Rossella Soldano
SIXTY-SIX: la strada che non c’è.
Qual’ è la tua strada amico?
…la strada del santo, la strada del pazzo,
la strada dell’arcobaleno, la strada dell’imbecille,
qualsiasi strada.
E’ una strada in tutte le direzioni,
per tutti gli uomini, in tutti i modi.
Jack Kerouac
“Sulla strada”
Fuso alla sella della mia Harley Davidson, non sono più un essere umano ma un centauro cibernetico: i miei occhi, la visiera scura del casco integrale di giorno, i fari della moto di notte, il corpo rivestito di pelle nera come la pece a chiazze impolverata, le mie gambe le due ruote che sfilano dritte sulla strada come un rasoio bilama.
Sto attraversando il mito: la Sixty-six.
Sono partito un giorno qualunque da una vita qualunque , piantando tutto e tutti.
Avevo bisogno di spazio, di silenzio, di solitudine, di sentirmi perso tra infiniti orizzonti, perciò ho estinto il conto in banca, ho infilato il denaro in un sacchetto di plastica nero e ho seppellito il passato sul fondo del cestino dei rifiuti. L’ultimo acquisto: l’Harley, sedile XL, tuta stivali guanti casco, rigorosamente neri.
Sono partito da Chicago per la 66 inseguendo Jesse James e tutti quelli che avevano avuto fame di libertà, ho abbandonato le luci e il traffico della città e la moto ha cominciato a scalpitare.
Ho accelerato lasciando in un soffio l’Illinois. Ho attraversato il verde Midwest , ho salutato le Monument Rocks scolpite tra le Grandi Pianure dove la terra digerisce e rigurgita segni di vite passate, quando ai coloni venivano assegnati enormi pezzi di terra o con pochi spiccioli si assicuravano una nuova vita fatta di sogni, sudore e morte, quando l’assalto dei picchetti e il filo spinato venduto a chilometri diventò un affare.
Ruderi di vecchie Ford ModelT, macchine agricole, silos, affioravano qua e là logorati dalla ruggine e uniformati nel colore come postume lapidi sulle ossa dei poveri schiavi deportati, qualche baracca di legno marcio testimoniava che lì c’era stata gente che aveva lottato contro mille nemici, che aveva creduto in un miracolo e alla fine si era arresa.
Scivolando liscio come una saponetta sul fondo della vasca, ho attraversato il Kansas dirigendomi in Oklahoma, lungo la vecchia strada dei sogni mentre la musica di Nat King Cole si diffonde intrappolata tra l’imbottitura del casco e la mia testa, poi si infila con forza nelle orecchie credendole una via di fuga.
Ho impolverato i miei stivali nel Texas, come quelli dei cowboy; nel calore rarefatto che la strada restituisce, un bagliore colpisce la visiera scura del casco a prova di raggi UVA-IVT-CCV-CVC…, è Cadillac Ranch di Stanley Marsh, è incredibile come quelle auto che suscitano l’ingordigia di arrivisti senza scrupoli, siano state piantate obliquamente nel terreno come assi di comune legname a formare un improbabile steccato; ho avuto conferma, come già sospettavo, che tutto può cadere nell’obsolescenza.
Il colore insolito delle Cadillac non ha fermato la mia corsa: ho scalato le Montagne Rocciose, sempre più rosse al tramonto, ho accarezzato l’Altopiano del Colorado scavalcando il Gran Canyon, ho iniettato nel cervello una dose di Scott Joplin (The Cascades) prima di sfiorare la Valle della Morte, ho attraversato le strade deserte di Bagdad, silenziosa e illusoria come un miraggio, tremolante nella calura, il rimbombo del motore al minimo echeggiava negli occhi delle case- fantasma.
Sono arrivato in California, ho puntato verso Los Angeles, la città delle stars, con Hollywood e il tortuoso Sunset Boulevard, al di là della città: il Pacifico. L’alone delle luci offuscava il luccichio delle stelle, l’ho guardata da lontano; dopo aver macinato migliaia di chilometri, ho fermato la moto, per la prima volta ho preso coscienza del mio piede poggiato al suolo…
Ho attraversato, da est ad ovest, il sud degli Stati Uniti e tutto ciò che c’è in mezzo è spazio infinito, spirito libero, né più fame e né più sete, né più bisogni e necessità, né vizi e né virtù, perché le illusioni e gli ideali sono sogni che si materializzano sulla fascia scura della 66 e, come questa strada, si perdono tra le montagne, tra i fiumi, tra le vaste pianure e i caldi-freddi deserti, spezzettati lungo le interruzioni, avvistati tra nuove denominazioni, ritrovati tra le prime luci dell’alba.
Ho guardato indietro, l’asfalto della strada argentato di luna, ho cercato tra i ricordi una meta, non è Los Angeles; ho sparato nel casco la voce degli Eagles, ho fatto inversione: voglio vivere in un sogno, ripercorrere la stessa strada all’infinito, fino a dissolvermi.