Viviana Soldano
Pensiero errante di un uomo volante.
Sono solo dinanzi allo specchio che mostra beffardo la mia figura. Un uomo di mezza età, una vita normale, una famiglia e tante belle altre cose, ma ripercorro all’inverso la mia vita, traccio percorsi dimenticati e scorgo un sogno lasciato a metà: lasciarmi trascinare dalla sola potenza di una massa innumerevole di leggeri, insignificanti palloncini colorati ricolmi di niente, di aria, di vento, di elio, ma per questo potenti, più forti del vento, più alti del mare, vicini alle nuvole.
Partirò domani, è una sfida, un messaggio al mondo o chi lo sa, solo il desiderio di sfiorare con le dita il cielo infinito.
Solo, munito di pochi strumenti, del necessario per vivere (o per morire?) affido il mio corpo, la mia vita, il mio spirito alla potente forza della natura. Lei sola sa dove mi condurrà. Sono colmo di speranza, so che ce la farò, non ho paura, tornerò da lei, dai miei figli, saprò guardarli con occhi diversi al mio ritorno, conoscerò le parole giuste da dire, saprò cosa insegnare loro e sarò un uomo diverso.
Nient’altro:
i miei pensieri, i miei ricordi, la mia vita intrappolati nelle minuscole
particelle di questi mille palloncini. A loro il compito di raccontarmi…
Sono
il palloncino celeste, come l’infanzia che ho vissuto, un’infanzia
fatta di un padre volato in cielo troppo presto e di una madre severa
che nascondeva sorrisi dinanzi ai nostri giochi da ragazzi. Un’infanzia
fatta di sogni e di invenzioni, di corse in bicicletta e ginocchia sbucciate,
di risate scanzonate e fazzoletti a coniglietto. Un naso puntato sempre
verso il cielo a guardare lassù, a disegnare le forme delle nuvole
a chiedersi dove finivano i palloncini delle feste patronali, ad inseguire
i voli delle rondini e i piedi che giocavano nello specchio sporco di
una pozzanghera.
Sono
il palloncino rosso come la vergogna di quando vidi la più bella ragazza
del paese che mi guardava, rosso come il cuore che mi batteva all’impazzata
quando correvo da lei con la voglia di baci. La vedo ancora lì in fondo
che mi saluta con la mano con la forza di accettare la mia scelta difficile,
pronta ad accogliermi al ritorno: è lei la mia casa, lei sola che ascolta
i miei silenzi, è la verità dove mi rifugio quando sono stanco delle
menzogne del mondo. Vedo la sua bocca rossa accennare sorrisi, che mi
sussurra parole mai dimenticate e, fra tutte, il suo indimenticabile
“arrivederci”.
Sono
il palloncino rosa delle donne della mia vita, delle braccia tenere
che mi cullavano da bambino, dell’amore ancestrale che mi legava alla
mia mamma, di quando la tenevo per mano orgoglioso di essere il suo
ometto, di quando ballavo con lei, cavaliere sui suoi piedi per imparare
bene i passi. Sono il rosa del velo della mia sposa, orgogliosa di
portare il mio anello e di regalarmi i miei piccoli cuccioli. Sono il
rosa del primo vagito di mia figlia, di un tenero batuffolo stretto
fra le braccia, di una copertina morbida e un carillon sulla culla;
tacito a vegliarla nelle prime sue notti. E poi tutta una vita a cucire
un cordone, quel naturale legame che l’univa a sua madre e che io
ho ricamato giorno dopo giorno con discorsi e amore e abbracci.
Sono il palloncino giallo delle corse sui prati, delle risate a bocca larga, del sole che mi bacia sulla spiaggia. Il giallo della gioia di vivere che mi scoppia dentro, del godere delle cose che ho, dell’accontentarmi di poco e di sorridere dinanzi alle tante stranezze della vita. Sono una bocca dischiusa dinanzi ad un pensiero sincero, la sorpresa di un’idea sbocciata pian piano, la voglia di fare, di andare avanti con coraggio senza mai fermarsi. Sono l’orgoglio di un padre che scioglie le strette di mano per vedere camminare i figli sulle loro strade, sui loro destini, inseguendoli con lo sguardo da lontano, senza mai abbandonarli.