Davide Mezzina
C’è un po’ di traffico nell’anima.
L’idea di traffico che abbiamo oggi è quella che ci proviene dalle strade affollate di macchine. Corrono per raggiungere luoghi di lavoro, di vacanza o si spostano semplicemente per un tranquillo viaggio. Sempre più spesso capita di veder molti pensionati muoversi nella nostra era in cui la terza età diventa un modo di riprendersi, salute permettendo, il tempo giovanile ormai speso nel lavoro. Il viaggio, quindi, è attualmente nell’immaginario popolare a buon diritto, metafora della vita e come tale comprende significati quali il senso di distacco, abbandono, lacerazione, paura, sgomento, tensione, divertimento, meta, spostamento, cultura, conoscenza, esperienza e non ultimi quelli di ricongiungimento e purtroppo anche di morte.
Questi significati, pur essendo condivisibili, non sono quelli che la mente mia sperimenta quando penso ad un viaggio, perché per me si può viaggiare - anzi lo si fa molto di più - quando si è alla ricerca di sé. Mi ritrovo coinvolto in questa ricerca, non quando sono seduto a tavolino a leggere, studiare, o come in questo caso a scrivere articoli, ma quando sono con le mie scarpe da running per strade di campagna del mio paese un po’ isolate e corro. In questi momenti il mio cervello sembra essere concentrato come quello di un vigile al centro della strada, con i suoi gesti ampi ed a volte disarticolati, mentre blocca alcune macchine per far passare i pedoni, poi blocca i pedoni per farne passare altri ed ogni tanto fischia se c’è qualcuno che commette un'infrazione. In pratica è ciò che accade quando inizio a correre e dopo qualche chilometro, inizio a pensare a cosa potrei fare per inseguire i miei sogni professionali, per essere un buon padre o marito. Ed ecco che, mentre la strada mi scorre sotto i piedi gonfi dalla fatica e le gambe sono diventate gommose, scopro dentro di me emozioni contrastanti di amore ed odio che affollano le strade centrali e periferiche della mia anima, che chiedono di passare, ma che il vigile ferma per far passare quelle più genuine, autentiche, vere ed indifese, come si fa con i bambini all’uscita delle scuole. Ricordo uno dei giorni in cui ho messo un po’ d’ordine nel traffico della mia anima: il giorno 8 ottobre 2007. Sono partito per il mio solito allenamento domenicale. Mi sentivo insolitamente carico, sarà che nella settimana mi ero allenato appena un paio di volte, sarà che forse non so bene per quale motivo, mi sentivo sereno come non mai. Allora ho cominciato a fantasticare sul percorso da fare, se i soliti 14 chilometri o allungare ed arrivare ai 18. Mentre riflettevo sul da farsi, si insinua in me una seconda riflessione. Certo che per essere ben allenati bisogna dedicare tanto tempo ed energie per avere dei risultati decorosi. Ma non faccio in tempo a terminare questo pensiero che mi viene in mente una frase ascoltata in chiesa: “sei polvere e polvere ritornerai”. Ne deduco subito che la polvere può essere schiacciata da chiunque e spostata dal vento anche più lieve e mi rendo subito conto di come questo fatto incida sulla mia o meglio nostra natura di esseri umani, qualsiasi cosa decidiamo di fare dal lavoro allo sport, dal tempo libero alla famiglia. Mi viene di interrogare Dio nella persona di Gesù: se noi siamo polvere e polvere torneremo, se siamo così inconsistenti, come riusciamo a rispettare tutte le regole che Tu ci hai lasciato per non peccare? E poi, come facciamo ad avere la forza di aiutare gli altri, se qualsiasi cosa ci può calpestare e trascinare come la polvere? Forse non avremmo bisogno di qualcuno che ci aiuti? Inoltre, come puoi pretendere che noi siamo in grado di diffondere la Tua Parola attraverso le nostre azioni, se noi possiamo essere paragonati a delle formiche (all’interno dell’universo fatto da galassie, oceani d’acqua, deserti e giungle varie) che si possono pestare anche involontariamente da chi sta su di noi? Tu, infondo, hai provato l’impotenza umana quando sei diventato uomo ed hai visto cosa gli uomini sono costretti a fare per non farsi schiacciare da altre formiche più grosse o più potenti. Tu hai anche provato il tradimento. Quindi, come puoi pensare che noi uomini abbiamo una forza che solo Tu in quanto Dio puoi avere?
Quindi mi vengono in mente le parole di Arturo Paoli che ho ascoltato a Bari, il quale nel suo intervento alla chiesa di San Michele, sottolinea che l’uomo ha dentro di sé il soffio dello Spirito Santo che non va oppresso con ambizioni, soprusi, cupidigie e avidità, ma va liberato nello slancio verso l’altro fatto di dare e non solo di ricevere. Poi soggiunge che dobbiamo imparare a chiedere al Signore che cosa voglia da noi e non solo chiederGli grazie o promozioni.
Le sue parole sembrano quasi anestetizzare l’uditorio, che scioccato, resta come percosso e attonito da quelle parole tanto da non sentirsi volare nemmeno una mosca. Il mio sguardo è fisso, sembra assente. Davanti ai miei occhi, scorre tutta la mia vita: i miei desideri, le mie passioni e le mie ambizioni. Dentro di me il cuore avverte come uno strano rimescolio e ripenso alle tante volte che parlando con mio padre ho affermato di essere sfortunato perché ritenevo di non essere riuscito a raggiungere i tanto sospirati traguardi professionali. Inoltre, ripenso alle mie fissazioni per un corpo sempre migliore e quasi scolpito e all’improvviso mi rendo conto di aver smarrito il senso della vita. In me ora avverto quel soffio che prepotentemente vuole uscire, ma non è la sede adatta. Vorrei gridare per liberarmi delle ansie che quel soffio mi provoca, non vedo l’ora che Paoli finisca di parlare perché sento il sangue circolare ad una velocità vorticosa, è come se mi stessero facendo una radiografia senza comunicarmi l’esito. Paoli è lì di fronte a me e continua ad esortare l’uditorio a superare l’egoismo per avvicinarsi all’altro. Sottolinea come, dopo un secolo di psicoanalisi e millenni di filosofia laica, in cui l’uomo è andato alla ricerca del proprio io da accrescere con cose materiali che più che aiutarlo a conoscersi lo hanno imprigionato, oggi anche i filosofi non cattolici ritengono che l’uomo per ritrovare una dimensione umana, bisogna che si avvicini all’altro attraverso cui si può ritrovare l’io nella dimensione più sociale e autenticamente umana.
Mentre rifletto su queste cose sono giunto al chilometro 25 e mi mancano soli 5 chilometri al ritorno a casa. Avverto una sensazione di leggerezza, accompagnata da una serenità interiore: quella stessa serenità che si raggiunge dopo che per tanto tempo si è tenuta una casa in disordine e la si riordina e la si ripulisce buttando le cose vecchie e risistemando le cose ancora buone. Per me è stato come poter viaggiare di nuovo su una strada sgombra dopo aver superato una coda ed un ingorgo. Quando rientro a casa sono più sereno di quando sono partito e mi do appuntamento al prossimo viaggio.