Michele Loconsole

L’arte e la religione: quale relazione? 

Per cenni biografici su Michele Loconsole, si rinvia il lettore al suo articolo sul num. 16 di “ApertaMente”. 

   Quando parliamo di arte dobbiamo necessariamente richiamarci ad una attività spirituale o intellettuale - comunque espressiva - dell’uomo. Espressione di tutto l’uomo, dell’intero uomo, nella sua componente materiale o corporale, intuitiva o impulsiva, razionale o culturale. L’arte, pertanto, è una delle espressioni dell’uomo che lo distingue dagli animali e dalla natura. L’artista è pertanto l’uomo a tutto tondo.

   Ciò premesso, ci sarebbe da spiegare come nasce l’arte, a cosa serve, e soprattutto cos’è. Impossibilitato a trattare un così complesso argomento, vista l’esiguità dello spazio a disposizione, è mio desiderio tracciare almeno a grandi linee le relazioni esistenti tra la religione e l’arte, a mio avviso come il rapporto tra una madre e il figlio. È del tutto evidente che al principio c’è la religione, qui intesa non come istituzione o sistema normativo da imporre ai seguaci, ma il primordiale impulso dell’uomo che guardando il cielo e alzandosi su se stesso lo fa cercatore del mistero che, intuisce, lo sovrasta. L’uomo, scoprendosi intelligente,ossia capace di leggere tra le cose che vede, attribuisce ad “altri” l’opera di cui gode: la vita e la creazione. Nasce così la religiosità, ossia il riconoscere che il mio pensiero è conforme ad una verità che si trova anche fuori di me, e che non dipende da ma. Scienza e coscienza diventano fari e ali dell’uomo primitivo e antico per illuminare e volare verso l’unica realtà. L’uomo religioso, ossia l’uomo e basta, è divenuto in questo modo “artista”, ossia capace di riprodurre, così come la realtà non è altro che una “riproduzione”-“creazione” del numinoso, non solo il mondo che vede ma anche il divino che non vede.

   Nella lunga e faticosa storia dell’umanità è però accaduto un fatto sensazionale, un evento, un avvenimento: Dio si è fatto presente all’uomo. Non è più l’uomo che cerca dio, ma è Dio che si rivela all’uomo: nasce così l’ebraismo. Con  Abramo - nome che in lingua ebraica traduce l’espressione “padre dei popoli” - si inaugura nella storia delle religioni il monoteismo, ossia l’ovvietà che Dio – se veramente è tale - è uno solo. Inoltre scopriamo che il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe,  è un Dio personale, ossia capace di parlare, ascoltare, vedere, dialogare. Un Dio-Persona, e non una divinità astratta o cosificata, come alcune pseudo-religioni orientali a noi contemporanee stanno tentando di riproporre al mondo secolarizzato e relativista.

   Un Dio vicino, Padre dell’umanità, così intimo all’uomo che addirittura nel compimento di quella alleanza diviene in Gesù Cristo più intimo che noi a noi stessi. Dio si fa col cristianesimo carne, figlio e fratello dell’umanità. Visibile e misero. Umiliato e compassionevole per il peccato in cui versa l’umanità. È il Salvatore che porta se stesso nel mondo redimendolo, natura compresa, opera buona di Dio creatore.

   Lungo questo processo di conoscenza della verità, unica, intera e ragionevolmente dimostrabile, l’uomo è divenuto l’artista per eccellenza: colui il quale ha espresso con simboli, segni, colori e forme chi l’avesse costituito, ossia Dio stesso. Ecco perché l’arte o è religiosa o non è. E per religiosa non intendo clericale o ecclesiastica, o di qualsiasi altra espressione confessionale, ma umana, personale, capace di “dire” la verità sulla realtà. Una realtà che è fatta di cose visibili e invisibili, di cose razionali e intuitive, di forma e di sostanza, tutta raccolta nell’uno ma espressa nel molteplice. L’unità, infatti, è il molteplice ragionato o cosmologico, che si oppone sia al caos, che è cieco, sterile ed impersonale, sia all’unicità che è irrazionale e astratta. Uno è Dio, uno è l’uomo, una è la realtà. Anche se Dio è trinitario, l’uomo è corpo, anima e spirito e la realtà è sia visibile che invisibile, così come la scienza contemporanea comincia a documentare. 

   L’artista è pertanto il cantore dell’Uno. Che traduce in arte il bisogno fondamentale dell’uomo, ossia di rispondere alla realtà che lo interroga fin dalle sue viscere per giungere all’intelletto. E la sua risposta è l’arte, qualunque essa sia, purché risponda all’inquietudine dell’uomo, il volere com-prendere qual è il senso della sua vita.

   Dio stesso è il Vero Artista, cha ha dipinto il cosmo e la vita dell’uomo con mille colori e multiformi segni. E l’uomo religioso è il suo collaboratore, che intuisce come solo partecipando alle creazione di Dio possa essere autenticamente creatura e quindi se stesso. In conclusione, l’arte vera è la vita, l’alito che dona lo spirito, l’idea che nutre la mente, il gesto che il corpo attende, la forma che comunica all’uomo che Dio è anche visibile e che attende di vedere con occhi spirituali per contemplarlo per l’eternità. Quando il Vero, il Bello e il Buono si renderanno  presenti, l’artista saprà che quanto andava cercando, quanto voleva riprodurre e quanto aveva comunicato era vero, bello e buono, come la luce – Dio - allo splendore – l’opera dell’artista. 


 
 

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