Claudio Elliott
I tasti neri
Sembra che il mio pianoforte oggi pomeriggio non voglia suonare.
Io l’intenzione ce l’ho.
Mi ci siedo davanti, dopo aver aggiustato la sedia (gesto inutile ma rituale: lì mi siedo solo io), allungo le mani verso i tasti e ho l’impressione che questi si allontanino, che la tastiera tutta si distacchi dalla realtà e voglia andare via, e provo un senso di vuoto tra le mie mani e lo strumento, un senso di vuoto pieno di paura.
E poi quel gatto.
Mi fissa.
Mi fissa dal quadro.
Quel mio senso di ansia è iniziato da quel giorno, quando lo comprammo, lei e io.
- Compralo – mi aveva detto lei, al mercato delle pulci. Era una domenica mattina brumosa e umida.
- Ma è orrendo – le avevo risposto. Una donna dal viso triste al pianoforte, un gatto sulla tastiera, colori smorti, tendaggio verde scialbo.
- Una delle cose più brutte che abbia mai visto – avevo aggiunto. E lei aveva detto, con un senso pratico indiscutibile: - Proprio per quello. Hai una casa moderna, tutta arredata con buon gusto, e una cosa così … così stonata dà un tono.
- Ma quel gatto, che è anche spelacchiato …
- Pensa a come è stato bravo il pittore – aveva detto lei – a farlo così brutto e con quel poco pelo arruffato. Compralo, e mettilo sul pianoforte.
- Sulla parete?
- Proprio lì. Chissà che ti ispiri mentre componi.
- Un affare così brutto?
- Beh, almeno gli occhi sono vividi.
Dopo un lungo parlamentare il ragazzo senegalese ce lo aveva ceduto a cinquanta euro. Prima che ci allontanassimo mi disse, come in un soffio: - Questo gatto è vivo.
- Vuoi dire?
- Vivo.
Ora mi fissa. Mi fissa. Ha cambiato posizione, lì sul pianoforte della padrona desolata. Ha cambiato posizione per osservarmi meglio.
Mi sembra meno spelacchiato. Mi sembra che la sua livrea brilli, come se qualcuno l’avesse pettinato.
Scuoto la testa, a questi pensieri.
E mi fissa e la stanza mi sembra opprimente e i tasti lontani e l’aria pesante e allora decido.
Mi alzo, apro la finestra e poi mi catapulto sulla tastiera e sto per posare le dita sui petali d’avorio.
Ma è un gatto ad anticipare le mie mosse.
Si lancia sul pianoforte e fa scattare il copritasti: faccio appena in tempo a levare le mani e solo allora mi rendo conto che il gatto, quello sul pianoforte chiuso, è lo stesso che fino a poco prima era nel quadro e mi guarda e le sue pupille hanno numeri d’oro.
Faccio scivolare il mio sguardo sul quadro: lì è rimasta una macchia indistinta sulla tela, davanti agli occhi di una anziana dallo sguardo sgomento.
Il gatto è qui, sul piano, ed è davvero splendido. Ora è davvero splendido.
All’improvviso, come da una dimensione a me sconosciuta, da un qualche posto della stanza che non riesco a individuare, dalla profondità dell’inferno forse, giunge il suono di alcune note, e il gatto sembra stupito come me. E per la prima volta non guarda me ma il copritasti, come se potesse trafiggerlo con lo sguardo e vedere i tasti. Poi sposta i suoi occhi sul quadro fino a dove, fino a pochi istanti prima, viveva. Ed è inquieto e frusta l’aria con la coda.
Solo ora mi accorgo che il suono viene dal pianoforte chiuso.
Vorrei aprirlo, ma il gatto non sembra avere l’intenzione di andarsene.
La musica è triste, lenta, toni bassi e angosciosi, ma bella come io non riuscirei ma a comporre e per un attimo mi perdo tra quelle note, le immagino sulla partitura, le vedo segnate sul pentagramma e le vedo danzare nell’aria, perfetta architettura, e suono con le mani in aria e gli occhi chiusi, e il tempo scompare fino al momento in cui sento un movimento.
Il gatto non è più sul pianoforte.
Non è nel quadro.
- Questo gatto è vivo – aveva detto il senegalese, e percepisco nell’aria il suono della sua voce.
Eccolo dov’è: è ai miei piedi, ora. E si struscia ai miei pantaloni, agitato.
Approfitto della libertà che mi ha concesso e apro il pianoforte: i tasti neri suonano da soli.
E io non posso fare altro che guardarli, affascinato.
Vorrei poggiarci le dita, ma sono di marmo.
Ora il ritmo della musica aumenta, e i tasti bianchi anche suonano, e il gatto si contorce: lo vedo che soffre, e non so cosa fare, e la musica si ficca come spilli nella mia testa, e guardo il quadro, e davanti ai miei occhi, mentre la musica rallenta, la figura del gatto si sta ricomponendo sul quadro, sui tasti suonati dalla donna, mentre ai miei piedi svanisce.
Quando il gatto si dissolve del tutto, del tutto cessa la musica.