Occhi chiusi al dolore.
Occhi chiusi al dolore.
Vita spenta.
Chiedo, ordino e abbasso il capo
Al giorno passato.
Allungo il mio braccio
Che trema,
cassa di alcool illegale,
verso un viso lontano chilometri,
sguardo che non conosce,
che non sa, che non sente.
Un viaggio pericoloso
Dal ritorno rovente.
Mi giro dall’altro lato
E riparto.
Gli occhi ancora chiusi al dolore
Mentre il rumore del maestrale
Mi riporta alle fontane,
quando felice un estraneo
mi nutriva di terra iberica,
quando una folla sfidava la gravità
mentre gustava il mio nome
tremante nel futuro.
Anime forate dagli schizzi.
Danze dalle molecole liquide
Farneticavano parole, vapore.
All’orizzonte, contro le montagne,
nell’estate di un vecchio monarca,
l’acqua diventa fuoco e luce.
Incendio liquido di note
Chiuse in una scatola.
Nebulose che diventano
Zucchero a velo
Sui visi delle piccole anime, agnelli.
Timida nell’imponenza,
la città dalle due lingue
mi guarda e mi saluta.
Lacrime agli occhi
Mi chiede di domani,
ma uno sconosciuto
non permette di riconoscersi.
Mani nelle mani
A stringere nulla
Rifletto in un lavandino di scuse
Adiacenti ma non sufficienti
Come pilastri corrosi
Di sontuosi palazzi usciti dalla fiabe.
Parco giochi di un artista,
eccelso genio di follia visionaria.
Un artista dalla fine miserabile
L’architetto di Dio.
Sono fermo ancora nei suoi palazzi.
Incastrato nei suoi lavori che non finiscono,
tra i meandri architettonici
del tempio espiatorio della sacra famiglia.
Non so quando rientrerò nella mia patria,
non so quando sentirò il mio cuore vuoto
pronto ancora a riempirsi.
Quanta pienezza ho assaggiato,
ma quanta pace alla mia fame ha dato.
Assenza… tremo al freddo della mia assenza.
La mia anima vaga ancora
Nella città delle due lingue.
Nella terra ricca di dejà-vu.
Uno stesso sole ci unirà,
uno stesso cielo mi vedrà
ancora camminare in quelle strade
dall’acustica perfetta,
uno stesso mare tornerà,
smuoverà, bagnerà questi improduttivi
piedi ossuti.
Perché nulla è nato per caso.
Perché io non nasco per caso.