Rossella Soldano

Il pensiero decide il gesto.

                                                                       

                                                                            Io rinascerò (…) gabbiano da scogliera senza più

                                                                            niente da scordare, senza domande più da fare

                                                                            (…)e mi ritroverò con penne e piume senza io,

                                                                            senza paura di cadere, intento solo a volteggiare

                                                                            come un eterno migratore…Io rinascerò senza

                                                                            complessi e frustrazioni, (…) con un mio ruolo

                                                                            definito, così felice d’esser nato fra cielo, terra

                                                                            ed infinito… 

                                                                                                      Riccardo Cocciante 

Uno stormo di gabbiani alto nel cielo, segue un movimento a spirale collettivo, poi d’improvviso si cala; gli uccelli planano stridono si sparpagliano  si ricompongono, lasciandosi trasportare dalle correnti ascensionali, lontani dal mare, spettacolo insolito, portano le loro grida che rimbalzano tra i muri delle case e atterrano in un oliveto, camminando goffamente tra le zolle arate di fresco.

Ho l’impressione che mi aspettino, decido di seguirli, so dove sono diretti ma li tengo d’occhio dalla strada.

Lo stormo si ricostituisce e si allontana, volando sempre in tondo come un innocuo tornado, arriva sul promontorio che allunga i suoi piedi nel mare; svetta un pino d’Aleppo alto, dritto e solitario, con la sua chioma ad ombrello, tra la bassa macchia mediterranea che fiera e alacre rinasce dove l’estate scorsa c’era solo cenere.

Giungo sull’isolotto, distante due bracciate dalla roccia brulla del promontorio, che è quasi il tramonto, mi affaccio al trabucco, vedo il mio amico e gli altri trabuccolanti tirar su la fitta rete appesa alle antenne, si gira,  mi guarda stupito e cerca con gli occhi il perché di quella visita, poi senza che nessuno dei due parli mi stringe la mano, la sua bocca si distende in un accenno di sorriso seguita dalle rughe del volto, probabilmente ha capito più di quanto io non ho ancora detto.

Torna ad armeggiare con gli argani, mentre io su una vecchia sedia da campeggio lo guardo. Lo sforzo gli gonfia i muscoli sotto la pelle bruna, i gesti rapidi e sapienti issano la rete che cola acqua tra le maglie, il pesce intrappolato continua a dimenarsi cercando inutilmente la salvezza, quel sacrificio che si ripete dai primordi della storia, non altera l’umanità di chi lo perpetra.

Sto qui seduto sull’orlo del trabucco, palafitta a strapiombo sul mare, le gambe penzoloni, continuando a sognare di muovermi senza tuttavia muovere un capello, senza alzare un dito, e lo guardo il mondo da lì, a debita distanza, per vedere se davvero fa così paura.

Il tempo non scandisce più la mia vita, alzarsi mangiare dormire, non hanno più una collocazione temporale precisa, perché schematizzarsi, incanalarsi, adeguarsi?

Mi dicevano: - Riordina le idee, metti in fila i pensieri, muoviti!  -Perché?

-Non c’è scusa che tenga, se vuoi puoi farcela a dare un senso ai giorni, alla solitudine, al correre, al fermarsi, bisogna dare un senso! –Perché? – continuavo a chiedere.

Non capivano che ero già in volo, quando tutto ciò in cui si crede perde consistenza, perché questa intima sofferenza, questo macerarsi l’anima per ciò che non è mai esistito, per mille misere follie, per cento misere illusioni, per dieci misere disfatte, per un’unica inconsistente idea sbagliata.

E’ per questo che mi lascio trasportare dal vento, spingere in alto, attenzione! C’è il mare sotto! Sono nell’azzurro, immerso nell’azzurro, perso nell’azzurro, nei blu dipinti di blu, in pomeriggi troppo azzurri, nel cielo racchiuso in una stanza e solo pensiero è il mio fare.

          Guardo i kitesurfer che si lasciano trascinare dal vento, a braccia tese, poi per una manciata di minuti si alzano nell’aria, volteggiano, illudendosi di volare, si dibattono e ricadono.

         E’ così che si prende coscienza della vita? Illudendosi di volare e continuando a dibattersi? Una prolungata sofferenza, tuttavia, può portare all’inedia: è così che moriva il cardellino  a cui per un crudele gioco, veniva legata la zampetta con un filo; non era per il dolore degli strattoni, né per lo sfinimento di battere inutilmente le ali, per un giorno intero sembrava che dormisse, la mattina dopo i suoi piccoli e crudeli carnefici, increduli, lo trovavano zampette all’aria.

Da quant’è che mi trovo qui? Giorni, mesi, e se fossero secoli? Sul tavolato del trabucco ho passato tutto il mio tempo a sincronizzare il respiro e il battito al rumore delle onde che mi è entrato dentro come un segreto, a volte la notte mi sorprende fuori senza che io me ne accorga. Per un attimo non so più dove sono, poi prendo confidenza con il buio e guardo il cielo scuro che colora di nero il mare, lo stesso cielo che lo adombra, lo spegne e lo indora al tramonto. Alla luce di un piccolo lume  riprendo tra le mani l’unica cosa che ho portato con me, un libro ormai informe, per la milionesima volta  faccio scorrere velocemente le pagine sotto il pollice aspettando che qualcosa, come un foglio riposto e dimenticato, fermi quel movimento, quasi fosse in segno.

Ho sentito dire che alcuni cattolici, credenti e osservanti, fanno così con la Bibbia o il Vangelo: lasciano che le pagine ricadendo si aprano casualmente, poi fanno scorrere il dito su un versetto e improntano la loro giornata su quello che hanno letto.

Il mio libro ha una copertina turchese, c’e scritto a caratteri dorati: MARTIN EDEN, subito sotto in stampatello Jack London.

Lo tengo con me come l’ultima chance; mi arrampico e salgo su un’antenna del trabucco (ho visto farlo tante volte al mio amico), chiudo gli occhi… mi libro nel cielo e mi unisco al volo di Jonathan Livingston.

Volo nel cielo, sorvolando il mare ripeto: KAIRòS – KAIRòS (il momento opportuno), come un verso, come un pianto.

Non è umano vivere nell’ombra, vivere nel silenzio, non è umano costringersi a non versare lacrime.

Il mio amico mi afferra con forza, il mio sogno, in bilico tra il cielo e il mare, svanisce.

Capisco che è ora di tornare a casa, non ci sono stagioni, né notte, né giorno nel profondo degli abissi, è il cielo a stabilire queste effimere e amate illusioni e la mente degli uomini a seguirlo. 


 

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