Viviana Soldano
Luna di primavera.
Per i cenni biografici sull'autrice si rimanda il lettore al numero precedente di “ApertaMente”.
Era una notte di luna piena, i bambini erano già tutti a dormire, il capo tribù stava fumando la sua pipa, felice ricordo di un bianco forestiero; lo stregone impegnato con le sue misture continuava a dare un nome alle gioie delle madri che giungevano senza tregua, di giorno e di notte, dinanzi alla sua dimora. “Luna di primavera” era lui che m’aveva chiamata così mentre piangevo fra le braccia di mia madre soddisfatta. Da allora molte lune erano passate su questo cielo e quella sera era arrivata anche la mia primavera: sedevo insonne dinanzi alla mia tenda cercando di leggere il mio futuro in una stella. Per l’occasione m’avevano vestita di bianco e per me ciò era onore e fierezza insieme.
Un fuoco accanto a me, amico in quella notte, mi presentò l’ombra di un forte guerriero. Il volto ancora giovane, ma già scolpiti su di esso i segni del coraggio. La luce della fiamma rendeva quel volto familiare e ti avvicinavi senza suscitare in me paura. Essa mi sussurrò parole gentili, entrò dentro di me più veloce di un falco, rubò da me brandelli d’anima senza alcun dolore, strappò dal mio volto dolci sorrisi e le tue labbra cucirono per me un manto più caldo del fuoco. “Si chiamano baci” mi dicevi ed era una parola soave “e quel che ti ho rubato era amore. Ti offro il mio in cambio del tuo.” Durò poco il bello di quella notte. Stava per accadere quello che lo stregone, con la sua solita smania di dare un nome bello a tutti gli eventi, aveva chiamato destino. In realtà era guerra la parola giusta e il nostro popolo da tempo, ormai, aveva dimenticato questo suono, allontanando con esso tutti i presagi funesti che comporta. Ignara, continuavo a fissare ammaliata i tuoi occhi. Poi un urlo e a questo sono seguiti altri, rulli di tamburi, minacce di guerrieri, alla luce della luna ho visto le punte delle lance brillare, hai dipinto il tuo volto con segni di guerra, la tribù ti ha salutato danzandoti attorno una danza macabra, il tuo cavallo ha nitrito contento: sapeva già che ti avrebbe portato lontano in marcia verso la morte. E dopo di te quanti ti hanno seguito, hanno coperto le loro donne di baci, strappato al loro volto dolci sorrisi e preparato i loro sogni con promesse d’amore. Alcune, dopo tante lune, hanno visto gonfiare il loro corpo e un giorno sono corse dal saggio contente del ricordo donato dai loro guerrieri. Gli uomini rimasti qui hanno già tutti i capelli d’argento e vivono nella speranza di veder tornare i loro figli vittoriosi. Le donne si sono sostituite alle braccia degli uomini, al loro lavoro in tempo di pace: sono cacciatrici, madri, donne. Di giorno instancabili, di notte torturate dai loro sogni. Vanno avanti col terrore di veder crescere i loro figli, di essere abbandonate anche da loro, bramosi di seguire i percorsi dei padri. Hanno imparato a leggere le nuvole di fumo disperate alla ricerca dei vecchi mariti, aspettano notizie. Aspettano. Loro sono donne... e io come loro. Un giorno abbiamo udito un rumore. “I bisonti” hanno detto preoccupate, “rovineranno le nostre praterie”. Fingevano o speravano, chissà. Era una mandria umana. Ha distrutto le nostre case, i nostri averi, ucciso i nostri bambini. Hanno bivaccato nelle nostre dimore, parlavano una lingua amara. Qualcuno, credendo di dimostrare coraggio, ha fumato la pipa del grande capo; qualcuno ha immerso le sue luride mani nelle pozioni del saggio: contenta la Donna Nera li ha ospitati nelle sue braccia; essi non vedranno più la luna, hanno pagato caro il loro coraggio. Qualcuno, ancora, s’illudeva di strappare brandelli d’anima alle nostre donne ed è andato via con le mani vuote e una risata beffarda dinanzi alle loro lacrime. Qualcuno, non il più temerario certo, ha avuto l’ardire di chiamarmi bella. Ha strappato il mio vestito bianco, l’ha macchiato di sangue e crede ancora di aver portato via un bel ricordo. Non ha ancora guardato nel sacco del suo bottino e non ha notato che è fin troppo leggero. La sua testa è posta già su una lancia e il suo scalpo vale meno del fango. Non una lacrima sul mio volto: le lacrime delle donne sono perle ed essi non meritano tanta ricchezza, essa è solo per i cuori gentili. La nostra tribù continua a danzare. Al centro non ci sei più tu, ma uno stupido feticcio di legno, non ha il tuo coraggio scolpito sul volto, non un briciolo di calore emana dal suo corpo. Pregano, mi hanno detto perché ritorni la pace, per il loro futuro, per i loro figli... Io non ho futuro, non ho figli, non un segno mi hai lasciato, né una promessa. Ho cambiato la mia veste bianca, era sporca ormai, ne ho indossata un’altra, m’illudo che sia bella come i miei ricordi, come in passato. Seduta dinanzi alla tenda, l’ho ricostruita con le mie mani dopo che il fuoco, guidato certo da mani nemiche, ha distrutto quella di un tempo - ho preparato il tuo giaciglio, sto tessendo un manto di pazienza con le notti che si susseguono senza tregua. Non sarà mai così caldo come quello che mi regalasti.
Il mio cuore me lo dice: è il tuo amore che parla quello che tu hai lasciato qui dentro al posto del mio, ricordi? So che non è la notte che ti trattiene. Non abbiamo avuto il tempo di unire le nostre vene in una promessa e il tuo sangue è ancora puro. La Donna Nera ti risparmierà. Essa avrà pietà di te, leggerà sul tuo volto il coraggio, si lascerà adulare dalla tua bocca e ti lascerà libero di tornare a me. Essa non è poi così crudele come sembra. Essa è donna: come me. Qui nel villaggio mi guardavano stupite, nessuna comprendeva; ora il loro intuito ha imparato a giungere fino in fondo al mio cuore. Ieri riunite in cerchio alla luce del fuoco facevano dondolare i loro corpi canticchiando una nenia; ho prestato orecchio alloro mugugnare, cantavano così:
Il figlio della guerra
è andato via col suo cavallo.
Lo stregone aveva letto
grandi cose nel suo futuro.
Ma nessuno lo conosce
più della sua squaw
che ha letto il coraggio
sul volto del suo amato
ed ora continua a contare
le lune, seduta davanti
alla sua tenda.
E ogni notte accende
un fuoco perché sa
che un giorno
al chiarore della fiamma
vedrà tornare il suo guerriero...