Viviana Soldano
In difesa di P. P.
Eravamo soliti dormire nello stesso talamo, mia moglie ed io. Una strana e dolce abitudine che avevamo scelto entrambi. Lei, la testa appoggiata sulle fragranze del mio petto, io che le respiravo il profumo dei capelli. Tenero era quel nostro abbraccio e durava tutta la notte. Quella notte però non andò così. Si era alzata più volte, si era lamentata nel sonno e poi ancora, nel dormiveglia, l’avevo vista andare su e giù nel cubiculum. Faceva caldo. Anch’io facevo fatica ad assopirmi. Anche il mio sonno fu agitato e turbolento. Mi alzai alle prime luci dell’alba. Lei finalmente dormiva. Mi sembrava fosse sudata e stanca. Il caldo pensai…
Andai nell’impluvio, mi immersi lentamente nella vasca e la freschezza delle acque mi avvolse con sollievo. Ero confuso e turbato. Il riposo della notte non era stato sufficiente per darmi le energie. Mi lasciai cullare dalle acque, immergendomi fino alla nuca. Strani pensieri mi ronzavano nella testa. E se fosse il preludio di un terremoto? Quando ero bambino a Roma una sibilla narrava di un terribile cataclisma che sarebbe avvenuto in una città del meridione. Un giorno, all’improvviso, la montagna avrebbe iniziato ad inghiottire uomini e case, mentre dall’alto sarebbe giunta una pioggia di polveri nere…
Fui scosso da un tremito, ancora quel curioso presentimento. Uscii dalla vasca con i brividi che mi attraversavano il corpo, mi asciugai, indossai la tunica e girai per casa, con le vesti discinte, così come non si addice a gente del mio rango.
Andai nel peristilio, alzai la mano e staccai un grappolo d’uva dal pergolato. Ne mangiai pochi chicchi, ma non avevo fame. Abbandonai il resto del grappolo su un tavolo, mi appuntai le fibule ed uscii per recarmi al Palatium.
Il pensiero di un funesto auspicio mi attraversò la testa e così tornai indietro pensando che avevo dimenticato di rendere omaggio ai Larii.
Mi sentii più sollevato e affrontai con coraggio la strada verso il centro della città. Per strada l’odore di pane mi rimise di buon umore. I giudei stavano preparando una festa per celebrare la loro liberazione.
“Ave Julius”, salutai, mentre salivo le scale. Mi aspettava una lunga giornata, era il giorno del giudizio: contadini, commercianti, briganti e tutto il popolo si recavano da me per appellarsi alla mia saggezza e a me spettava risolvere le loro dispute.
Quel giorno mi condussero un uomo, lo avevano legato e una folla agitata e curiosa lo seguiva. Lo avevano condotto lì degli uomini saggi, le persone più in vista della città. Non potevano sbagliarsi sul suo conto. Aveva sicuramente commesso qualcosa di oltraggioso. Lo guardai. Aveva un atteggiamento mite e sembrava non essere consapevole di ciò che lo attendeva. Una guardia mi comunicò il suo nome. Avevo già sentito parlare di suo padre molto tempo prima. Si diceva che aveva salvato sua madre dalla lapidazione. Uno strano comportamento da parte di un uomo senza nessuna istruzione. Aveva salvato una prostituta che portava nel suo grembo già il frutto della sua colpa e il giorno successivo l’aveva sposata senza dare nessuna spiegazione. Molti lo avevano giustificato addebitando il suo comportamento ad un semplice gesto d’amore e amore c’era stato in quella famiglia, tra moglie e marito, così tanto amore che nessuno aveva più trovato in quella coppia qualcosa su cui sparlare.
Ora il loro figlio aveva di nuovo suscitato scalpore. Pareva che si fosse dichiarato re! “Ma signori, guardatelo! Ha lo sguardo basso, le vesti misere, non porta né armi, né corone!” Alle mie parole la folla apparve stizzita. “Colpevole, gridavano, colpevole!”…
Guardai oltre, cercavo le parole giuste, sarebbe bastato un saggio discorso e questa folla sarebbe ritornata quatta quatta a casa. Qualcuno si stava facendo strada fra la gente. Lo riconobbi, era Plinio il servo della mia dimora. Lo avevo portato con me da Roma perché conosceva già la lingua di questi popoli e per i primi tempi mi aveva aiutato facendomi da interprete. Nelle mani aveva un cartiglio. Staccai la ceralacca seccato e dentro la grafia di mia moglie: “Non sporcarti le mani con il sangue di quel giusto. Stanotte ho sognato di lui…”
Improvvisamente compresi il motivo della mia agitazione, la rabbia mi assalì, come osa quest’uomo turbare i miei sogni, lo guardai con uno sguardo truce, ma i suoi occhi mi chiarirono tutto. Sembrava sapesse già e mi gridava silenziosamente la sua palese innocenza. La mia rabbia sparì improvvisamente e mi sentii invaso da una immensa serenità. Sapevo cosa fare. Io ero la legalità e spettava a me, legalmente, salvare quest’uomo.
Lo interrogai e le sue risposte erano le parole di un giusto. La sua rettitudine lo avrebbe salvato, non certo la mia autorità. Mi rivolsi ai saggi, loro avrebbero capito. Stranamente essi sembravano offesi. Mi appellai alla folla. Era furibonda, inviperita.
Il resto è storia e la conoscono tutti. Lavai le mani in quel catino e l’acqua si sporcò del suo sangue pur restando limpida come la sua anima.
Andò davvero così, Signori giudici. Questa è la pura verità. Lo giuro sul mio nome, come è vero che mi chiamo Ponzio Pilato.