Patrizia Palma

La luce e l’ombra.  

Il raggio di sole si intrufolò tra le foglie e stuzzicò il sonno di Tecla Teresina. “Uhm…” mugolò cercando di rigirarsi. Il sole insisteva. E’ ora di svegliarsi diceva riscaldandola.

Tecla Teresina aprì gli occhi. “Che fame” borbottò. Negli ultimi due giorni era stata colta da uno strano moto di pigrizia a causa della pioggia incessante, per cui aveva preferito dormire per riposare e smaltire la grande abbuffata fatta prima del temporale, e poi, era così bello stare a nanna quando pioveva, udire il rumore delle gocce d’acqua fra i rami degli alberi, sulle foglie, sul terreno. Cercò di stiracchiarsi ma non ci riuscì. Che succede? si chiese. Perché non riesco più a muovermi come prima? O la mia casa si è rimpicciolita o sono io che sto diventando troppo grande, pensò. Grande, troppo.

     Caspita, forse ci siamo! Ecco perché aveva fame! Stava crescendo, perciò, mangiare era necessario, e il suo stomaco, in quel momento, brontolava da matti.

     Finalmente! pensò. Anche per lei stava per arrivare il giorno in cui, uscita da lì completamente trasformata, avrebbe svolazzato alla scoperta del mondo. Quel mondo che non conosceva ancora. Ogni giorno sentiva il cinguettio degli uccelli ma non li aveva mai visti, sentiva il profumo dei fiori ma non li aveva mai visti, sentiva il calore del sole ma non l’aveva mai visto. Neanche la pioggia aveva mai visto.

La voglia di mangiare cose nuove per realizzare il suo desiderio e andare incontro al suo destino di felicità, si fece sentire prepotentemente. Così, incominciò a lavorare per poter aprire un varco da cui uscire. Una grattatina qua e là, un colpetto qua e là, sentiva che le pareti, di quella che finora era stata la sua casa, stavano per cedere. All’improvviso…crac! e si trovò fuori su di una bella e grande foglia verde. Aria! Respirava aria pura! Dopo tutti quei mesi passati al chiuso, adesso entrava in contatto con quel mondo che, fino ad allora, era stato invisibile. Fame, fame! Mangiare, mangiare!

Così Tecla Teresina si avviò, a piccoli passi, alla ricerca di cibo, facendo attenzione a non diventare lei stessa cibo per qualcun altro. Per fortuna quelli come lei nascevano dotati di un certo istinto, ma si sa la prudenza non è mai troppa. Tuttavia, non ci fu bisogno di andare molto lontano, perché trovò tutto a portata di mano, anzi di bocca. Così, mangiava, dormiva, il tempo passava e lei aspettava. Si era accorta da un po’ che la sua pelle cambiava con una certa frequenza, ma quello che doveva accadere ancora non accadeva. Quanto tempo ci sarebbe voluto? Pazienza, si ripeteva, ci vuole pazienza.

     Un giorno, mentre era intenta ad assaporare delle buone foglie di eucalipto la vide. Superba, magnifica. Illuminata dai raggi del sole, i suoi colori splendevano come gemme preziose, i suoi volteggi erano poesia per gli occhi. Quando si fermò per un pò su una delle foglie, Tecla Teresina si avvicinò timidamente, desiderava conoscerla.

     “Come ti chiami?” chiese con una vocina leggera come un soffio. L’altra si voltò delicatamente verso di lei e, leggera e leggiadra la raggiunse, ma la fissò in modo strano.

     “Parlavi con me?” disse.

     Tecla Teresina provò un moto di felicità. “Sì, sì” rispose “volevo sapere come ti chiami”.

     “Batesia. Mi chiamo Batesia. E tu chi sei?”

     “Io sono Tecla Teresina.”

     “Ah…” rispose l’altra come se sapesse già chi fosse.

     “Mi conosci?”

“No, per niente” disse ancora l’altra guardandola. “Sei davvero brutta sai. Cosa sei?”

     Le parole di Batesia tagliarono in due il cuore di Tecla Teresina, e la felicità provata un momento prima svanì nel nulla.

     “Io…io…sono una… farfalla” balbettò.

     “Farfalla! Tu saresti una farfalla! Ah! Ah! Questa sì che è bella! Ma ti sei guardata! Dove sono le tue ali colorate? E le lunghe antenne?”

     Tecla Teresina sgranò gli occhi e indietreggiò spaventata.

     “Io sono una farfalla!” esclamò Batesia. “Guardami bene, perché tu non sarai mai come me.” E così dicendo volò via, superba e magnifica, come era arrivata.

Tecla Teresina si guardò intorno con gli occhioni pieni di lacrime. Temeva che qualcun altro potesse aver udito le parole di quella breve conversazione. Purtroppo Batesia aveva ragione. Lei non aveva assolutamente nulla di ciò che doveva avere una farfalla. Era solo un povero piccolo bruco con la testa molto più grande del corpo, e con la pelle spessa e ruvida. Come poteva dire di essere una farfalla? Forse lo aveva solo sognato. Quel sogno fatto così tante volte l’aveva portata fuori dalla realtà mentre lei sarebbe rimasta quella che era, nient’altro che una misera larva.

     Tecla Teresina, allora, si piegò su se stessa come solo lei poteva fare, nascose la testa sotto il suo corpo informe chiuse gli occhi e pianse, amaramente e teneramente. Quando non ebbe più lacrime, pensò che la cosa migliore fosse quella di costruirsi un’altra casa da cui non sarebbe mai più uscita, un posto dove trascorrere il resto della sua vita. Filò per giorni interi un bozzolo di seta intorno a sé e quando fu il momento di chiuderlo per sempre, guardò fuori per un’ultima volta. Il cielo era limpido, azzurro e infinito, il sole tiepido, l’aria tersa. Non volle più pensarci, rapida chiuse il bozzolo e l’oscurità piombò nel suo cuore.

     La primavera passò e giunse l’estate, calda e assolata. Il bosco respirava intenso, brulicante di vita. Da quando viveva reclusa nel suo bozzolo, Tecla Teresina non aveva più pensieri, emozioni o sensazioni. Aveva cancellato una parte della sua vita ormai, e viveva solo in attesa della morte che sperava giungesse al più presto.

     Un giorno cominciò a percepire che qualcosa non andava per il verso giusto. Si dimenava furiosamente nel bozzolo grattando le pareti con ferocia assassina. Ecco, la morte è arrivata, pensò. Atterrita dalla paura di ciò che stava per accadere, improvvisamente ruppe l’involucro e due splendide e magnifiche ali colorate si espansero indurendosi e appiattendosi. Il corpo di Tecla Teresina era uscito dal bozzolo completamente trasformato.

     Che succede? disse mentre muovendo le ali si librava in volo. Guardò in basso e vide la sua povera vecchia casa ridotta a brandelli, poi voltò il capo e restò stupefatta. Con il cuore gonfio di gioia svolazzò per buona parte del bosco alla ricerca di qualcosa che potesse darle una conferma. La trovò. Un nastro celeste che scorreva pigro e lento. Tecla Teresina si posò lieve su di un sasso che emergeva fuori dall’acqua, poi si specchiò. Ciò che vide la ripagò dell’amarezza che Batesia le aveva inflitto in quel lontano giorno di primavera. Due ali colorate di verde e arancione con striature marroni e nere erano incastonate in un corpo da silfide sormontato da antenne chiare e sottili, compì due rapidi volteggi poi tornò a specchiarsi di nuovo. Poi svolazzò ancora e si appoggiò delicata su una foglia per accarezzare le sue belle e lunghe gambe e adocchiò un bruco che la guardava sbalordito. Non temere perché anche tu diventerai come me disse con voce flautata.

     Non era la morte, dunque, che aveva bussato alla sua porta quel giorno, ma la metamorfosi che lei aveva tanto atteso e che non sperava più che arrivasse. In quel momento, una cosa fu certa per Tecla Teresina, l’ombra del suo corpo non aveva oscurato la luce del suo cuore.

 

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