Rossella Soldano
Biglietto di solo ritorno.
Sonia, 30 anni, circa un anno fa il marito è svanito nel nulla lasciandole un fascio di cambiali da pagare. Lui provvedeva ad ogni cosa e mai lei aveva avuto il sospetto che la vita che le offriva era al di sopra dei loro mezzi, mai si era confidato né le aveva scaricato addosso i suoi problemi.
“Ci penso io” diceva sempre e lei viveva sotto le sue ali protettrici senza preoccupazioni, ma un giorno aspettò invano il suo rientro e per la prima volta cominciò seriamente a preoccuparsi; l’indomani telefonò ai carabinieri che cominciarono le ricerche, quando furono esclusi incidenti, tradimenti, amnesie improvvise, lei stessa scoprì il segreto: un fascio di carte che confessavano i suoi debiti.
All’inizio cominciò a piangere, poi passò ad analizzare l’accaduto concludendo che quell’uomo non l’aveva mai amata né rispettata, l’aveva tradita, umiliata e lei nella sua stupida ingenuità pensava che quello fosse l’amore.
Da allora Sonia cominciò a crescere, dalla vendita della casa che i suoi genitori le avevano lasciato riuscì a far fronte ai debiti, elemosinò un lavoro che a stento riusciva a farla sopravvivere e si trasferì in un miniappartamento.
La sera, stanca e sola si rinchiudeva in casa, sprofondava nel divano-letto, girava intorno lo sguardo chiedendosi “come sono finita così?” e pensava…
Mario 45 anni, viveva in città, precisamente sulla sesta panchina del binario 5; i suoi averi erano tutti racchiusi in un sacco di tela stretto da un laccio, sul fondo giaceva una foto di molti anni fa: un ragazzo con jeans a zampa , maglietta aderente, capelli ricci e rossi che gli ingrossano la testa come quella di un leone, gli occhi nascosti dietro i Ray ban e un mezzo sorriso sulla bocca.
Ha una mano sul fianco come per dire. – Embè, mò che si fa?!-
Non è più lui ora , ora è libero di non far più nulla , non per pigrizia o fannulloneria ma per non dover più pestare gli altri, per non spremere più sé stesso nel torchio della vita, per non studiare più come non farsi fregare, per non stare sempre in guardia, per non essere più cinico e diffidente ad ogni costo.
L’unico a lavorare ora, ma senza danni, è il suo cervello che non fa altro che pensare…
Titina 61 anni, si è divertita come non mai al matrimonio della nipote.
Il marito, come suo solito, è rimasto seduto al tavolo per tutta la durata della festa, non una parola, non un gesto, neanche un guizzo negli occhi.
Lei invece si è tuffata nella mischia, a divorare la vita, guardando ogni tanto con disprezzo l’immobilità cadaverica di quell’uomo che sopportava da un’eternità.
Aveva bevuto ed ora, tornata a casa si aspettava qualcosa di più che il bofonchiare sordo del sonno di quell’uomo, anzi, di quel guscio d’uomo così sterile e arido da non averle saputo dare nessuna gioia e nemmeno dei figli, era un miracolo com’era riuscita a conservare intatta la sua esuberanza, la sua socievolezza.
Alzò le coperte, spense la luce del comodino, allungò una mano e con l’orecchio teso sentì un leggero russare; Titina, il gomito poggiato sul cuscino lo guardava delinearsi nel buio, era caduto nel sonno tranquillo come un bambino appagato dalla giornata trascorsa, fregandosene come sempre del suo desiderio, della sua rabbia che le montava dentro, aveva ancora voglia di sentirsi viva e non solo nei sogni, abbandonò la testa sul cuscino con un sospiro e cominciò a pensare…
Greg 28 anni, lo aveva raccolto da terra il 118 chiamato da un passante. Era rimasto anonimo per tre giorni in un letto d’ospedale in stato di coma. Aveva trascorso quei giorni al buio con l’angoscia di soffocare da un momento all’altro in quel cunicolo stretto in cui si trovava, faticosamente strisciando sul fondo avanzava col fiato corto. La droga lo aveva portato a sfiorare con l’unghia la sagoma della morte, poi d’improvviso una luce filtrò dalle palpebre chiuse.
Aprì gli occhi, si guardò attorno cautamente, non c’era nessuno che aveva fatto il tifo per lui. Tuttavia pensò di essere rinato, forse il suo era stato lo stesso cammino di un neonato che con sforzo cerca di venire al mondo. Gradualmente i ricordi affiorarono, non era un bambino e della sua vita ne aveva fatto uno schifo. Era scappato di casa, voleva liberarsi da una famiglia che gli negava la sua autonomia e finì per essere schiavo di qualcosa che gli aveva rubato non solo l’anima, ma anche il corpo, non era più padrone di se stesso, se ne accorse qualche sera fa quando lui e Susi si erano passati la ‘roba’, non riusciva a ricordare bene gli attimi seguenti ma dopo un po’, nascosto dietro ad un cespuglio vide degli uomini che coprivano Susi con un lenzuolo fin sopra la testa, il suo corpo esanime abbandonato sulla panchina.
Nascosto dietro al cespuglio diede di stomaco, si sentiva esausto, doveva finirla con quella ‘roba’ non era la morte a spaventarlo, ma si sentiva stanco di correre dietro ad un mondo fatto di niente… la mattina seguente incontrò il suo pusher e si disse: - l’ultima volta – poi il buio e quel cunicolo che gli toglieva il respiro, doveva avere un significato questo suo ritorno alla vita, pensava…
Piero 86 anni, una moglie che ancora l’accompagna negli ultimi sgoccioli della vita. Si sente soddisfatto di ciò che ha costruito, ha una bella moglie e una bella casa fornita di tutti i comforts, un buon lavoro che gli ha permesso di vivere agiatamente fino ad oggi, niente di superlativo, ma poteva permettersi di fare tutti gli anni una vacanza al mare, qualche viaggio all’estero.
Ultimamente, però, questo suo essere soddisfatto veniva turbato da ricordi di un lontano passato sepolti in un angolo della mente.
Era quasi un giovanotto, i suoi amici un po’ più grandi di lui erano quasi tutti partiti per andare sui monti a combattere con i partigiani. Lui, orfano di padre, era rimasto a casa con la madre, toccava a lui, ora, provvedere a lei e difenderla; una mattina presto ne arrivò l’occasione.
L’aveva visto casualmente, l’elmetto e la divisa tedesca si confondevano nell’erba alta della cunetta, si muoveva cautamente imbracciando il fucile.
Piero corse dalla madre, la svegliò poggiandole dolcemente una mano sulla bocca e facendole segno di tacere, prese il fucile appoggiato tra il muro e l’armadio e corse alla finestra.
Lo vide che si avvicinava correndo basso verso casa, aprì di scatto l’uscio e fece fuoco.
L’incredulità dei loro sguardi, l’uno di aver colpito, l’altro di esserlo stato, li accomunò in quell’attimo sospeso nel tempo, aveva ucciso un tedesco, aveva ucciso un uomo! mai aveva pensato che la guerra sarebbe entrata così prepotentemente e dolorosamente nella sua vita. Aveva sotterrato profondamente quella morte tra le fondamenta e ci aveva costruito sopra il suo futuro. Ora uno scavo impietoso l’aveva fatta affiorare “perché proprio ora dopo tanto tempo?” si chiedeva e, rivoltandosi più volte nella notte insonne, pensava…
* * *
Sonia cominciò ad emettere un lamento, poi un urlo dal profondo dell’anima che arginò con la mano premuta sulla bocca, frettolosamente infilò la giacca di felpa prese la borsa e si chiuse la porta alle spalle dirigendosi alla stazione.
Si mise in fila alla biglietteria dove una donna dietro lo sportello continuava a chiedere meccanicamente, senza alzare la testa, -Per dove?-
Per dove? Si chiese Sonia, scrutò le facce allineate davanti e dietro a lei cercando nei loro sguardi un indizio sulla loro meta.
Lei non ne aveva nessuna, doveva andar via di lì, chiudere la porta sul passato, sulla solitudine, sui tradimenti; davanti a lei un uomo anziano in giacca e cravatta con una ventiquattrore guardava immobile davanti a sé immerso nei suoi pensieri, un po’ più avanti, una donnetta bionda, piccola e grassottella, cercava di attaccare discorso con tutti, si trascinava con impazienza il suo trolley bianco firmato, nervosamente si guardava attorno nascondendo gran parte del piccolo viso dietro enormi occhiali scuri. Girandosi vide un ragazzo dietro di lei un po’ trasandato nell’aspetto con un vecchio zaino sulle spalle.
- C’era da fidarsi?- Istintivamente si passò la borsa a tracolla sul davanti, si rigirò per accertarsi che non c’era pericolo, lo guardò, non portava occhiali, i suoi occhi scuri sembravano calmi e sereni, tuttavia il suo sguardo era deciso, Sonia pensò che, senz’altro, lui sapeva dove andare; l’anziano distinto signore davanti a lei chiese un biglietto A/R per C., pagò e si allontanò dalla fila dirigendosi verso il binario 5, anche la piccola signora coi grossi occhiali si era avviata nella stessa direzione.
Toccava a lei, fece finta di rovistare nella borsa e disse al ragazzo di passare avanti, aveva bisogno ancora di un po’ di tempo.
- Per dove? –
- Un biglietto di solo ritorno per S. –
- Solo andata?!? –
- Ho detto che voglio un biglietto di solo ritorno!-
La donna alzò lo sguardo, qualcosa di umano le balenò negli occhi, un po’ sconcertata guardò il ragazzo e decise di assecondare quella stranezza: fece il biglietto, con una matita segnò qualcosa sopra, ci appose un timbro e lo spedì al binario 5.
Sonia si appoggiò al marmo della biglietteria, - Per dove?- fece la donna ritornando atona senza alzare la testa.
-Voglio prendere il treno che parte dal binario 5, dove va?-
- Non ci posso credere, uno dopo l’altro, mi conviene andare in pausa prima che perda la pazienza – disse tra sé la donna, poi rispose con voce seccata: - Scende a Lecce, allora?!? – chiese impaziente.
- Un biglietto sola andata per Lecce. –
- Bene – se non altro non dovrò far finta di fare correzioni e timbrare come per quello sciagurato di prima.
Il treno arrivò e Sonia cercò tra le carrozze i suoi compagni di viaggio.
Il signore anziano con la ventiquattrore e la donna nascosta dagli occhialoni si erano già seduti nello stesso scompartimento, mentre il ragazzo era appoggiato al finestrino del corridoio con lo zaino ancora sulle spalle, impedendo il passaggio; era intento a guardare un barbone che, sul marciapiede, scriveva con un pennarello sul vetro inferiore del finestrino:
Un viaggio vorrei fare
per poter poi raccontare
cosa la gente va a cercare
quando armata di bagaglio
dà alla vita di oggi un taglio
e tu cosa cerchi in questo mondo?
Poi rivolse lo sguardo in su e aspettò una risposta porgendo il pennarello al ragazzo affacciato, che, accoccolatosi, scrisse:
Cerco le mie radici e il remoto passato
Perché il mio presente l’ho cancellato
Dal fondo di un tunnel sono passato
e una nuova vita ho sognato.
Intanto Sonia, che osservava la scena incuriosita, si avvicinò, il barbone con un cenno invitò il ragazzo a passarle il pennarello, così Sonia scrisse:
Cerco sincerità nella gente
Perché chi ha tradito, ha colpito duramente
Qualcuno su cui contare
per poter il dolore dimenticare
voglio guardare il mare in tempesta
e poggiare sulla sua spalla la mia testa.
Un gruppetto di gente si era formato davanti a quel finestrino che, senza pudore, liberava gli animi in una poesia in crescita ascendente: i versi scritti uno sopra l’altro.
Il signore anziano posò la ventiquattrore, chiese il pennarello e scrisse:
Cerco gli occhi di un soldato
Perché il suo dolore e il mio
Non ho mai dimenticato
Senza nome e senza gloria,
senza sconfitta e senza vittoria,
giace nella buia terra
vittima come tante, di una sporca guerra.
La bionda signora, dai grossi occhiali, un po’ titubante si fece largo tra il gruppetto, senza dir nulla afferrò con sgarbo il pennarello e con una scrittura spigolosa scrisse:
Cerco una vita viva
Una giovinezza tardiva,
voglio scrollarmi di dosso il grigio…
Pensò un po’ per trovare la rima:
… già dal primo pomeriggio
Voglio che duri sempre questa festa
Per tutto il tempo che mi resta.
Un fischio e il treno cominciò a dare il primo scossone, il barbone, al di là del finestrino, richiese il pennarello, con un cenno della mano salutò, e tutti, come incantati dalla dolcezza del suo sorriso, risposero al suo saluto alzando la mano allo stesso modo.
Mario ritornò alla sesta panchina del binario 5, tirò fuori dal sacco un taccuino e cominciò a registrare ciò che quella gente anonima aveva scritto in una comunione di spiriti, innocentemente, senza remore, gli avevano affidato pezzi della loro vita.
Sonia prese posto nello scompartimento e il ragazzo con lo zaino le si sedette accanto.
Quei quattro assortimenti di vita, pensierosi e silenziosi, ancora colpiti da quel che avevano involontariamente scritto cercavano di evitare con pudore lo sguardo dei compagni di viaggio, guardando fuori dal finestrino.
Quel giorno il cielo era più azzurro del solito, scoprirono un prato di erba selvatica dove, tra il verde giallastro, si distinguevano i fiori gialli della rucola, quelli viola di malva, quelli azzurri dei fiordalisi, quelli bianchi della camomilla.
Dopo un po’, da lontano, intravidero il mare e gli occhi di Sonia, puntati al finestrino, si liberarono dal dolore riempiendosi d’azzurro.