Felicia Ferrigni

RECENSIONE a Mark Falkoff,  “Poesie da Guantánamo”,  Edizioni Gruppo Abele,  Torino 2008.

Felicia Ferrigni, docente di lettere nella scuola superiore e in corsi di perfezionamento presso l’Università degli Studi di Bari. Curatrice del manuale di storia “Orizzonti di storia contemporanea”, ed. Laterza Bari 2007, vol I, e della relativa guida per il docente. Da oltre vent’anni è impegnata  per la tutela dei diritti umani nel mondo con Amnesty International, occupandosi di Educazione ai Diritti Umani. Ha pubblicato due studi - “Personale sanitario e violazione dei diritti umani” e “Bioetica e diritti umani” – in “Prospettiva persona” trimestrale del Centro ricerche personalistiche.

Sto volando sulle ali del pensiero
E in questo modo, anche in gabbia, conosco una libertà più grande”.
Chiude con questi due versi il suo frammento poetico Shaikh Abdurraheem Muslim Dost, poeta afghano, giornalista e autore di numerosi libri in qualità di rispettato studioso di religione nel suo Paese. Parole che hanno, però, un valore incommensurabile, se si pensa in che condizioni sono state scritte e quale è stata la sorte di Shaikh.
Il frammento poetico è uno dei ventitré testi presenti nella raccolta Poesie da Guantánamo, curata e pubblicata non senza notevoli difficoltà da Mark Falkoff. Tutte le poesie sono state scritte in condizioni difficili, se non disperate, e diffuse grazie alla caparbietà del curatore - docente universitario alla Northern Illinois University e avvocato difensore di diciassette prigionieri di quell’inferno – che ha così fornito un paio d’ali alle voci di chi, nonostante viva in totale isolamento, vuole gridare al mondo intero con tutte le sue forze che venga rispettato in quanto essere umano con una propria dignità!
Poesie incise con piccole pietre sulle tazze di polistirolo in dotazione o scritte con pasta dentifricia e passate di detenuto in detenuto, perché solo dopo molto tempo è stato autorizzato l’uso di carta e penna.
Poesie tradotte in inglese solo da linguisti autorizzati e non studiosi, i quali non hanno potuto rendere in altra lingua le finezze dei versi arabi originali, poichè si temeva che essi fossero vettori di messaggi in codice.
Poesie che superano le barriere di Guantánamo e volano portando con loro i sentimenti e le emozioni di chi è stato spesso privato della propria libertà a causa della propria nazionalità ritenuta sospetta.
Shaikh Abdurraheem, arrestato nel 2001 con il fratello, saggista afghano, è tornato in libertà nel 2005, ma la sua odissea non è ancora finita. Tuttavia, se alziamo lo sguardo, ci sembra di scorgere i suoi versi volare liberi e raggiungere i confini estremi della terra:
Così come il cuore batte nell’oscurità del corpo,
Così io, nonostante questa gabbia, continuo a battere grazie alla vita.
[…]
Sto volando sulle ali del pensiero
E in questo modo, anche in gabbia, conosco una libertà più grande”.
Shaikh Abdurraheem Muslim Dost


 
 

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