Vincenzo Modugno
Si nasce viaggiando.
Per riferimenti biografici su Vincenzo Modugno, rimandiamo il lettore al numero precedente di “ApertaMente”.
Si nasce viaggiando e non c’è tema che rappresenti più da vicino l’esperienza della vita. Il viaggio è paradigma della vita. La nascita è un percorso che strappa il feto dal grembo materno e lo consegna al mondo esterno. Ci vuole questa separazione, questa rescissione dal cordone ombelicale per consistere come soggetti. Forse questa è la ragione per cui ogni ulteriore viaggio conserva sempre la dualità di rappresentare la gioia di vivere, l’avventura, la scoperta, ma al tempo stesso il distacco: la prova e il dolore. L’ambivalenza del termine si manifesta nelle diverse etimologie della parola. L’italiano viaggio, il provenzale viatges, il francese voyage, ma ancora il rumeno viadi e viaje e viagem rispettivamente in spagnolo e portoghese derivano dal latino viaticum: la provvista per viaggiare, la cosa più importante di chi si mette in via (via tecum: in via con te). Invece l’inglese travel, il francese travail derivano da trepàlium (tres+pàlus) un ordigno fatto di travi in qui i maniscalchi mettevano le bestie intrattabili e anche strumento di tortura romano. L’etimologia rimanda all’idea di fatica dolore, difficoltà, e il viaggio della nascita è per noi un travaglio. Certo viaggiare nel passato non deve essere mai stato facile e implicava il disagio, il pericolo d’incontrare briganti, di ammalarsi, di naufragare per mare.
Il tema del viaggio è all’inizio della letteratura e accompagna tutte le tappe evolutive che la storia umana ha prodotto. Pensiamo all’Odissea di Omero, ma anche alla Bibbia, con i suoi esodi, le fughe e i ritorni che rappresentano la condizione dell’uomo nel suo cammino perenne verso la salvezza e verso Dio. Il viaggio è spesso presente nei romanzi di ogni tempo e assume il significato di prova, iniziazione o espiazione di una colpa. Nei racconti di tutti i tempi c’è sempre un elemento che perturba un equilibrio iniziale e un conseguente spostamento, reale o immaginario, alla ricerca di un nuovo equilibrio. Senza la dimensione del viaggio non avremmo i nostri eroi a partire da Ulisse o a quelli presenti nei poemi cavallereschi e nelle fiabe tanto famose, fino ai tempi ben più recenti come ne il Robinson Crusoe e nel mondo contemporaneo in cui il tema del viaggio è visto soprattutto nella sua valenza simbolica, un vagabondaggio senza meta alla ricerca di una identità ormai perduta, come nell’Ulisse di Joyce. Certo gli eroi sono sempre più degli antieroi e le mete sono sempre più ambigue e prive di certezza e di scopo. Forse il viaggio contemporaneo è diventato in letteratura sempre più viaggio simbolico e metaforico, discesa nel profondo, perché l’uomo contemporaneo, apparentemente non ha più nulla da scoprire su questa terra. Parlando in senso strettamente geografico, ogni angolo del nostro mondo è raggiungibile con un semplice clic del nostro mouse, spiato dai satelliti, proiettabile sui computer o sul palmare.
Il viaggio è un potente strumento di conoscenza, di salvezza e di catarsi: si viaggia per esplorare mondi nuovi, per investigare, per vedere di persona come stanno effettivamente le cose, ma il viaggio è a volte anche fuga, clandestinità o esilio, come in Foscolo, o nell’esperienza dell’esodo del popolo ebraico. Si viaggia per necessità, per scampare alla guerra, in cerca di fortuna e di lavoro: è il volto di tante emigrazioni del passato e anche dei nostri tempi.
Durante il corso del Novecento e oltre, fino ai nostri giorni, la potente rivoluzione capitalistica ha spesso trasformato il viaggiatore in turista, soggetto che non va in cerca di emozioni forti ma che desidera svagarsi, spesso indifferente nei confronti della meta, più attento a divertirsi e a rilassarsi che a conoscere e tanto meno a mettersi in discussione o alla prova: viaggiare per il gusto di viaggiare.
Anticamente il viaggio aveva sempre una meta, l’eroe si spostava per una ragione, un valido motivo, anche se costretto da forze esterne, la sua marcia seguiva una direzione, in altri termini procedeva con un senso. Sovente la meta implica un movimento circolare che riconduce il protagonista a casa. È l’avventura come nostos e caratterizza la figura del viaggiatore eroico per antonomasia, Odisseo, che vive la sorte e gli accadimenti e li subisce nel senso che resiste al fato avverso. Il suo eroismo consiste proprio nella sua capacità di resistenza che lo ricondurrà, dopo aver peregrinato in cerchio, sano e salvo e più esperto, al suo originario punto di partenza, in patria. Il viaggio è in definitiva funzionale all’acquisizione di esperienza e di conoscenza. Si torna più saggi di come si è partiti, ma la propria crescita è valutabile solo facendo ritorno al luogo natale come è espresso nei primi versi dell’opera “Narrami, o Musa, dell’eroe versatile, che così tanto vagò, dopo che ebbe distrutto la sacra rocca di Troia: di molti popoli vide le città e conobbe le menti, molte angustie soffrì nel suo cuore sul mare, per guadagnare la vita a se stesso e il ritorno ai compagni”. (Odissea vv. 1-5).
Ben diverso è L’Ulisse di Joyce. La cultura del Novecento ha via via annientato il polo della realtà, non esiste un mondo esterno conoscibile e altro da un soggetto che conosce, il viaggio se c’è è tutto mentale, immaginario, psicologico, ma anche senza meta e direzione. Ulisse è stato dissacrato, non è più l’eroe, ma è l’esatto suo opposto, l’antieroe, l’uomo comune, imborghesito, con le sue meschinità.
Ne Il Fu Mattia Pascal invece il viaggio c’è, così come il ritorno in patria, ma il ritorno non fa che esaltare la sconfitta del protagonista che fuggito alla meschinità del suo quotidiano non ha potuto resistere all’impatto di una vita libera da vincoli e priva di convenzioni. Il ritorno non regala all’antieroe un sovrasenso, ma l’amara constatazione che non esiste la possibilità di una libertà e quindi della felicità.
Eppure ancora oggi il viaggio conserva sempre quel potenziale fascino di chi si mette alla prova, chi rischia qualcosa di sé per superare i propri limiti o i limiti della propria conoscenza. Il viaggio dovrebbe sempre implicare l’apertura all’oltre e all’altro da me. L’Ulisse omerico e quello dantesco non sono stati annientati, forse giacciono sopiti nelle nostre coscienze, nel nostro cuore e nella nostra ragione per lungo tempo ma sono sempre pronti a riemergere.