Nicola Abbattista

Occhi chiusi al dolore. 

Occhi chiusi al dolore.

Vita spenta.

Chiedo, ordino e abbasso il capo

Al giorno passato.

Allungo il mio braccio

Che trema,

cassa di alcool illegale,

verso un viso lontano chilometri,

sguardo che non conosce,

che non sa, che non sente.

Un viaggio pericoloso

Dal ritorno rovente.

Mi giro dall’altro lato

E riparto.

Gli occhi ancora chiusi al dolore

Mentre il rumore del maestrale

Mi riporta alle fontane,

quando felice un estraneo

mi nutriva di terra iberica,

quando una folla sfidava la gravità

mentre gustava il mio nome

tremante nel futuro.

Anime forate dagli schizzi.

Danze dalle molecole liquide

Farneticavano parole, vapore.

All’orizzonte, contro le montagne,

nell’estate di un vecchio monarca,

l’acqua diventa fuoco e luce.

Incendio liquido di note

Chiuse in una scatola.

Nebulose che diventano

Zucchero a velo

Sui visi delle piccole anime, agnelli.

Timida nell’imponenza,

la città dalle due lingue

mi guarda e mi saluta.

Lacrime agli occhi

Mi chiede di domani,

ma uno sconosciuto

non permette di riconoscersi.

Mani nelle mani

A stringere nulla

Rifletto in un lavandino di scuse

Adiacenti ma non sufficienti

Come pilastri corrosi

Di sontuosi palazzi usciti dalla fiabe.

Parco giochi di un artista,

eccelso genio di follia visionaria.

Un artista dalla fine miserabile

L’architetto di Dio.

Sono fermo ancora nei suoi palazzi.

Incastrato nei suoi lavori che non finiscono,

tra i meandri architettonici

del tempio espiatorio della sacra famiglia.

Non so quando rientrerò nella mia patria,

non so quando sentirò il mio cuore vuoto

pronto ancora a riempirsi.

Quanta pienezza ho assaggiato,

ma quanta pace alla mia fame ha dato.

Assenza… tremo al freddo della mia assenza.

La mia anima vaga ancora

Nella città delle due lingue.

Nella terra ricca di dejà-vu.

Uno stesso sole ci unirà,

uno stesso cielo mi vedrà

ancora camminare in quelle strade

dall’acustica perfetta,

uno stesso mare tornerà,

smuoverà, bagnerà questi improduttivi

piedi ossuti.

Perché nulla è nato per caso.

Perché io non nasco per caso. 
 
 

 

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