Davide Mezzina

Incontri con l’essenziale 

Ormai nei nostri paesi le botteghe degli artigiani che lavoravano il legno o altro sono ormai quasi del tutto scomparse e con loro anche il gazzettino quotidiano che girava sulla rotativa della parola orale .In altri termini esse costituivano il ritrovo tanto atteso feriale degli umili , nel quale trovavano spazio fantasmagoriche teorie politiche ed economiche, che venivano scandite dai lenti rintocchi della campana della chiesa vicina che  suggeriva l’attesa per l’incontro con colui che è nei cieli. Il tempo quindi sembrava scorrere lento, ma forse era questa lentezza che faceva pregustare le monotone abitudini quotidiane del pranzo o della cena o della passeggiata domenicale. Il tempo per questi artigiani passava così lento che sembrava quasi che la materia prima dal quale fosse costruito una sedia o un vomere non fosse tanto il legno o il ferro , ma il tempo e che la maggiore fatica di questi uomini di altri tempi fosse quella di addomesticare le ore per imprigionarle comprimendole nel mistero dell’effimero. Si scopre così che l’artigiano per creare un’opera d’arte deve trascorrere la sua vita in attesa che il tempo lentamente asciughi il legno che poi sarà da lui lavorato, poi deve attendere che con un gesto ormai dimenticato come quello della carezza della sua mano debba renderlo liscio ed infine mettere insieme i pezzi di ciò che vuole costruire in un incastro perfetto che deriva dall’attesa e dall’aver levigato abilmente tutti i pezzi che quasi per magia trovano la propria sede nell’altro pezzo. Ed è solo dopo questa serie di paziente attese che il tempo resta definitivamente imprigionato nella materia come l’anima nel corpo. In altri termini il tempo ruggiva dentro un oggetto di simile fattura e gli dava movenze di vita . Le cose nascevano perciò lentamente e con i tratti di una fisionomia irripetibile come accade per l’uomo quando genera un figlio . Prima una carezza , poi un atto d’amore dolcissimo ed infine nove mesi in cui l’attesa per la nascente vita fa pregustare, immaginare, spaventare i genitori fino al momento della nascita. Questa attesa condita da preparativi dolci e premurosi fatta di carezze sulla pancia che cresce, di orecchio del padre poggiato sulla pancia della madre per ascoltare e cercare di percepire il più sottile suono o rumore proveniente da un modo nascosto, ma fatto di un cuore che pulsa in attesa dell’incontro con il mondo dei vivi costituisce la quinta essenza dell’attesa che sembra far lievitare come il pane la vita .

In un mondo in cui l’ebrezza della velocità ha travolto pure l’arte perché tutto è regolato da rapporti di tipo economico, la quale  si lascia sedurre dalla massimalizzazione del profitto, che monetizza la creazione a qualsiasi branca dell’arte essa appartenga dalla scrittura, alla scultura alla pittura ecc. ecc. ci si appiattisce in un esistenza che scorre senza più spessore, stupore che  derivava  dall’attesa di una creazione che si materializzava tra le mani per lasciare il posto alle immagini digitali che scorrono impazzite e attraversano la nostra esistenza mentre noi compiamo le nostre frettolose scelte credendo di essere noi gli artefici, ma che in effetti siamo scelti perché ingranaggi di una macchina che è il mondo di cui non siamo noi ad avere il controllo ed è così che si muore di anemia di gioia senza nemmeno la speranza di un attesa in un domani migliore perché esiste solo l’hic et nunc in cui il tempo sfugge nell’effimero istante privo di quella forza creatrice che attraverso l’artistita riusciva ad eternare istanti irripetibili della pur comune esistenza umana. Secondo me è questa la grandezza dell’attesa che attraverso l’arte si esprime .

 

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