Stefania Pagano
MALACHìA.
La casa di Frida mi piacque subito.
C’era un andirivieni continuo e cosa ancora più gradita è che erano donne perché erano prodighe di carezze, non tanto quando arrivavano, ma quando andavano via e ringraziando Frida inchinandosi fino a terra, si accorgevano di me e mi coccolavano. Al loro arrivo qualcuna zoppicava, qualcuna era scossa da una tosse cavernosa, un’altra soffriva di un dolore all’anca… e dopo aver visto Frida se ne tornavano a casa sorridenti e risanate.
Nei primi tempi che stavo da lei, incuriosito, anche io entravo.
La stanza profumava delle spezie conservate in tante ampolle e vasetti di terracotta da ricoprire tutti i ripiani di cui era rivestito il locale.
Mi inorgogliva vedere la destrezza delle mani della mia padrona tra foglie e bacche che con maestria dosava, metteva a bollire; intingeva, infine, una pezzuola e la passava sulla parte malata. Durante queste operazioni non si sentiva che il tintinnare dei bracciali al polso della mia padrona e degli ammennicoli che portava agli orecchi e al collo.
Passava poco tempo, ed ecco che la paziente, che poco prima era entrata con un’espressione dolorante, ne usciva con il sorriso sulle labbra.
Anche quando era impegnata a scegliere tra foglie di biancospino, lavanda o propoli, Frida non mancava di allungarmi una carezza con una mano mentre con l’altra imbeveva nell’infuso il panno che andava a sistemare sulla parte del corpo interessata.
La cosa che più mi stupiva era ciò che le dicevano le donne quando andavano via:
“Grazie, più delle tue erbe fanno molto le tue carezze” ed era nel momento del congedo che io mi facevo avanti e prendevo lusinghe da tutte.
All’inizio mi sembrava di vivere un sogno, così poco abituato alle affettuosità,poi, sparita la mia diffidenza, mi strofinavo fiduciosamente inarcando la schiena, ai piedi dei vari personaggi che si alternavano. Ma il mio posto era appoggiato sulla spalla della padrona da cui osservavo con attenzione ogni movimento. Da quell’angolazione avevo sott’occhio i suoi gesti e le espressioni delle pazienti. Erano donne che si davano alle cure di Frida senza timori, certe dell’efficacia delle sue cure.
Quando Frida mi raccolse non avevo che qualche pelo sulla punta della coda e il corpo pieno di graffi e scorticature, rabbioso contro tutto e contro tutti: ne avevo presi di calci e sassate soltanto perché avevo il pelo nero!
“Pussa via gattaccio del malaugurio” mi gridavano con ferocia.
Io cacciavo le unghie afferrandomi a tutto ciò che potevo.
Agile nello scansare le pietre e i calci di quanti incontravo sul mio percorso.
Per mettere qualcosa nello stomaco mi arrangiavo rovistando tra i rifiuti gettati agli angoli delle pescherie sperando di non dover contendere la testa di un pesce con qualche famelico vagabondo. Era avvezzo ai soprusi e alle torture.
Una notte che stavo spolpando una testa di pesce con grande godimento, una mano mi afferrò per la gola e iniziò a sbattermi a più riprese contro il muro. Mi difesi con le unghie e con i denti, ma la stretta non mi mollava e quando mi sembrò di non avere più forze, arrivò lei. Comparve dal nulla, la mano mi lasciò cadere a terra tramortito e prima che perdessi i sensi, vidi un bagliore, simile a quello di un fulmine ma ebbi il tempo, prima di chiudere gli occhi di constatare che in cielo c’erano le stelle.
Quando mi ripresi una mano stava curandomi le ferite e una voce, mi invitava a stare fermo e a fidarmi. Frida mi rimise in sesto con le sue foglie e le sue bacche.
Questo fu il mio incontro con Frida.
Tutti i giorni, al tramonto, a casa di Frida iniziava il va e vieni.
Era bello sentire le carezze e i complimenti che gli rivolgevano le persone quando entravano e uscivano.
La notte dormivo ai suoi piedi arrotolandomi e mi lasciavo andare a sonni beati. La mattina presto mi stiracchiavo, la svegliavo strofinando il muso sulla sua guancia e aspettavo che si alzasse per darmi la scodella di latte, poi si usciva per il bosco e mentre lei raccoglieva piante e foglie io mi sgranchivo le zampe e puntavo qualche passero di passaggio senza mia perderla di vista. Appena la vedevo fare ritorno mi affiancavo a lei.
Stavamo bene insieme: rispettavamo le nostre reciproche libertà senza intralciarci.
Soltanto una volta, quando mi azzardai a mettere il naso nei vasetti pieni di erbe, capii che quello era il confine che non avrei mai dovuto oltrepassare se volevo restare con lei. Fu l’unica circostanza nella quale vidi nel suo sguardo l’unico sentimento che avevo imparato a conoscere nella mia vita precedente dell’incontro con Frida, l’odio.
Per un lungo periodo di tempo le cose andarono lisce come l’olio. Avevo dimenticato tutta la mia vita passata insieme alle turpitudini a quella associate fino a quando, l’ingresso in casa di una donna me le rievocò tutte in una volta.
Quel pomeriggio non c’era stata molta affluenza così Frida decise che era il momento buono per lucidare il mio pelo che grazie a lei era diventato folto e luminoso.
Stavo già sul grembo di Frida pronto a godere di quell’inaspettata attenzione che fummo interrotti dal battere alla porta.
Entrò una donna e l’istinto mi disse subito di non fidarmi. Quando entrarono nella stanza delle erbe mi precipitai ad entrare anche io.
“Manda via quel gatto per favore!” disse lei
“Perché? E’ tanto affettuoso?” replicò Frida, ma vista l’insistenza della donna, Frida mi cacciò fuori.
Non mi sentivo tranquillo a saperla da sola con quella donna e avevo fiducia nella mia inclinazione a riconoscere il male, ma dopo quella sera, per diversi mesi non si vide più. Quando stavo per dimenticare quell’esperienza dicendomi che ero troppo diffidente, ecco che quella donna riapparve.
Il sole stava per tramontare e Frida stava per chiudere la porta dietro l’ultima paziente che qualcuno glielo impedì. Un piede era stato messo in mezzo alla porta.
La donna entrò seguita da quattro uomini, uno di loro la guardò e lei alzò il dito puntandolo verso Frida.
Fu portata via ed io con lei. Mi cacciarono in un sacco puzzolente, ma durante il tragitto riuscii a romperlo e a liberarmi. Seguii il carro dove c’era prigioniera la mia padrona.
Lei fu gettata in una segreta buia e umida e fu torturata per ore.
Volevano che lei confessasse di essere in combutta col diavolo.
Potei vedere come le slogarono le articolazioni con le corde che la tiravano in direzioni opposte. Non potrò dimenticare le grida di dolore che rimbombavano tra le pareti di pietra.
“Confessa che sei una strega! Confessa e non ti tortureremo più!”
Frida non confessò nemmeno quando le accesero il fuoco sotto le piante dei piedi.
Riuscii ad introdurmi di nascosto nella cella soltanto due giorni dopo e l’immagine che ebbi fu tremenda, anche se fossi riuscito a liberarla non avrebbe mai più potuto camminare perché non aveva più carne sotto i piedi.
“Confessa, anima dannata! Confessa!”
Mi lanciai sul torturatore con un balzo. Riuscii a strappargli gli occhi con gli artigli prima di essere preso e sbattuto contro il muro.
“Eccola la prova che volevamo! Non c’è più bisogno che confessi! Il gatto nero è l’incarnazione del male!”
Frida morì pochi minuti dopo senza confessione.
Io riuscii a salvarmi scappando prima che mi catturassero.
Da allora girovago tra i boschi e ho imparato ad usare la superstizione degli umani dai quali riesco ad ottenere, perché demone del male, ciò che voglio grazie anche a tutte le effigi che mi vedono accanto a streghe o presunte tali.