Michele Loconsole
Il viaggio come esperienza spirituale.
Dottore in Sacra Teologia Ecumenica, è docente di Religione cattolica e giornalista. Autore di numerosi saggi sulle reliquie maggiori della Passione di Cristo, ha tra gli altri pubblicato Sulle tracce della Sacra Sindone. Un itinerario storico-esegetico, Bari 1999, Il simbolo della croce tre giudeo-cristianesimo e tarda antichità: un elemento della translatio Hierosolymae, in Liber Annuus (LIII/2003), Jerusalem 2005 e La Corona di spine di Cristo. Storia e Mistero, Edizioni Cantagalli, Siena 2005. Ha partecipato in qualità di relatore al Congresso Mondiale “Sindone 2000” (Orvieto 27-29 agosto 2000), con la relazione La Sindone non è stata utilizzata come tovaglia per l’Ultima cena. Cura la rubrica sul dialogo ebraico-cristiano “Vi fu detto, ma io vi dico…” per l’Agenzia Fides della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli (Vaticano). Ha recentemente pubblicato, insieme a Emanuela Marinelli, il volume La Sindone. Sulle tracce del Mistero, Grottaminarda (AV) 2008.
Il viaggio non appartiene alla sola condizione dell’agire, ma soprattutto dell’essere. Tutta la nostra vita è una specie di viaggio: un andare da un punto - la nascita - verso un altro - la morte; percorso che, secondo non poche religioni, continua anche nell’aldilà. In quell’esperienza che nel cristianesimo, ma non solo, è chiamata eternità, proprio per opporla al tempo, dove alcuni sono destinati alla dannazione - l’inferno – altri - si spera molti se non tutti - al paradiso.
Viaggiare, quindi, non implica il solo impiego delle facoltà motorie, fisiche o materiali; ma anche e soprattutto quelle mentali e spirituali. Non a caso il termine “pellegrinare”, lemma utilizzato massimamente nel linguaggio religioso, e la cui etimologia lo denuncia, significa appunto “andare per campi”, ossia raggiungere la meta senza avere chiaro l’intero percorso, senza che quest’ultimo sia stato già tracciato. Le tappe, poi, si definiranno di volta in volta, a seconda delle vicende della vita, proprio a sottolineare l’instabilità della condizione umana rispetto alla meta finale che è Dio.
Nacquero così le vie dei pellegrini, siano esse preistoriche o medievali, orientali o occidentali, nei deserti o tra le Alpi. La Puglia, per esempio, è stata la terra privilegiata dell’incontro tra le civiltà orientali e occidentali: luogo di grandi arterie del sacro, protesa verso il Levante, da cui tutto ha avuto inizio, come il sorgere del sole. L’uomo infatti ha avuto da sempre l’esigenza di “andare incontro” verso “un altro”, o “altro luogo”, dove placare la sua sete di conoscenza. Viaggiare è infatti anche capire, comprendere, dominare, possedere. È la logica dell’incontro che muove l’uomo verso l’ignoto, l’insondabile, il mistero. Mistero che sovente prende le forme di una divinità, o di un santone, o di un luogo magico.
L’uomo, che secondo la Bibbia è stato creato ad immagine e somiglianza di Dio, ha il desiderio innato di viaggiare perché risponde all’imprimatur originario del “viaggio” che Dio sapeva di fare fin dall’eternità verso l’uomo stesso: l’Incarnazione. Gesù bambino è infatti il Verbo di Dio, la Parola per eccellenza, il suo Figlio che, uscito dalla Trinità è entrato nel mondo per incontrare l’uomo, ultimamente e definitivamente. Dio ha viaggiato verso l’umanità facendosi uomo, perché l’uomo possa trovare la strada, o le strade, per ritornare a Dio dopo la sua esperienza terrena.
Tutto questo può sembrare teologico, accademico, disincarnato dalla realtà, ma è la verità essenziale dell’uomo: è infatti l’amore che ha fatto “viaggiare” Dio verso l’umanità, per redimerla e salvarla; ed è l’amore che fa muovere l’uomo verso altro da sé, sia un suo simile, sia Dio stesso.
Sono queste alcune semplici e sintetiche considerazioni di come il viaggio, ossia il desiderio di incontrare posti, civiltà e persone differenti da se, risponda in realtà a esigenze dell’uomo molto più profonde e originarie, che il semplice fenomeno estetico, che pure ne è un segno. Se si viaggia con l’intento di rispondere alla vocazione della ricerca della realtà, in questo caso intesa come la verità che esiste indipendentemente dal fatto che io l’abbia già incontrata, e che esisteva prima di me e che continuerà ad esistere dopo la mia esistenza, allora il viaggio diventa un’esperienza terapeutica, spirituale, oserei dire salvifica.
E allora viaggiamo di luogo in luogo, ma facciamolo anche con la mente e col cuore.