la sua bianca parrucca e soffiò incurante sul candelabro d’argento. Lo lasciò solo, alla dolce penombra della luna, sua unica consolatrice... Tutto era finito, niente sarebbe più ritornato come prima e i suoi errori continuavano a straziargli l’anima. L’indomani un uomo solo, ormai vecchio, non tanto nell’età quanto nell’animo, vagava senza meta fra le strade di Venezia. Nient’altro che pezzi d’allegria abbandonati per caso dalla gente festosa gli svolazzavano fra i piedi, ricordi, piccole gioie conservate gelosamente, speranze inseguite da tempo, tutto scomparso ora c’era solo dolore. Dinanzi al suo portone, chiuso, di nuovo quella triste sensazione d’impotenza, e poi ancora gli occhi disperati, alla ricerca di lei, di qualcosa di lei, un segno pur minimo della sua presenza... Sì eccolo, il suo fazzoletto, sfuggito per caso dalle sue mani tremanti, mentre sospirava nel lasciarsi il passato alle spalle... Lei è andata via, l’oro del suo damasco brillava tra i pizzi e le trine nel sole nascente mentre fuggiva. Il suo profumo su questa piccola seta. Solo vago nel blu di questo cielo e di questo mare e il leone dall’alto fiero ruggisce, ostenta la sua forza, la forza di vivere, la forza di continuare, la forza di amare...