Stefania Pagano

Viaggio nell’arte

 

Click. Click. Clik Click click.

Con la macchina fotografica digitale andavo in giro per la città.

La mia città.

La mia città sepolta dai rifiuti di una società avvezza al consumo ininterrotto.

Il Maschio Angioino, troneggiante nella Piazza del Municipio aveva ai suoi piedi, invece che turisti curiosi e sorpresi dalla sua imponenza, montagne di sacchetti neri punteggiati da altri multicolori che spiccavano ai raggi del sole.

La piazza, ridotta a cantiere da diversi anni per l’apertura di una nuova stazione della metropolitana, mostrava i resti di antiche mura greco-romane seppellite sotto i rifiuti e diventate mini discariche a cielo aperto.

La macchina fotografica catturava lo scempio, ma non poteva restituire l’afrore dell’aria di tutta quell’immondizia putrescente.

Ero uscito per fare il turista, per dare uno sguardo nuovo alla mia città e ciò che vedevo mi feriva profondamente e mi faceva vergognare di fronte a gruppi sparuti di stranieri, anche loro muniti di macchine fotografiche pronti a documentare il degrado di una delle città più martoriate della nazione.

Arrivai al Teatro S. Carlo e a Piazza Trieste e Trento. Un bel salotto, pulita e ordinata attorniata dai tavolini dei vari bar che invadevano i marciapiedi. Le vetrine occhieggiavano sui passanti le loro mercanzie in bella mostra di oggetti vari e colorati.

Sulla sinistra si apriva la piazza del plebiscito, la facciata del Palazzo Reale e la monumentale chiesa di San Francesco da Paola.

Click click. Senza convinzione per inoltrarmi nei vicoli di Via Toledo.

Via via che mi incuneavo tra i palazzi che si aprivano sulla destra e sulla sinistra, il fiuto mi avvisava dell’avvicinamento a qualche cumulo di sacchetti corrosi e sbrindellati da cui uscivano lische di pesce, verdure fradice, pose di caffè, recipienti di detersivi, candeggina, pannolini per bambini, resti del fruttivendolo, del pescivendolo, del bar, del negozio di detersivi.

Come previsto la zona aveva avuto una pulitura di facciata, come fa una pessima cameriera (pardon: colf) che nasconde la polvere sotto il tappeto, mi diressi verso la zona delle librerie.

Qui ebbi la bella sorpresa di trovare tra i rifiuti scatole di cartone intatte e dunque invadenti, carte di varia specie: fogli di formato A4, fogli da imballaggio, sacchetti marroni ed altro, tutti rifiuti che non procurano, nel deteriorarsi puzze nauseabonde.

La cultura non paga e nemmeno puzza.

Scattai ancora qualche foto approfittando della luce del sole che stava per calare.

Mi sentivo nauseato e per la prima volta desideroso di scappare da questa città, dalle sue insolubili e spesso inspiegabili, per me, contraddizioni: le bellezze paesaggistiche e architettoniche sepolte nell’indifferenza di tutti.

Prima che il sole si gettasse in fondo all’orizzonte decisi di passeggiare sul lungomare di Via Caracciolo. Anche qui la desolazione mi prese. Sulla scogliera bottiglie di plastica abbandonate, carte, buste di plastica, lattine varie.

Gettai lo sguardo sul golfo, lo allungai fino al profilo dell’isola di Capri che mi sembrava, da quel punto di vista, il profilo di una donna con i capelli sparsi nel mare. Click! Una foto secca, sparata in un colpo solo per averne memoria.

Da quei click sono trascorsi anni. Andai via da Napoli un pomeriggio uggioso con un cuore grigio.

Vivo a Wurzburg vicino alla casa di mia sorella con le mie nipoti.

Il cielo blu, in inverno, è un ricordo.

L’estate è breve, ma nelle rare mattine di sole il verde splende ai raggi del sole. Qui ci sono viali alberati, giardini pubblici, pulizia nelle strade, mezzi pubblici in orario, ordine.

Di tanto in tanto ho notizie della mia città dove nulla è cambiato, se non la facciata.

Qui non c’è il lungomare, ma il lungofiume con bar che si attrezzano con tavolini ed ombrelloni per il momento di relax degli avventori.

Spesso mi siedo ad un tavolino, al tramonto e guardo l’acqua che scorre e mi sento un vigliacco per aver abbandonato la mia città, per essere fuggito, come un traditore. Percorro le strade respirando l’aria pulita e attraversando strade linde, ma la luce del sole è rara coperta dalla coltre di nubi grigie e spesse.

Qualche volta mi prende il desiderio di tornare, ma temo di non riconoscere più i luoghi o di non trovarvi più le note che la distinguevano. Ogni mondo è paese recitava un detto, eppure ogni paese aveva particolarità specifiche. Adesso i megastore, i centri commerciali, i posti di ritrovo sono uguali ovunque e quando ci entri puoi immaginare di stare a Napoli, a Londra, a Parigi oppure a Madrid: tutto è conformato, appiattito, livellato, compresso.

Vuoi vedere che alla fine ciò che rende ineguagliabile la mia città sia la “mondezza”?


 
 

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