Patrizia Palma
Venezia 17..
L’abito lungo e pesante non impediva alla ragazza gli agili movimenti e la corsa per le strade semibuie e deserte della città. Doveva allontanarsi il più possibile e nascondersi, all’alba la madre superiora del convento avrebbe scoperto la sua fuga e avvertito la sua famiglia.
“Quella piccola insolente è fuggita di nuovo!” avrebbe urlato suo padre, per non parlare della disperazione di sua madre che la considerava un’ingrata solo perché aveva osato ribellarsi ad un futuro triste e oscuro progettato nel momento in cui era venuta al mondo: prendere i voti.
Monaca. Il suo destino era quello di essere consacrata a Dio per trascorrere una vita fatta di privazione, penitenza e dolore. Sì, di dolore, lo leggeva tutti i giorni sui volti delle monache che avevano subito, passivamente, una scelta dettata da altri. Donne che si consumavano lentamente come candele, piangendo su una sorte crudele e maledicendosi per non aver saputo opporre la loro volontà. Succedeva nelle famiglie ricche: le femmine che nascevano malate o storpie erano destinate al convento e lo stesso accadeva se si trattava di dividere meglio l’eredità tra i figli maschi. A lei era toccata la seconda sorte. Ma questa volta non sarebbe andata così. Lei, Carlotta Contarini dal Zaffo appartenente alla stirpe della nobile famiglia veneziana dei Contarini avrebbe lottato con tutte le sue forze contro quel destino amaro. Non era quella la vita che voleva. Voleva ben altro. Lo aveva capito all’età di undici anni, quando la sua famiglia era stata invitata alla Ca’ Tron per il famoso ballo in onore dell’imperatore Francesco Giuseppe II d’Austria.
Rapida attraversò il ponte e proseguì dritto davanti a sé come le era stato indicato, appiattendosi, più che poteva, contro i muri delle case, svoltò a sinistra e continuò su calle lunga San Barnaba. Il suo cuore batteva come un tamburo e la paura le serrava la gola, ma il pensiero di essere libera le dava la forza per muovere le gambe. Si fermò per un attimo sotto la debole luce di una lanterna che illuminava a malapena la strada, cercò di raccogliere tra le mani la lunga gonna dell’abito e sorrise: che fortuna non aver indossato le scarpe! Sarebbero state solo d’intralcio. Camminava ancora, quando udì un cigolio misto al rumore di zoccoli. Carrozza. Il sangue le pulsava nelle tempie. Possibile che fosse stata già scoperta? Non era nemmeno a metà strada! Doveva arrivare all’appuntamento come stabilito. Doveva, doveva. Un rivolo di sudore scese lungo la sua schiena, afferrò saldamente il cappuccio del mantello nero e lo strinse perché non le cadesse dalla testa. Il rumore era sempre più vicino. Ad un tratto, intravide alcuni portici, spostò lo sguardo lungo la strada prima a destra poi a sinistra e si infilò di sotto. Si coprì come meglio potè per mimetizzarsi nel buio, chiuse gli occhi, trattenne il fiato e ripensò al ballo.
“Allora mia piccola amica, vi divertite?” la domanda giunse alle orecchie di Carlotta insieme alla musica che proveniva dal grande salone. Era seduta sul sofà della saletta adiacente, riccamente decorata da stucchi e dipinti. Osservava le dame che danzavano nei loro abiti sontuosi, sfoggiando gioielli e dispensando sorrisi civettuoli ai gentiluomini che le accompagnavano. Anche a lei era stato permesso di partecipare a quel ballo e per l’occasione sua madre le aveva fatto cucire un abito d’organza bianco e rosa, decorato con pizzo valencienne proveniente dalla Francia. I lunghi capelli biondi erano stati raccolti in un grazioso chignon adornato con piccoli fiori bianchi. Si sentiva bellissima e infelice perché nessuno l’aveva invitata a ballare. Eppure, lei sapeva ballare e anche meglio di tutte quelle dame bardate a festa, glielo aveva insegnato la Gilda, la cuoca di casa. Aveva lavorato per un lungo periodo alla corte di Francia e lì aveva assistito, di nascosto, a numerose feste da ballo. Così, ogni volta che i suoi genitori erano fuori, la Gilda le aveva dato lezioni. Adesso, moriva dalla voglia di metterle in pratica e di far vedere a tutti quanto fosse brava.
“Allora piccina, non dite nulla?”
“Non chiamatemi piccina,” rispose voltandosi di scatto “io ho ben undici anni!” Un leggero rossore si diffuse sulle sue gote candide alla vista del giovane e affascinante gentiluomo seduto accanto a lei. Subito abbassò lo sguardo e accarezzò il soffice abito con un gesto infantile.
“Perdonatemi mia cara, non intendevo offendervi…piuttosto, come vi chiamate?”
“Sono Carlotta Letizia Contarini dal Zaffo” rispose con voce ferma, tirando su le spalle, impettita. “E voi, di grazia signore, chi siete?”
L’uomo la guardò compiaciuto e divertito da tanta audacia in una bambina di quell’età. “Siete davvero molto intraprendente mia cara” osservò sorridendo.
“Mi hanno insegnato ad essere educata signore” rispose sollevando lo sguardo fiero verso di lui.
L’uomo si alzò e con un gesto elegante si inginocchiò davanti a lei, le prese la mano e vi depose un delicato bacio. Carlotta sussultò, era la prima volta che qualcuno le faceva il baciamano.
“Anch’io sono molto educato mia cara, ma permettetemi di dire che spero di potervi rivedere tra qualche anno… quando sarete sbocciata…”
Con passo rapido l’uomo si allontanò verso il salone da ballo e lì si perse tra la folla. Sei mesi dopo era entrata in convento.
La carrozza avanzava e il rumore degli zoccoli dei cavalli esplodeva nel cervello di Carlotta. “Dio mio fa che passi subito” si disse, pregando quel Dio di cui non aveva voluto diventare schiava. Se fosse riuscita a portare a termine la sua impresa, non avrebbe mangiato più dolci per tutta la vita. In convento li mangiava di nascosto grazie a suor Margherita. Il volto della donna e non della suora si stampò nella sua mente. Era stata proprio lei ad aiutarla nella sua fuga, suor Margherita che si era occupata di lei durante quei lunghi cinque anni trascorsi nel convento dei Carmini. Era stata la sua luce nel buio infinito della vita claustrale.
Suor Margherita non era una suora come le altre. Era diversa. All’inizio, Carlotta era stata affidata alle cure di suor Clotilde che non faceva altro che parlare della mortificazione della carne e farla pregare, pregare, pregare. La prima volta che si era rifiutata era stata punita severamente con il taglio dei suoi lunghi e bellissimi capelli. Aveva digiunato e pianto per giorni, alla fine, stremata da quella cattiveria, la sua famiglia l’aveva riportata a casa e ricondotta al convento cinque mesi dopo. Affidata di nuovo a suor Clotilde, non aveva resistito e un giorno era fuggita nascondendosi nel carretto dell’uomo che portava il latte al convento. I suoi due fratelli non ci avevano messo molto a ritrovarla sola e spaventata mentre girovagava senza meta per i vicoli di Dorsoduro. Era passata, così, sotto l’ala protettrice di suor Margherita.
Con lei le giornate passavano velocemente, chiacchieravano, lavoravano nel giardino e quando pregavano lo facevano per non fare insospettire le altre monache. Il resto del tempo lo passavano nella biblioteca del convento perché lei potesse continuare i suoi studi, o nella cella di suor Margherita: la stanza dei segreti. La chiamava così perché ogni volta vi trovava delle sorprese, anche se non capiva da dove arrivassero. Dietro alcuni mattoni di una parete suor Margherita nascondeva dolciumi tra i più prelibati che avesse mai assaggiato, alcuni preziosi gioielli ma soprattutto libri…libri proibiti. Suor Margherita era una donna di vasta cultura e tutto ciò che sapeva lo doveva a lei.
“Da dove vengono tutte queste cose?” aveva chiesto una volta.
“Non farmi domande Carlotta,” aveva risposto la suora sorridendo dolcemente “sappi però che avrei voluto tanto avere un po’ della forza che hai tu, quando avevo la tua età. Invece, non ho saputo ribellarmi e ho accettato il mio destino in silenzio”.
Non aveva proseguito ma la luce che aveva visto in quei occhi grandi e scuri le aveva detto che la donna nascondeva qualcosa.
Il segreto di suor Margherita aveva cominciato a rodere il suo cervello. Come faceva una suora che non riceveva nessuna visita e non usciva mai dal convento ad avere tutte quelle cose? Non pensava tanto ai dolci o ai gioielli, ma ai libri. Erano rari e preziosi e la madre superiora non avrebbe mai permesso ad una suora di tenere in cella cose proibite. Fra tutti quello che aveva destato in lei grande curiosità era rilegato con una copertina rossa e dorata, intitolato Les liaisons dangereuses scritto da un ufficiale dell’esercito francese. Era un libro fatto di lettere, scritte dai personaggi tra i quali una ragazza di nome Cécile che aveva, come lei, trascorso parte della sua vita in convento. Non capiva perché ma ogni volta che leggeva quelle pagine provava delle sensazioni sconosciute. Quando lo aveva riferito a suor Margherita, la donna aveva sorriso dicendole: “E’ normale mia cara è un libro di piacere e d’amore.”
“Che vuol dire?” aveva chiesto a bassa voce mentre recidevano delle rose.
“Vuol dire che amare non è solo voler bene a qualcuno, significa anche desiderare qualcuno”.
“Cioè?”
“Hai mai desiderato di essere baciata da un gentiluomo?”
Carlotta l’aveva guardata pensando al suo baciamano.
“Beh…sì. Una volta…sono stata baciata…sulla mano” aveva balbettato.
Suor Margherita l’aveva fissata, poi aveva sussurrato: “Intendevo…sulla bocca”.
Era arrossita e aveva scosso la testa in senso di diniego. Suor Margherita aveva proseguito: “Allora, dovrò colmare questa lacuna nella tua educazione, nel caso dovessi incontrare il tuo principe”.
La carrozza oltrepassò, lenta, i portici e giunta in campo San Barnaba si fermò. Carlotta si sporse dal portico buio per vedere cosa accadeva. Riusciva appena a scorgere la sagoma del mezzo nella semioscurità. Perché si era fermata? I piedi gelidi le dolevano. Uscì dal nascondiglio e strisciò lungo il muro. Doveva, a tutti i costi, superare quella carrozza e proseguire di volata per calle del Traghetto fino a Cà Rezzonico. Lì c’era ad aspettarla un’imbarcazione che l’avrebbe condotta sull’isola della Giudecca, dove si sarebbe riparata nella casa di un nobiluomo.
Valutò la distanza, correndo avrebbe potuto superare la carrozza senza essere vista, doveva solo essere veloce come il vento. Iniziò a percorrere il tratto di strada prima a rapidi passi, poi di corsa. Purtroppo, non pensò alla reazione dei cavalli. I due animali avvertirono la sua presenza e cominciarono a scalpitare. Il movimento continuo e irregolare fece traballare la carrozza e quando Carlotta passò, improvvisamente, la portiera si aprì, lei urtò e cadde rovinosamente sul pavé. Fece per rialzarsi, ma il vestito la ostacolò, si sentì afferrare e una mano premette sulla sua bocca. Svenne. La sua fuga era finita.
Sveglia nel buio della notte udì la porta della cella chiudersi con uno scatto leggero. Rapida si alzò, indossò la vestaglia, sbirciò dalla porta e la vide. Camminava lungo il corridoio deserto illuminato dalla debole luce della candela che aveva con sè. Decisa a scoprire il segreto di quella donna, Carlotta afferrò la candela e lasciò la cella. Dopo aver attraversato il convento e il chiostro, la suora, giunta davanti alla porta del giardino, spense la candela e uscì. Anche lei fece lo stesso. Nel buio illuminato dalla luna piena scoprì che la suora lasciava il convento aprendo con una chiave la vecchia piccola porta di legno incastonata nel muro del giardino. Carlotta si avvicinò, tremando per la paura e per il freddo. La porta era accostata, l’aprì e si trovò in strada, appena in tempo per vedere la suora scendere per una scalinata adiacente al convento. Fece lo stesso. Dove andava? Al termine delle scale, si trovò davanti una porticina, abbassò la maniglia e l’aprì. Si trovò dentro una stanza grande e buia, ma i suoi occhi, già abituati a quell’oscurità, rapidi intravidero sul pavimento una luce che filtrava da una porta laterale. La paura provata, fino a quel momento, iniziò a trasformarsi in qualcos’altro. Si avvicinò per udire ciò che accadeva, sentiva sussurri e piccole risate: la voce di suor Margherita coperta da una profonda voce maschile. Un uomo. Si accostò alla porta, la curiosità diventò un desiderio incontenibile. Doveva solo spingerla un pochino e guardare. Lo fece e la fessura le rivelò il segreto: su di un letto in un groviglio di vesti suor Margherita giaceva seminuda tra le braccia del suo amante. Carlotta spalancò gli occhi incredula.
Non riusciva a muoversi, una forza sconosciuta la obbligava a stare lì e guardare. Si sentiva come ubriaca. Li guardava e si baciavano, li guardava e si toccavano. Suor Margherita era bellissima con i lunghi capelli neri, che l’amante accarezzava dolcemente, e la pelle bianca come il latte. Si abbandonava, voluttuosamente, contro il corpo dell’uomo che la stringeva. Non l’aveva mai vista così felice. Non poteva più restare lì e fuggì. Correva pensando che era tutto vero: erano così l’amore, il desiderio, la passione?
Ansimando Carlotta si svegliò di colpo. Sapeva benissimo che quel sogno era realtà: suor Margherita aveva un amante, André, e lei li aveva scoperti. Si abbandonò per un momento tra i cuscini e chiuse gli occhi. Non li avrebbe mai traditi perché erano stati loro a regalarle la libertà. Di colpo, tutto fu chiaro. Dopo ciò che era accaduto quella notte, adesso dov’era? Avrebbe dovuto essere a casa di André. Uno dei suoi fidati uomini avrebbe dovuto condurla da lui alla Giudecca. E invece?
Scese dal letto e corse verso la finestra, l’aprì e la luce del sole colpì i suoi occhi costringendola a rientrare. Andò subito verso la porta, l’aprì ed uscì. Era l’unica stanza che si affacciava su un breve corridoio con una scalinata che conduceva al piano di sotto. Iniziò a scendere. Silenzio. Forse era sola. Giunse in una stanza con una grande vetrata che dava su bellissimo giardino e, attraverso gli alberi potè scorgere, in lontananza, il Canal Grande. Si guardò intorno circospetta, c’erano numerosi e strani attrezzi in quella stanza, li valutò con attenzione poi vide un enorme cavalletto da pittura e capì: era un atelier.
“Buongiorno mademoiselle avete dormito bene?” la profonda voce maschile la fece sobbalzare.
“Chi siete e dove mi trovo?” chiese tutto d’un fiato.
L’uomo si avvicinò e guardandola dalla testa ai piedi rispose: “Siete in casa mia e non avete nulla di cui temere a patto che mi diciate perché ieri notte correvate per le calle della città, scalza e con un cappuccio in testa. Siete forse una ladra?”
Carlotta ebbe un tuffo al cuore perché non l’aveva mai dimenticato, l’aveva riconosciuto subito, era lui il gentiluomo che le aveva fatto il baciamano. Dopo cinque anni lo ricordava come fosse ieri. Poteva dirgli tutto? Se l’avesse riconsegnata alla sua famiglia sarebbe stata la fine per lei, sarebbe stata portata in un altro convento lontano da Venezia, questa era stata la minaccia di suo padre ad un’altra disobbedienza. Quella minaccia, secondo lei, nascondeva qualcos’altro.
“Non sono una ladra, signore” disse alzando in modo fiero la testa scuotendo i lunghi capelli biondi.
L’uomo incrociò le braccia sul petto e si avvicinò alla finestra. Ripensò a come la sera prima l’aveva raccolta da terra svenuta. Si trovava in campo San Barnaba per lasciare una gentil donzella incontrata a teatro, ed era ritornato a casa con un’altra venuta da chissà dove. L’aveva tenuta in braccio contro di sé per tutto il tragitto in carrozza fino a casa. La ragazza odorava di buono, il vestito era di alta qualità anche se non indossava le scarpe e le mani curate e pulite non erano quelle di una vagabonda.
“Dunque, non siete una ladra”.
“No signore”.
“Chi siete allora?”
“Mi chiamo Carlotta” e non aggiunse altro.
“Bene Carlotta, vuoi dirmi da cosa fuggivi?”
Carlotta pensò che aveva bisogno di fidarsi di qualcuno e se il destino le aveva fatto incontrare di nuovo quell’uomo, forse la sua vita sarebbe cambiata. Decise di rischiare.
“Dal convento” rispose semplicemente.
L’uomo si voltò lentamente per guardarla.
“E voi, di grazia signore, chi siete?”
Dove aveva già sentito quella domanda? Scrutò i lineamenti del volto della giovane donna, poi rispose: “Mi chiamo Antonio Canova e sono uno scultore. Siete a Casina delle Rose e questo è il mio atelier”.
Carlotta si avvicinò a lui con le mani giunte in segno di supplica.
“Vi prego signore non mandatemi via, non voglio ritornare in convento, non voglio diventare monaca. E’ la mia famiglia che lo vuole non io. E’ per questo che sono fuggita. Non ho la vocazione per monacarmi.”
Antonio guardò negli occhi chiari e limpidi di lei. “Va bene” disse “voglio credervi. Potrete restare qui per un po’, poi decideremo”.
“E’ la verità, non vi ho mentito”.
“Quando si fugge da qualcosa, mentire è inevitabile.”
Casina delle Rose era davvero meravigliosa. Carlotta aveva scoperto che era una delle più piccole case sul Canal Grande, ma soprattutto era diventata il suo rifugio da un mese. Antonio si occupava di lei, procurandole tutto ciò di cui aveva bisogno e portandole notizie sulla sua scomparsa e su ciò che accadeva in città. I pomeriggi li passava con lui nel suo studio, osservandolo al lavoro. Era diventata la sua modella e posava anche, completamente, nuda quando lui glielo chiedeva. Non provava nessun imbarazzo, anzi si sentiva a suo agio perché ormai da quindici giorni erano amanti. La rivelazione che lei era la piccola bambina incontrata al ballo della Cà Tron, fu per Antonio una sorpresa unica.
“Sei il fiore più bello che io abbia mai colto” le disse.
Facevano l’amore tutte le notti, qualche volta anche sul sofà dello studio perché presi dalla loro passione non riuscivano nemmeno a raggiungere la camera da letto. Il desiderio bruciava i loro corpi e loro anime. Era diventata una donna proprio come suor Margherita e, come lei era felice.
Da qualche giorno aveva scoperto che dall’altra parte del Canal Grande c’era il palazzo della sua famiglia. Ormai, sapeva che non la cercava più nessuno e Antonio le aveva detto di voler partire per Roma perché gli era stato commissionato un nuovo lavoro. Voleva portarla con sé. Sarebbero partiti in pochi giorni.
Carlotta era ferma davanti al portone di Casina delle Rose. Indossava un semplice e bellissimo abito rosa, il cappello a tesa larga la riparava dal riverbero del sole. Aspettava Antonio per la partenza. Le dispiaceva lasciare la loro casa, ma lui aveva promesso che sarebbero tornati. Vide arrivare la carrozza e il suo cuore si gonfiò di gioia e di emozione.
Eccolo arriva! pensò. Guardò le due valigie. La carrozza si fermò davanti a lei, la portiera si aprì e lei vide il volto di un uomo. Poi, un dolore sordo le attanagliò lo stomaco, le sue gambe cominciarono a piegarsi. Era stata trafitta da qualcosa. Sentì sulle sue mani qualcosa di caldo e vischioso che sporcava il suo bellissimo vestito. Cadde a terra. Vedeva il mondo girare e sentiva la voce di Antonio che urlava: “Carlotta, Carlotta amor mio!”
Le braccia di Antonio la sollevarono e lei potè guardare per un’ultima volta il viso dell’amato. Carlotta Letizia Contarini dal Zaffo rendeva la sua anima a Dio, in un giorno di sole, per mano di uno sconosciuto. Qualcuno non voleva che lei vivesse la sua felicità.