Patrizia Palma

Ore 7 del mattino. 

     Incomincia a quest’ora il mio viaggio. Sono sempre in ritardo, quel maledetto orologio cavalca le ore al galoppo. Dalle sei in poi ho solo un’ora per lavarmi, vestirmi e prendere un cappuccino volando da un punto all’altro della casa, pensando se sto dimenticando qualcosa. E succede.

     Chiudo la porta, inizio a scendere le scale e tac: la spia rossa si accende nel mio cervello, occhiali da sole e cellulare lasciato in carica sulla scrivania. Torno indietro. Raccatto gli oggetti e di nuovo via. Cominciano i miei sessanta chilometri verso una meta che conosco molto bene. Dieci, quindici minuti al massimo per lasciare la città e poi via, fuori dal traffico congestionato, finalmente sola, a tu per tu con il mio serpente d’asfalto che mi avvolge nelle sue spire di freddo in inverno e in quelle calde d’estate.

     La radio è accesa, ma il pensiero corre minuto dopo minuto, chilometro dopo chilometro verso spazi lontani. Il paesaggio corre con me e scopro in lui, ogni giorno, qualcosa che prima non c’era. Le montagne mi accompagnano da lontano, da vicino solo terre coltivate e qualche casa qua e là.

     Continuo a viaggiare. Riscopro cose dimenticate: volti e luoghi, amori e passioni, delusioni e felicità. Continuo a viaggiare. Cambio il ritmo della mia corsa e quando, incosciente, spingo troppo il piede sull’acceleratore, allora accelerano anche i miei pensieri. Continuo a viaggiare. Cerco nella mia mente un sorriso, una parola, una frase che mi fa correre incontro ai miei sogni. Continuo a viaggiare. Dimentico me stessa, chi sono e dove sono perché cerco l’emozione di quell’istante, quando ho incrociato il mio cammino al tuo in una banale stazione ferroviaria in un giorno di primavera.

     Ore 7.30 del mattino.

     La mia corsa continua, quando all’improvviso… eccola, non l’avevo prevista ma c’è. Si materializza davanti ai miei occhi senza che io possa far nulla. Devo rallentare. Ci sono quasi. Ecco, sono entrata nel tunnel ovattato e silenzioso che mi toglie la vista, l’udito e persino il respiro. Mi sembra di soffocare. Rallento ancora e tiro giù il finestrino, ho bisogno d’aria. Sento solo il rombo del motore e nient’altro. Quando arriverò? Stringo le mani sul volante e mi spingo in avanti perché forse, così, riesco a vedere qualcosa. Niente. Metto fuori la mano cercando di toccarla, voglio sentire cosa si prova. Niente. Mi sembra di annaspare in un vuoto senza fine.

     Continuo a viaggiare. Non riesco più ad orientarmi. Scorgo i fari di un’auto davanti a me: c’è un’altra vita in questo mondo senza colore. Ad un tratto una curva, poi un’altra, poi una strada un po’ dissestata e ora so dove sono, sì lo so perché sento l’odore… Un raggio di sole apre un varco nella mia prigione di nebbia e comincio a vedere di nuovo la strada. Accelero perché adesso manca poco, è vero…improvvisamente sono fuori e corro in mezzo ad enormi e infinite distese d’acqua scintillanti come specchi. Riflettono cielo e nuvole, voli di gabbiani e fenicotteri, il mio viaggio e la mia vita.

     Non manca poi tanto alla fine. Per molti è stancante. Per me, no. Sono prigioniera del mio viaggio. Lui mi parla, mi abbraccia, mi stringe, mi ascolta, mi tocca come mai nessuno. Ed io voglio che sia così. Così come il mare con la sua onda, come il vento con la sua nuvola, come il cielo con la sua stella, come il sole con la sua terra.

La mia corsa continua. Fra poco arriverò. Sono sempre prigioniera del mio viaggio che mi conduce verso la libertà. Libertà sempre cercata, voluta, desiderata, donata. Libertà del cuore, dell’anima, di pensieri e di parole che ti ho dato e che non mi hai restituito. Mi chiedo perché e, solo adesso conosco la risposta che mi hai taciuta.

 

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