Viviana Soldano
Camilla, il pesce.
Sto infilando il mio costume olimpionico, sono la numero 3 di questa gara che inizierà tra poco più di mezz’ora, ma questa volta è diverso, ne ho fatte tante di gare, ma questa è così importante, ho tanta paura, ma anche tanta certezza di poter vincere. Sono mesi che mi alleno, ore ed ore di sacrificio, immersa nell’acqua, nel mio elemento naturale, respiro cloro a pieni polmoni, e il suo odore fa parte di me, è impresso nella mia pelle, vive nel tessuto dei miei costumi, sprigiona dalla mia cuffia. Siamo una cosa sola l’acqua ed io. Ho bisogno di momenti di solitudine, per pensare, per concentrarmi, per ritrovare la calma… Me lo ha insegnato mio padre da quando ero piccola, quando cominciavo a capire di essere una bambina diversa; mio padre mi tolse ogni dubbio: ero una bambina speciale, metà bimba, metà pesce, per questo la gente mi guardava quell’estate al mare, quando mio padre mi insegnò a non aver paura. “Il mare, mi disse, è bello da guardare, ma tutti lo guardano dagli ombrelloni, dalla sdraio, stando a riva. Io t’insegnerò a guardarlo da dentro.” Cominciai a mimetizzarmi da pesce: le pinne, la maschera e il tubo al posto delle branchie, i braccioli per galleggiare. Era vero, il mare da dentro era meraviglioso! Potevo vedere le conchiglie nel fondo e i granchi che si nascondevano nella sabbia, sassi, alghe, le mie mani e i miei capelli rossi che si cullavano nelle onde come se fossero parte integrante di esse. Doveva essere vero… ero speciale, metà umana e metà pesce, per questo amavo tanto il mare…
Ho ancora un po’ di paura, mio padre dice che è sano aver paura prima di una gara, serve a dare il meglio di se stessi, è per questo che sono qui da sola a concentrarmi. Sono abituata così, svolgo le mie azioni d’abitudine, come se fosse un rito, e questo rito mi dà la sicurezza nelle cose che faccio.
Tiro fuori dallo zaino il mio portafortuna: è una medaglia di cartone dipinta di giallo con un nastro verde; sopra c’è scritto Miss Sirenetta 2002, avevo 13 anni allora e quella fu la mia prima vacanza da sola.
Mia madre e mio padre mi accompagnarono al pullman all’ora della partenza, era di mattina presto, mia madre piangeva e mio padre la rassicurava che per me sarebbe stata una bellissima vacanza. Era il campo estivo organizzato dalla mia parrocchia e io non avevo tanta paura perché con me c’era Daniela, la mia vicina di casa, 4 anni più grande di me, sapevo che non mi avrebbe lasciata mai sola, mia madre glielo aveva fatto promettere più di mille volte e lei l’ aveva tranquillizzata sorridendo.
Daniela era la mia più grande amica e io le volevo un mondo di bene, tutte le domeniche veniva a prendermi a casa e andavamo insieme a messa, poi, se era bel tempo, ci fermavamo a comprare un gelato con gli altri ragazzi della parrocchia per poi tornare a casa.
Era tutto bellissimo, salutai i miei dal finestrino e continuai a guardare oltre per tutto il viaggio finché arrivammo nel campeggio. C’era un albergo tutto per noi, immerso nel verde e dalla finestra si vedeva, neanche a dirlo, il mio amato mare.
Avevamo gli orari stabiliti: ore 8,00 sveglia, 8,30 colazione, lavarsi i denti e poi al mare. Rientro ore 12,00, doccia e pranzo, pomeriggio piccola dormitina, poi di nuovo sul mare e la sera… festa! Si ballava, si passeggiava, si accendeva il fuoco sulla spiaggia, si cantava intorno al fuoco… era tutto bellissimo. Daniela mi chiedeva spesso: “Ti diverti?” e io “sì, è tutto bellissimo”.
La mattina facevamo acqua splash con Marco. Aveva 18 anni ed era anche lui bellissimo. Non so cosa mi prendeva, ma sarei stata sempre a guardarlo, aveva degli occhi stupendi, ma quando lui mi guardava diventavo tutta rossa, non so cosa mi stava succedendo…quella mattina mi aiutò a mettere le pinne e i braccioli, la maschera e il tubo non li usavo più, stavo completando la mia metamorfosi da ragazza a pesce. Era gentile, mi accompagnava in acqua, mi chiedeva, “sei sicura di volerti allontanare?” “sì”, avevo voglia di sorridergli, ma sapevo che sarei arrossita e abbassavo lo sguardo.
Quella sera andammo a letto a mezzanotte, sempre alla stessa ora, proprio come piace a me, Daniela sarebbe venuta più tardi, perché dava una mano a rimettere tutto a posto. Prima di dormire andai ad aprire la finestra, faceva molto caldo nella stanza e non riuscivo ad addormentarmi.
Ad un tratto lo vidi passeggiare sulla spiaggia con qualcuno, sì, aveva una fidanzata…no! Non era possibile, non poteva essere vero! Andai su tutte le furie, ero arrabbiata e cominciai a piangere, ma dovevo chiudere la finestra, perché si stavano avvicinando e avevo paura che mi vedessero.
Chiusi goffamente la finestra e feci rumore così restai dietro le persiane a guardare se mi avevano vista. Fu lì che la vidi, era Daniela, sì proprio Daniela, la mia carissima amica e ora mi stava spezzando il cuore…
Corsi a letto e feci finta di dormire, ma non riuscivo a smettere di piangere. Marco e Daniela, perché mi avevano tradita? Erano entrambi bravi e mi volevano bene, ma allora perché avevo questo forte dolore al petto?
Daniela mi raggiunse in camera subito dopo, mi scrutò fra le lenzuola, ma io feci finta di dormire, forse si era accorta di qualcosa e io non sapevo cosa poterle dire, così preferivo tenere gli occhi chiusi e nascondermi nel buio. Non riuscii a dormire quella notte e la mattina avevo una gran confusione nella testa. Cosa era successo? Perché quel turbine di sentimenti dentro di me?
Daniela venne a svegliarmi alle 8,00 e quel parapiglia che avevo dentro mi fece fare qualcosa di strano, dissi la prima bugia della mia vita, quelle come me non sono brave ad inventare delle scuse, le dissi che avevo mal di pancia e che volevo restare a letto. Lei rimase molto sorpresa, mi accarezzò dolcemente e mi promise che sarebbe rimasta in camera con me per tutta la mattina. Fu molto affettuosa quel giorno, non mi lasciò un minuto da sola se non per andare a prendermi una camomilla in cucina. Cominciavo ad avere i sensi di colpa, ma il cuore continuava a bruciarmi… Il pomeriggio venne anche Marco, ma io chiusi di nuovo gli occhi e finsi di dormire. Anche questa era una bugia, perché da sotto le ciglia li scrutavo e vidi chiaramente Marco che le stringeva la mano, ma era anche molto preoccupato per me.
La notte successiva dormii sodo, forse perché ero molto stanca e la mattina scesi in spiaggia: non ce la facevo a stare lontana dal mare sapendolo a pochi metri da me.
Non parlai molto quel mattino, ma nuotai tanto e questo mi servì per tornare tranquilla. Tornai sulla spiaggia, Daniela era ancora in acqua a spingere gli altri in un canotto. Guardavo la nave da mini crociera arrivare e rimasi a lungo ad osservarla. Ad un certo punto, d’istinto, mi accorsi del pericolo che stava per travolgerli: la nave avrebbe provocato un’onda più alta del solito e li avrebbe colti all’improvviso. La realtà fu più veloce del mio pensiero: vidi il canotto ribaltarsi e gli altri sommersi dall’acqua. Passata l’onda tutti tornarono a galla e si aggrapparono al canotto, ma Daniela no, lei era rimasta giù. Fu un attimo e il pesce che ero si risvegliò dentro di me, mi venne fuori una grinta inaspettata. Senza pinne e senza braccioli mi precipitai in suo soccorso, in poche bracciate la raggiunsi ed era l’affetto che nutrivo per lei a guidarmi: la presi per un braccio e la riportai a galla e poi a riva. Tutti le si strinsero attorno preoccupati, ma lei cercava solo me, sprofondò il suo sguardo nei miei occhi a mandorla, accarezzo la mia fronte alta e i miei capelli radi e ci abbracciammo con gioia. Era tutto passato, tutto finito e noi eravamo come sempre amiche.
Quell’anno imparai che è l’amore per gli altri a darmi la forza per cavalcare le onde, a darmi la grinta delle potenti bracciate.
Ancora adesso, quando gareggio, penso a qualcuno che mi ama, a mio padre che ha creduto nel mio essere pesce, a mia madre, che piange sempre commossa, ai miei tanti amici orgogliosi di me.
Sono pronta, non ho più freddo, mi sento forte. Mio padre entra negli spogliatoi, mi guarda interrogandomi, io gli faccio un cenno con la testa e lui sa che sarò brava come sempre.
Sono sul bordo della piscina. Aspetto le presentazioni: “Signore e signori, benvenuti alle Olimpiadi Nazionali dei Diversamente Abili… al numero tre, già vincitrice della scorsa edizione, Camilla…”
Sono Camilla il pesce e sto per vincere la mia seconda olimpiade nazionale.