Rossella Soldano
Icaro a tutti i costi.
Credo che le mie avventure rappresentino il sogno dell’umanità. Sono felice di volare tutti i giorni, cavalcando le onde meteorologiche del cielo e del vento: questo mi consente di vivere al quotidiano il mio sogno.
Angelo D’Arrigo
Ormai ventenne Elio continuava a ciondolare per le strade del paese come un ragazzino di 10.
Spesso i genitori l’avevano visto, fin da piccolo, correre alla finestra, attirato dal rumore degli aerei che passavano sulla loro casa; perciò quando si presentò l’occasione, portarono Elio a vedere uno spettacolo delle Frecce Tricolori.
Ne era rimasto affascinato e aveva chiesto di potersi avvicinare e toccare quei grossi apparecchi, ma ottenne di più: un pilota invitò lui e altri due ragazzini a salirvi dentro e mostrando i comandi, spiegò come il mezzo riuscisse ad alzarsi in volo.
Elio rimase deluso da quella visita, era più bello vederli volteggiare nel cielo come enormi uccelli, che scoprire al loro interno un insieme di leve, pulsanti e luci: l’incanto si era spezzato.
Aveva sentito a scuola la maestra parlare di Leonardo da Vinci, quanto tempo aveva dedicato allo studio degli uccelli per poter costruire una macchina in grado di volare, ma quella genialità non lo aveva affascinato quanto la storia di Icaro: quello sì che era stato un vero volo. Da allora cominciò a girovagare nei pressi di casa sua con un paio d'ali di cartone che portava sulla schiena incollate su delle bretelle e a chi gli chiedeva: - Che fai l’angioletto?
–No-ò, l’angioletto è trasparente e non si vede, non sono nemmanco un aereo che è una macchina! Io sono Icaro, l’uomo volante!- rispondeva con piglio.
Ogni sera, prima di addormentarsi, costringeva sua madre a raccontargli quella storia finché la povera donna, seccata, gli comprò un libro dicendogli che era in grado di leggersela da solo.
I disegni, i colori, la stampa, tutto era impresso nella sua mente e più di tutto la smorfia dolorosa di Icaro che precipita mentre gli si sciolgono le ali troppo vicine al sole. Per alcuni anni continuò a leggere la stessa storia anche ad occhi chiusi; quella disgrazia era dovuta alla cera e, dopo essersi informato sui tipi di colle esistenti in commercio, iniziò uno studio per inventarne una adatta a sopportare il peso di un uomo.
Elio cresceva e i genitori cominciarono a preoccuparsi per la sua diversità: spesso restava in casa a leggere, non aveva amici, non aveva mai chiesto di comprargli un cellulare o un jeans particolare, se ne andava in giro da solo, taciturno e come in cerca di qualcosa che non riusciva a trovare, l’unico interesse che lo catturava era il volo. Quel pezzo di ragazzone era considerato un tipo strano, ingenuo e bambinone, lo psicologo sentenziò che Elio non sarebbe mai diventato un uomo. I genitori per nulla sconvolti e neanche tanto convinti, continuavano ad assecondare le sue richieste infantili, fu così che Elio, a spasso in un giorno di festa, chiese ed ottenne un palloncino.
Felice, se lo portò a casa, legato ad un polso , quando glielo sciolsero, lo vide volare e rimbalzare sul soffitto. Il padre gli spiegò che era pieno di un gas leggero più dell’aria che si chiama elio proprio come lui.
Questa scoperta gli fece passare una notte insonne con gli occhi fissi a guardare il palloncino attaccato alla volta; alla fine concluse che quella omonimia era un segno: era nato per volare e se un palloncino pieno del suo nome poteva farlo, lui ,che era “tutto” Elio, avrebbe volato sicuramente.
L’unico problema era trovare il modo e imparare a farlo: doveva muovere le braccia come un uccello o semplicemente farsi trasportare dal vento?
Abbandonato lo studio sulle colle cominciò a saltare dalle sedie o dal tavolo, a volte camminava saltellando e muovendo le implumi ali; quando era in giardino correva a perdifiato a braccia tese, perpendicolari al corpo, poi allungava la falcata come un atleta di salto in lungo e si tuffava.
La madre insospettita da tutto quel movimento cominciò ad indagare e ciò che scoprì la terrorizzò: Elio poteva farsi male seriamente, doveva trovare una soluzione che non lo mettesse in pericolo di vita, ma allo stesso tempo assecondava il suo desiderio.
In un pomeriggio di pioggia, Elio guardava annoiato la televisione facendo continuamente zapping, finché il suo dito nervoso si fermò: andava in onda un documentario sulle aquile seguito da un’intervista ad Angelo D’Arrigo, e lì lo vide, il suo sogno materializzarsi.
I genitori gli presentarono il suo istruttore al quale Elio riferì ciò che la mamma gli aveva spiegato. Era convinto che fosse nato per volare, ma non era fatto di gas e nemmeno aveva le ossa cave come quelle degli uccelli perciò era tornato al suo sogno infantile: essere Icaro, forse con quelle enormi ali che aveva visto in tivù ce l’avrebbe fatta a realizzare il suo sogno.
I deltaplani giacevano sull’erba come addormentati, in attesa; si aggrappò senza paura a quelle ali colorate di giallo che non si scioglievano al sole, i suoi muscoli tesi dirigevano il movimento e il suo corpo veniva attraversato dal vento.
Elio si lasciò cadere da altezze vertiginose inseguendo le aquile o planando sul mare insieme ai gabbiani, condividendo la loro libertà.
A volte, con un sorriso imbarazzato, chinava la testa per ricevere medaglie appese a nastri colorati; la sera, a casa, consegnava quelle grosse monete alla madre e stendeva in una lunga scatola i nastri colorati.
Il giorno dopo tornava a volare col suo deltaplano, guardava dall’alto quel mondo fatto per una buona metà di cose incomprensibili ed era certo di non appartenergli, aveva un’unica necessità quella di indossare le sue ali e respirare l’azzurro del cielo terso.
Aveva vent’anni Elio, ciondolava ancora solitario per le strade come un bambino incapsulato in un uomo, il suo spirito impavido e sognatore lo aveva trasformato in ciò che lui era destinato ad essere: un “Icaro dalle ali d’oro”.