Rossella Soldano
Zi’ Giuseppe
Ad un certo punto della vita, l’affetto nel ricordare i propri cari che non ci sono più, diventa per me ancora più forte e con esso la curiosità di sapere delle loro vite. Mi sorge così il rimpianto di non aver ascoltato più attentamente i loro racconti che mi facevano da bambina e di non averli fermati nella mente come pietre miliari che mi avrebbero guidato nel cammino.
Così, ora, vado in cerca della memoria tra quelle ultime fonti sopravvissute , pur sapendo che i loro racconti sono filtrati dalla lontananza dei ricordi, ma nonostante ciò, ugualmente preziosi, perché in essi c’è parte della loro vita; vite di chi è passato attraverso la Storia.
-Buongiorno zì Giusè, come stà?
- N’ c’è male
-A quant’anni sei arrivato?
-Tengo ottantasei anni!
-C’ na’ bona salute!
-E’grazie all’elmetto che so’ ancora vivo!
E mi mostra il solco della pallottola che colpendolo gli ha scavato la fronte.
Zì Giuseppe comincia ogni volta così il suo racconto, ma poi prosegue con episodi diversi.
Ogni volta io rimango ad orecchie tese ad ascoltare e quasi vorrei abbracciarlo perché quei suoi racconti sono un dono di pezzi della sua vita che appartengono alla storia.
Lui insieme ad altri ventenni erano partiti nel ’40, quando Mussolini a quattro giorni dalla conquista della Francia, aveva deciso di entrare in guerra perché gli “servivano alcune migliaia di morti per sedersi al tavolo della pace”.
Che ne poteva sapere zì Giuseppe e i suoi compagni che la guerra lampo si sarebbe protratta per anni? Dodici milioni di uomini non potevano mai sapere che le baionette disponibili erano solo un milione.
L’illusione della grande potenza che aveva costruito un Impero conquistando pezzi d’Africa, non bastò a caricare di spirito patriottico quei soldati che…
-Ci davano cinque lek e cinque sigarette al mese e siccome io non fumavo, vendevo le sigarette e mandavo i soldi a casa, dove le mie quattro sorelle vivevano nella miseria.
Marciavamo e cantavamo: “ Metti in pace il cuore afflitto prenderemo anche l’Egitto” e noi ci chiedevamo -con che cosa?- non avevamo neanche il coltello per tagliare il pane, quando ce n’era!
Nelle tende degli accampamenti il silenzio della notte era rotto da un (inquietante) rumore: “ “gluglugluglu…glugluglugluglu…” (zì Giuseppe fa con la mano il segno di un onda), erano le budella vuote dei miei compagni che reclamavano il cibo.-
Lui era un privilegiato perché era stato assegnato alla cucina, ma non era affatto facile trovare da mangiare:
-Un giorno mentre cucinavo in un pentolone d’acqua alcune radici ed erba (di dubbia commestibilità), ho fatto un movimento brusco e ‘a scaten’ (il pettine) che avevo nel taschino mi è scivolata nella brodaglia. Dopo aver mangiato il mio superiore mi mandò a chiamare e mi fece i complimenti per la squisitezza della minestra.-
Ma la fame spesso si faceva sentire e: -quando la misera razione di pane era finita ci bagnavamo in bocca le dita delle mani e raccoglievamo nelle tasche le briciole che erano rimaste, poi ci leccavamo le dita e masticavamo con calma illudendoci di mangiare.-
A fine ottobre del ’40 furono mobilitati per conquistare la Grecia.
Qui avvenne la tragedia: - i greci erano brava gente e nonostante noi eravamo i nemici la popolazione cercava di aiutarci.-
Un inverno freddo però li sorprese e questa volta zì Giuseppe non sorride più e con voce rotta a stento trattiene le lacrime:
-Ci era arrivato l’ordine: ‘Resistere – Non ripiegare’, e con i piedi ricoperti di pezze affondati nella neve, proteggevamo l’artiglieria che si ritirava. I piedi congelati avevano le dita che sembravano tasti di pianoforte.-
La voce gli s’incrina: -quei poveri compagni morti con la faccia nella neve! Noi li dovevamo rigirare per prendere le loro munizioni, perche neanche quelle avevamo. Come dovevamo resistere? Di 35 compagnie solo 5 riuscirono a ritornare.-
Nel promemoria dell’intendente generale in Albania si legge:’Viveri di riserva: nulla. Indumenti di lana: zero. Munizioni di fanteria: zero. Materiale del genio: praticamente nulla. Munizioni di artiglieria: insignificanti. Armi e artiglieria: esaurite tutte le disponibilità. Materiale sanitario: insufficiente.’
Durante la prigionia: -avevamo un barattolo di latta, quello era il nostro tesoro se ce lo rubavano dove mettevamo la minestra che ci spartivano?
La guerra è la cosa più brutta, la guerra e la miseria, perciò figli miei voi siete fortunati che non avete vissuto quello che ho vissuto io, e io pure sono fortunato che sono tornato vivo!-
Ma le guerre sono sempre esistite, ogni passo della storia è segnato dal sangue, anche mio nonno, reduce della I guerra Mondiale mi raccontava della prigionia e dei magiari , ma qui i miei ricordi si fanno più flebili;ero ancora una bambina quando mi raccontava che lui, ingegnoso falegname era ben considerato dai suoi superiori.
Della sua campagna d’Africa mi rimane solo il racconto, all’apparenza fantastico, di un leone che aveva seminato il terrore nel loro accampamento. Un giorno, però, invece del solito ruggito si sentì un verso insolito, come un ululato: ‘AUUUUUUUH…AUUUUUUUUH’ un compagno coraggioso si avvicinò e vide il leone che, come un cagnolino, gli porgeva la zampa che era stata trafitta da una grossa spina e sanguinava. ‘AUUUUUH…AUUUUH’ era un grido di dolore!
L’uomo riuscì a strappargliela via e il leone, per riconoscenza non attaccò più il loro accampamento.
Era stato fatto prigioniero dai magiari e qui aveva costruito una pettiniera con un’apertura a scatto nascosta che apriva uno scomparto dietro lo specchio dove aveva nascosto le lettere per mia nonna , queste raccontavano le tragedie vissute da lui e i suoi compagni, non sarebbero mai arrivate a casa se non fossero state nascoste, perché sarebbero state censurate.
Mi diceva anche che chi partiva per la guerra lo consideravano un fortunato perché aveva l’occasione di viaggiare e conoscere il mondo, (per la prima volta vide il mare) ma sappiamo tutti della tragedia che fu questa guerra.
Niente di nuovo se parliamo di milioni di morti, ma se li guardassimo in faccia uno ad uno? Lo hanno fatto zì Giuseppe, mio nonno, il mio bisnonno e suo padre prima di lui.
I racconti del mio bisnonno cominciano con le vicissitudini di suo padre, affiliato prima alla Carboneria e poi alla Giovine Italia, scampò per miracolo alla pena di morte, conobbe il confino all’isola di Ponza e Pisacane e raccontava di Francesco II soprannominato Franceschiello per la sua inettitudine e perché il mio bisnonno avesse proibito di fumare: per protesta contro i grossi appannaggi dati dal Monopolio dei tabacchi alla casa Savoia.
Cosa spinge uomini che appartengono all’intellighenzia, che non hanno sete di potere o (le famose) mire espansionistiche, a considerare la guerra come “la sola igiene del mondo” (F. T. Marinetti) oppure come una boccata di ossigeno: “Siamo troppi…La guerre fa il vuoto perché si respiri meglio. Lascia meno bocche intorno alla stessa tavola” (G. Papini)?
Ma la storia non è fatta solo di guerre:
La Storia è fatta di
passioni ed ideali
di uomini geniali
di leggende ed eventi fatali
di stupidi totali.
E’ fatta di giudici e giudicati
di pochi assolti e molti giustiziati
di grandi rivoluzioni
di assassinî senza giustificazioni
di smania di potere
di nemici da temere.
La Storia è fatta di
scoperte ed invenzioni
di arte e incomprensioni
di studi e architetture
di misteri e congiunture.
E’ fatta di scomparse civiltà
di punizioni e vanità
di idee illuminanti
e documenti umilianti.
La Storia è fatta di
compromessi e trattati
di patti cancellati
di alleanze e tradimenti
di conquiste e mutamenti.
E’ fatta di lotte a fin di bene
di schiavitù e catene
di popoli sterminati
di diritti calpestati.
La Storia è fatta di
dolore e sangue versato
di un grido disperato.
E’ fatta di vite spezzate
e guerre immotivate
dei volti di tutta quella gente
che per “i grandi”conta meno di niente.
Fonti consultate: Storia d’Italia di Montanelli – Cervi (Vol. 40 al 44)
Collana delle mie memorie di A. Flora