Antonio Turi
Editoriale
Non ci posso credere, diceva un personaggio in un noto sketch televisivo. E non ci posso credere, ripeto io qui. Non ci posso credere che dal giorno in cui questa avventura è cominciata sono passati ben tre anni. Una enormità a pensarci.
Cose e persone, in questi tre anni sono cambiati e si sono evoluti, ma noi siamo ancora qui ad intrattenerci e ad intrattenere parlando di arte.
In questi tre anni speriamo di aver dato un piccolo contributo alla discussione sui temi che abbiamo avvicinato. Ci auguriamo di essere stati utili, in altre parole. E di essere ancora qui, fra altri tre anni, ancora con la stessa voglia di scrivere e comunicare.
Bene, finiti i convenevoli, entriamo subito nel merito della discussione dell'argomento e dei contributi di questo primo numero del 2009.
L'argomento è “I meccanismi dell'attesa nell'arte”. E come sempre le possibilità di interpretazione offerte ai nostri collaboratori ed al pubblico sono molte e varie.
Certamente il luogo in cui l'attesa trova compimento, nel mondo dell'arte, è proprio quello della letteratura poliziesca. Il noir, per intenderci. Da nessun'altra parte l'autore gioca con le aspettative del lettore come nel noir. E in nessun altro genere i meccanismi a disposizione sono stati così studiati, catalogati, approfonditi.
Ma a me preme ricordare un'altra possibile interpretazione del tema. Quella legata al dialogo silenzioso che si instaura sempre fra il fruitore e l'artista.
Quando ci avviciniamo ad un'opera d'arte abbiamo sempre delle attese. Attese suscitate dalla nostra conoscenza dell'opera dell'artista. O, al primo approccio, dalla ragione che ci ha spinto a scegliere di avvicinarci a quell'opera. Dalla più strutturata (una recensione, il consiglio di un amico), a quella apparentemente più estemporanea (il colore della copertina, le righe di presentazione, il manifesto, una fotografia).
Eppure in questo meccanismo di attesa e nella capacità di dare risposte che si gioca molto del significato dell'arte. Un gioco, questo, che si modifica in continuazione. E che può mutare il senso di un'opera a secondo di come il rapporto si struttura in un particolare momento storico o psicologico del fruitore.
Come sempre, al tema i nostri autori hanno provato a dare una risposta personale. Dividendosi fra coloro che utilizzano gli strumenti della riflessione e dell'approfondimento teorico e chi utilizza la pratica della scrittura, in prosa o poetica.
Fra i primi Davide Mezzina che in “Incontri con l'essenziale” prova a definire l'attesa rapportandola ai cambiamenti che sul piano della velocità e della ricchezza tecnologica hanno trasformato la nostra vita negli ultimi 30 anni.
Marialuisa Vallino e Valeria Montaruli, in “Il tema dell'attesa nel cinema bulgaro” compiono un'opera di approfondimento di grande spessore. Aprendo forse una nuova strada anche per gli altri saggisti della nostra testata.
Maria Cristina Consiglio in “Waiting for the ship” approfondisce il meccanismo dell'attesa in rapporto alla necessità di rendere efficace una traduzione. E lo fa parlandoci dell'opera dello scrittore americano ottecentesco Bred Harte.
Angela Pugliese chiude la sezione saggistica parlandoci proprio di quel genere, il noir, che abbiamo detto essere il luogo privilegiato nel quale il concetto di “attesa” si coniuga nel suo modo più efficace. Il campo di indagine di Angela è, come sempre, quello della letteratura per ragazzi francese. Ma crediamo che le riflessioni espresse nel contributo possano valere anche per la letteratura “noir” maggiore, quella per adulti.
Patrizia Palma, ne “La luce e l'ombra” ci racconta di una farfalla, l'essere nel quale l'attesa di una trasformazione che passa attraverso la morte apparente, è la metafora più poetica del destino degli esseri umani.
Maria Rosaria Saliani in “Iaia” applica l'attesa ad un altro momento della vita umana, all'infanzia. Che è attesa di cominciare a vivere. Ma la Saliani preferisce raccontare all'insegna dell'ironia e del divertimento, entrando e aiutandoci a rientrare nei meandri del ragionamento di una bambina.
Chiudono questo numero di Apertamente le poesie di Nicola Abbattista, Silvana Tittarelli e Beppe Rossini. Abbattista e Tittarelli intitolano i loro poemi proprio con la parola del nostro numero, attesa, con la Tittarelli che la coniuga in quel dialetto che ormai sappiamo sa maneggiare con grande maestria. Semplicemente “versi”, invece, si intitola il contributo di Beppe Rossini.