Maria Cristina Consiglio
Tradurre l’attesa: “Waiting for the Ship” di Bret Harte
Tradurre un testo letterario implica compiere delle scelte per trovare una mediazione tra due opposti, la fedeltà al testo originale e la naturalezza della traduzione.
Già nel 1813, il filosofo tedesco Friedrich Schleiermacher nel saggio “Sui diversi modi del tradurre”, identificava due possibili metodi traduttivi: “A mio avviso di tali vie [traduttive] ce ne sono soltanto due. O il traduttore lascia il più possibile in pace lo scrittore e gli muove incontro il lettore, o lascia il più possibile in pace il lettore e gli muove incontro lo scrittore” (Schleiermacher, in Nergaard 1993: 153).
Nel primo caso, la traduzione si definisce source-oriented e funge da ‘documento’ del testo originale, ne registra l’estraneità culturale e l’eventuale distanza temporale e le scelte linguistiche del traduttore tendono a trasmettere le peculiarità stilistiche dell’autore. Nel secondo caso, la traduzione si definisce target-oriented e intende produrre presso il nuovo lettore un effetto equivalente a quello suscitato dalla ricezione dell’originale, eliminando riferimenti culturali e costrutti linguistici specifici della cultura di partenza.
Il pensiero di Schleiermacher è stato rielaborato in ambito di studi traduttologici da numerosi studiosi. In particolare, negli anni ’90 del secolo scorso, l’israeliano Gideon Toury e l’americano Lawrence Venuti ne hanno fatto la base delle loro teorie della traduzione.
Venuti, in The Translator’s Invisibility (1995), ridefinisce i metodi traduttivi identificati da Schleiermacher. La prima via, quella per cui il traduttore cerca di comunicare al suo lettore l’impressione che egli stesso ha ricevuto nella lettura dell’originale, è chiamata da Venuti foreignization e consiste in “an ethnodeviant pressure on those [target-language] values to register the linguistic and cultural difference of the foreign text” (Venuti 1995: 20). La seconda via, quella che porta il traduttore a far parlare l’autore originale così come questi avrebbe parlato se avesse scritto nella lingua di arrivo, è chiamata da Venuti domestication e consiste in “an ethnocentric reduction of the foreign text to target-language values” (Venuti 1995: 20). È evidente che i due metodi traduttivi sono visti come antitetici e pertanto l’uno esclude l’altro.
Toury, in Descriptive Translation Studies and Beyond (1995), definisce la traduzione come “a kind of activity which inevitably involves at least two languages and two cultural traditions, i.e. at least two sets of norm-systems on each level” (1995: 56). È evidente che nella sua visione ogni traduzione è il risultato dell’applicazione di diversi tipi di norme e/o convenzioni socio-culturali che determinano il grado e il tipo di equivalenza traduttiva. Egli distingue tra norma iniziale (‘initial norm’), norme preliminari (‘preliminary norms’) e norme operative (‘operational norms’) ed è la prima, in particolare, che determina il tipo di equivalenza globale della traduzione. Si tratta della scelta del traduttore di uniformarsi alle norme del testo di partenza – e produrre una traduzione ‘adeguata’ – o conformarsi alle norme del sistema di arrivo – e produrre una traduzione ‘accettabile’. Ne consegue che l’adeguatezza è stabilità in relazione al testo originale, mentre l’accettabilità è stabilita in base al contesto di arrivo. Ma adeguatezza e accettabilità non sono mai assolute; scrive ancora Toury: “actual translation decisions […] will necessarily involve some ad hoc combination of, or compromise between the two extremes implied in the initial norm” (1995: 57). Ciò implica che il traduttore, per quanto possa privilegiare l’uno o l’altro metodo, tenta sempre una mediazione tra i due estremi in modo da poter comunicare il più possibile dell’estraneità dell’originale in un testo coeso e coerente secondo le norme della lingua di arrivo.
Il testo qui proposto è la traduzione italiana di un racconto dello scrittore americano Bret Harte (1836-1902), intitolato “Waiting for the Ship” (la versione originale è consultabile sul sito www.gutenberg.org) e incluso nella raccolta Urban Sketches.
Harte nacque ad Albany (New York) nel 1936 come Francis Brett Hart. Nel 1853 si trasferì in California dove svolse diversi lavori, tra cui il giornalista, e documentò la vita dei pionieri; particolarmente famoso è il suo resoconto del massacro del popolo Wiyot nel villaggio di Tutulwat nel 1860. Disgustato dall’accaduto si licenziò dal suo impiego presso un giornale di Arcata e si trasferì a San Francisco. Le sue prime opere apparvero sulla rivista letteraria The Californian edita da Charles Henry Webb. Nel 1868 divenne curatore di The Overland Monthly, una rivista letteraria più in linea con lo spirito pioneristico della California, dove pubblicò la sua storia intitolata The Luck of Roaring Camp che lo fece conoscere a livello nazionale. Alla notizia della morte di Charles Dickens (luglio 1870), Harte compose un tributo allo scrittore inglese, Dickens in Camp, che la critica è concorde nel considerare il suo capolavoro in versi e per la profondità dei sentimenti e per la qualità dell’espressione poetica. Determinato a proseguire la sua carriera letteraria, Harte si trasferì sulla costa orientale, prima a New York, poi a Boston dove lavorò per l’Atlantic Monthly, ma la sua fama diminuì notevolmente. Nel 1878 fu nominato console degli Stati Uniti a Krefeld in Germania e nel 1880 fu trasferito a Glasgow. Nel 1885 si stabilì a Londra dove morì nel 1902.
“Waiting for the Ship” è un racconto breve che si apre con una cornice che presenta il narratore extradiegetico in attesa di un battello; questi, per ingannare il tempo, racconta una storia che narra di un uomo che impazzisce mentre aspetta l’arrivo di una nave con a bordo sua moglie e i suoi figli. In pochi paragrafi Harte condensa l’ansia per l’attesa di un evento che non si verificherà mai e ci mostra l’anonimo protagonista logorato da una folle speranza che lo consuma fino alla morte. Il passaggio dalla speranza alla disperazione è enfatizzato linguisticamente dall’uso estensivo, negli ultimi due paragrafi, della forma passiva che sembra sottolineare l’incapacità di agire del protagonista. Nella traduzione italiana, per motivi stilistici, si è preferito usare costrutti impersonali o frasi attive con soggetto diverso dal protagonista.
Aspettando la nave
Idillio a Fort Point
A circa un’ora di cammino dalla piazza c’è un’alta scogliera e l’oceano si infrange ininterrottamente sulla sua spiaggia rocciosa. Sulla rena ci sono alcune casette che sembra siano state buttate lì di recente dal mare in burrasca. La parte coltivata dietro ogni proprietà è recintata con canne di bambù, alberi spezzati e tronchi portati dalla corrente. Ogni giardino, con qualche sparuto cavolo verde e qualche cima di rapa, sembra un acquario privo di acqua. Difatti, non sareste sorpresi di incontrare un tritone che scava tra le patate o lì vicino una sirena che munge una sirenide. [NdT. L’originale presenta un gioco di parole con il verbo ‘milking’ (‘mungere’) e il sostantivo ‘sea cow’ (tricheco o sirenide) che letteralmente significa ‘vacca marina’].
Accanto a questo luogo un tempo sorgeva una grande telegrafo per le segnalazioni con le braccia scarne stagliate contro l’orizzonte. È stato sostituito da un osservatorio, collegato da una rete elettrica al cuore della grande città commerciale. È da questo punto che vengono segnalate le navi in arrivo e di nuovo controllate in uscita dal City Exchange. E mentre attendiamo il nostro battello lasciate che vi racconti una storia.
Non molto tempo fa, un manovale, uomo semplice e grande lavoratore, con il suo diligente lavoro in miniera, aveva messo da parte abbastanza denaro per farsi raggiungere dalla moglie e dai due figli, rimasti a casa. Poiché era un uomo dell’ovest, e aveva fatto il viaggio via terra e sapeva poco di navi o mare o burrasche, era giunto a San Francisco un mese prima della data prevista per l’arrivo della nave. Trovò un lavoro in città e quando la data si avvicinò cominciò a recarsi all’ufficio navale ogni giorno con regolarità. Il mese passò ma la nave non arrivava; poi un mese e una settimana, due settimane, due mesi e poi un anno.
Allora, quel volto ruvido e paziente, con soffici rughe che gli segnavano i lineamenti induriti, che era diventato un’apparizione quotidiana all’agenzia marittima, scomparve. Riapparve un pomeriggio all’osservatorio mentre il tramonto sollevava l’operatore dai suoi doveri. C’era qualcosa di così infantile e semplice nelle poche domande relative al suo lavoro poste da questo straniero, che l’operatore si intrattenne a dargli spiegazioni.
Quando il mistero dei segnali e dei telegrafi fu svelato, lo straniero aveva ancora un'altra domanda. “Per quanto tempo può una nave essere assente prima che si smetta di aspettarla?” L’operatore non sapeva, dipendeva dalle circostanze. Forse un anno? Sì, poteva essere un anno, ma navi date per disperse per due anni alla fine erano tornate a casa. Lo straniero mise la sua mano ruvida su quella dell’operatore e lo ringraziò per lo “scomodo” e andò via. [NdT: l’originale presenta il termine ‘troubil’, storpiatura ortografica di ‘trouble’ che intende identificare socialmente il protagonista. Nella traduzione si è optato per il termine ‘scomodo’ che si ritiene possa avere lo stesso effetto].
Ma la nave non arrivava. I maestosi velieri da trasporto percorrevano velocemente il Gate e le navi mercantili passavano con le bandiere al vento e il colpo di benvenuto del battello spesso riecheggiava tra le colline. Allora regolarmente si poteva vedere il volto paziente, con la vecchia espressione rassegnata, ma con uno sguardo più luccicante e malinconico, sul ponte affollato del battello mentre questo sbarcava il suo carico umano. Probabilmente aveva una vaga speranza che gli scomparsi potevano arrivare in questo modo, in quanto unica altra strada lungo quella strana distesa sconosciuta. Ma parlando con i capitani e con i marinai anche quest’ultima speranza sembrava scomparire. Quando quel volto segnato dalle preoccupazioni con quegli occhi luccicanti si presentò nuovamente all’osservatorio, trovò l’operatore tanto indaffarato che non aveva tempo da perdere per rispondere a stupide domande, così se ne andò. Ma quando giunse la notte, lo videro seduto sulle rocce con lo sguardo rivolto verso il mare, e lì rimase, fermo, per tutta la notte.
Quando divenne irrimediabilmente pazzo, perché fu questo che a detta dei medici aveva reso il suo sguardo così luccicante e malinconico, un artigiano suo amico che era a conoscenza dei suoi problemi cominciò a prendersi cura di lui. La notte, quando nessuno guardava, gli era concesso di abbandonarsi alle sue fantasie, di andar fuori ad aspettare la nave su cui lei “e i bambini” si trovavano. Si era convinto che quella nave sarebbe arrivata di notte. Questo e l’idea che avrebbe dato il cambio all’operatore che era stanco per aver guardato tutto il giorno sembravano renderlo felice. Così usciva e sostituiva l’operatore ogni notte.
Per due anni le navi partirono e tornarono. Lui era lì per vedere il veliero in partenza e salutarlo al suo ritorno. Era conosciuto solo dai pochi che frequentavano quel luogo. Quando alla fine scomparve dal suo solito posto, passarono un paio di giorni prima che fosse dato l’allarme. Una domenica, un gruppo di gitanti che si arrampicavano sulle rocce furono attirati dall’abbaiare di un cane che era corso davanti a loro. Quando lo raggiunsero videro un uomo vestito con abiti semplici che giaceva lì, morto. C’erano alcune carte nella sua tasca – ritagli di vecchi bollettini nautici tratti da vari giornali – e il suo viso era rivolto verso il mare lontano.
Riferimenti bibliografici
Schleiermacher F. (1813), “Sui diversi modi del tradurre”, in S. Nergaard (a cura di), La teoria della traduzione nella storia, Torino, Einaudi, 1993
Toury G., Descriptive Translation Studies and Beyond, Amsterdam/Philadelphia, John Benjamins, 1995
Venuti L., The Translator’s Invisibility, London/New York, Routledge, 1995