Patrizia Palma
Flight Ba 551
Achernar procedeva tranquillo e sicuro. All’alba aveva lasciato il suo rifugio e le sue montagne, diretto a nord. Andava a caccia. Negli ultimi tempi il cibo scarseggiava, e aveva deciso di spingersi lontano. Molto più di quanto non facesse solitamente. La distanza non lo preoccupava, era abituato a percorrere lunghi tragitti, sperava solo di trovare da mangiare. Avrebbe ucciso se necessario, ma non sarebbe tornato senza niente.
L’aria era gelida, ma il suo corpo era caldo. Del resto, era naturale per lui essere ben protetto dal freddo e dalle intemperie. Il cielo cominciò a tingersi dei colori del mattino e, pian piano Achernar venne avvolto dalle luci variegate sempre più accese.
Viaggiava da più di un’ora, quando decise che era giunto il momento di iniziare a scendere verso il basso. Aveva una vista formidabile donatagli dal Creatore, ma non aveva ancora trovato niente. Terre sterminate si stendevano sotto di lui come fogli di carta disegnati, mentre i suoi occhi vigilavano attenti a cogliere anche il più banale dei movimenti. Fu un attimo e il suo sguardo venne attratto da uno strano luccichio. Ci siamo, pensò.
Con sicurezza individuò la sua possibile preda e si accorse che era simile a lui. Stessa forma. Veloce, scelse il miglior punto di osservazione e, da lì, notò che ciò che gli era sembrato piccolo dall’alto, in realtà, era più grande di lui. Molto di più. Valutò la situazione da un bel po’ di metri di distanza. Non c’era nessuno e il luogo appariva deserto. Achernar iniziò ad avvicinarsi guardingo e, più si avvicinava più la cosa si ingigantiva. Caspita, come cambiava la sua prospettiva quando si trovava a terra! Non ci volle tanto per capire che non si trattava di cibo.
Quel gigante gli assomigliava e pensare che lui credeva di essere il più grande mai esistito. Si guardò ancora intorno. Nessuno. Gli bastò poco per ritrovarsi accanto alla cosa, all’ombra. Era viva o morta? Non emetteva alcun suono o respiro. La osservò bene. In alto, in basso, a destra, a sinistra…poi uno scricchiolio lo fece balzare indietro spaventato.
“Chi sei?” urlò.
Silenzio.
“Chi sei?” ripetè.
Ancora silenzio.
Un altro scricchiolio e… “Salve” tuonò una voce metallica.
“Chi parla! Vieni fuori!” esclamò Achernar.
“Auff,” sbadigliò la cosa annoiata come se si stesse risvegliando dopo un lungo sonno “ cosa vuoi, perché mi disturbi?”
Il cuore di Achernar batteva impazzito, ma la curiosità era forte. Non aveva paura e se fosse stato necessario si sarebbe battuto. Spesso gli era capitato di combattere con i suoi simili per accaparrarsi il cibo o per difendere il suo nido, non si sarebbe tirato indietro nemmeno questa volta.
“Come ti chiami?”
“Mi chiamo Flight BA 551”.
“Che nome è?” chiese incuriosito.
“E’ uno dei tanti nomi che danno a quelli come me” continuò la voce “e tu, invece, chi sei?”
“Il mio nome è Achernar, condor delle Ande e sono un uccello” si presentò con orgoglio distendendo le sue grandi e potenti ali, “tu a che razza appartieni?”
Flight BA 551 ridacchiò con il suo strano vocione. “Anch’io sono un uccello.”
Achernar lo guardò perplesso. “Ah sì?” stridette ironico “di che tipo?”
“Di metallo. Sono fatto di ferro. Molti mi chiamano aereo.”
“Aereo? Mai sentito.” Achernar pizzicò con il becco il suo piumaggio morbido e caldo, poi trotterellò sotto la pancia del bestione. “Dove sono le tue piume?” chiese fulmineo, osservandolo meglio.
“Non ho piume” rispose Flight sbadigliando di nuovo e facendo rimbombare tutta la sua ferraglia.
“Uhm…” riflettè continuando a girovagare intorno all’aereo. “Io volo” annunciò ad un tratto.
“Anch’io” rispose Flight.
“Impossibile! Non si può volare senza penne!” esclamò arrabbiato. Lui era un grandissimo esperto in materia e volare era una dote esclusiva concessa solo a quelli come lui. “Non prendermi in giro, io sono intelligente, so usare la testa.”
“Non ho dubbi, ed è per questo che ti dico che è possibile, quelli come me sono progettati proprio per questo.”
“Che significa progettati?” le cose che non capiva lo mandavano in bestia. “Io sono nato così, le penne mi servono per volare perché riducono l’attrito con l’aria, forniscono le ali per la propulsione e la coda per il controllo direzionale del volo” spiegò, gonfiando il petto con fierezza per quel sapere dettagliato.
Flight ammirò la cultura del suo nuovo amico pennuto e con voce sorda rispose: “Vuol dire che ci costruiscono per volare.”
Achernar continuava a girare intorno a quel gigante che non si era dimostrato tanto ostile nei suoi confronti. Anzi, capiva le sue perplessità ed era disposto a fornire spiegazioni ai suoi perché. Lo sentiva quasi come un fratello maggiore.
“Spiegami” stridette Achernar accovacciandosi sulle sue possenti zampe, sotto lo strano becco di Flight. Aveva dimenticato di essere partito alla ricerca di cibo.
“Noi aerei,” iniziò Flight “per volare abbiamo bisogno di forze come la spinta, la portanza, la resistenza aerodinamica e il peso. Poi c’è un’altra forza generata dalle ali che ci dà la possibilità di restare in aria e di prendere quota. Avrai notato che anch’io ho delle ali e una coda. E’ chiaro adesso?”
Achernar non rispose subito. Rifletteva.
“Cosa sono queste cose rotonde che hai sotto la pancia?”
“Cose rotonde…ah!ah!ah!” rise Flight di gusto per quella domanda ingenua “Sono le ruote, mi servono per camminare e per correre prima di alzarmi in volo. Forse ora è più chiaro.”
“Chiaro, chiaro…” rispose Achernar con la sua aria da saputello. Flight gli spiegava di ali, di coda, di volo, ma qualcosa non andava. Decise di metterlo alla prova. “Però, c’è una cosa che non mi convince…”
“Quale?”
“Tu dici di essere un uccello come me, hai le ali, la coda e voli, ma…sono sicuro che non voli come me” disse camminando avanti e indietro sotto il bestione.
“Sarebbe a dire?”
“Vedi, volare non significa…volare punto e basta. Volare è un dono, è come respirare, come vedere. Quando so che devo volare il mio cuore comincia a battere più veloce, respiro profondamente, dispiego le mie ali una, due volte, urlo e sono felice. Le mie ali fendono l’aria come spade, sono amico del vento, posso volteggiare come mi piace e spingermi in alto molto di più di altri uccelli. Il volo mi dà ebbrezza, felicità, gioia di vivere. Sono al di sopra di tutti e posso vedere cose che altri non vedranno mai.”
Tacque per un momento e chiuse gli occhi. Se Flight era un tipo intelligente gli avrebbe risposto. Ma in quell’attesa nulla arrivò.
“Tu cosa provi quando voli?” sparò di colpo a bruciapelo.
Silenzio.
“Ehi Flight, sto parlando con te!”
Improvvisamente cominciò a piovere, ma lui era ben riparato sotto quel colosso.
“Guarda questa pioggia Achernar” tuonò Flight addolcendo la sua voce ferrosa “sono le lacrime che non potrò mai avere e sai perché? Perché io quando volo non posso provare o sentire ciò che provi o senti tu.”
Achernar alzò la testa verso di lui. “Com’è possibile, se sei un uccello devi provare queste cose!”
“Io sono fatto di ferro, di acciaio, non ho un cuore, non sento caldo o freddo, il mio cervello è governato da un calcolatore che trasmette dati matematici che mi permettono di volare.”
Achernar chiuse gli occhi per un momento e restò muto. Quel bestione che all’inizio lo aveva spaventato, era diventato ai suoi occhi come un piccolo di cui aver cura.
“Ma se tu comunichi con me…” stridette piano Achernar, strofinando la testa sulla ruota di Flight come per consolarlo “allora, devi provare qualcosa.”
Il gigante buono sospirò rassegnato, avrebbe dato qualsiasi cosa per sentire anche una sola di quelle emozioni volando. Avrebbe voluto battere le ali, muovere la coda e librarsi nell’aria da solo senza rispondere ai comandi di qualcuno. Quante volte aveva visto stormi di uccelli danzare nel cielo disegnando forme mai viste, invece i suoi voli erano spenti, uguali, pianificati.
“Ho un’idea!” esclamò Achernar all’improvviso. “Se vuoi posso venire a trovarti tutti giorni e raccontarti un mucchio di avventure. Posso chiamare a raccolta molti amici uccelli per farti compagnia quando io non potrò venire e tutti potranno dirti cosa si prova volando. Saremo il tuo cuore e la tua anima.”
Poi Achernar dispiegò le sue grandi ali, spiccò il volo e volteggiando felice su Flight ripetè: “Saremo il tuo cuore e la tua anima!”
La pioggia continuava a cadere incessante bagnando Flight e ricoprendo le piume di Achernar di piccole perle trasparenti. Il grande uccello d’argento contemplò quel volo e capì che era per lui, solo per lui. Achernar gli aveva donato la vita perché il battito delle sue ali era diventato il battito del suo cuore.