Maria Rosaria Saliani
Iaia.
E’ un giorno di pioggia, e guardando scorrere l’acqua sui vetri della finestra della mia camera mi chiedo che fare, uscire o rimandare gli impegni della giornata? Dopo il primo attimo di smarrimento nel vedere fuori, la bufera, mi viene spontaneo dire: “Aspetta, probabilmente smette di piovere!”…. ma io… da chi ho imparato… ad aspettare?... Mia madre diceva: “Tutto arriva a chi sa aspettare!” …..
Iaia
C’era una volta Iaia, una bimba con tanti capelli ricci e scuri, e perché non le andassero sugli occhi la sua mamma le faceva un ciuffetto piccolo piccolo, legato sulla testa da un fiocchetto rosso.
Quel ciuffo la faceva sentire più grande, più alta, più bella!
Una moretta che poteva avere cinque anni ma, dato che parlava tanto e faceva bei ragionamenti, sembrava una “vecchina”, sempre pronta a dare dei consigli ed impicciarsi degli affari e problemi degli altri; doveva aiutare, sempre, anche quando non poteva.
“Io, non sono piccola, sono grande. Vedi?” e mostrava il tacco di un centimetro della sua scarpetta di vernice oppure una nuova collana di plastica colorata.
Gli occhi scuri le brillavano di gioia o di collera, era vivace e piuttosto determinata e se le si diceva di “no” bisognava spiegarle il motivo. La qual cosa non era proprio sempre facile perché, se Iaia pensava di avere anche una sola possibilità o maniera per fare quello che le interessava e la spiegazione non era stata convincente, con un sorriso disarmante ti dimostrava di aver già provveduto ad ottenere quello che voleva mentre tu, ignaro, stavi ancora spiegandole perché rinunciarvi.
Iaia adorava le caramelle, tutte, anche quelle lassative. Imparò però a sue spese la differenza.
Un giorno, con i genitori, per la prima volta entrò in un convento. Erano andati lì per fare una visita ad una zia del padre, Suor Donatilla, una suora anziana. Già quel nome le suonava strano, la faceva ridere per il suono, Donatilla, Camomilla, Brambilla. Il posto era enorme, i passi risuonavano nelle stanze e la voce delle persone si sentiva ripetuta tante volte. Bello, quel gioco si chiamava “eco” e lei stava conoscendo tante cose nuove. Zia Donatilla era molto ammalata e gli adulti decisero di affidare la bambina, per la durata della visita, ad una delle suore che si occupava dell’asilo del convento, Suor Germana. Un donnone alto e massiccio dalla faccia rotonda la salutò, aveva le mani grandi ed uno sguardo duro e cattivo. Al momento ne ebbe timore, poi, rassegnata la seguì. Aveva capito, dall’intonazione delle voci, che tutti la stavano coccolando, non le sarebbe successo niente di male se si fosse allontanata dai suoi genitori ed avrebbe visto anche altre stanze, quel luogo era infinito.
Camminarono a lungo per quelle stanze e lei ebbe modo di sperimentare il suono dei bellissimi tacchi delle sue scarpette di vernice. Suor Germana la portò a vedere una stanza dalle pareti piene di quadri e le spiegò che erano i ritratti di tante suore importanti che erano state in quel posto. Una noia mortale! Quei visi severi e dallo sguardo cattivo la intimidirono e per andar via subito, subito disse:“Devo fare la pipì”.
A quelle parole la suora cadde nel panico ma Iaia la rassicurò che era capace di far tutto da sola e chiedendo di indicarle dove fosse il bagno si sentì già maggiorenne.
Non era vero, nessuna pipì naturalmente ma almeno un momento di pace.
Già, proprio un momento perché la suora era già pronta a riprenderla per portarla, menomale, altrove. Entrarono in uno stanzone pieno di piccoli banchi e sedioline, giochi e cartelloni colorati ai muri, lì tutto era perfetto ma… non c’erano bambini! Triste chiese di poter andare dalla madre ma non era ancora “arrivata l’ora”. Cosa erano le ore? Il tempo per i bambini non esiste, è adesso. “Perché adesso non posso vedere mia madre, è nell’altra camera con papà e voglio andare da loro”.
Da una tasca del grembiulone apparvero in quelle mani grandi delle bellissime caramelle, non grandi, né colorate o luccicanti come le altre.
Queste erano piccine, bianche, tonde come perline, in una carta bianca, celestina, verdina, rosa pallido. Sembravano farfalline e a dire della suora avevano gusti differenti a seconda del colore della carta. Per Iaia, che se ne intendeva, il gusto era unico, zucchero. Ma in quel momento tutto andava bene per cercare un po’ di conforto!
“No, non tutte, devi mangiarne una alla volta e solo dopo aver fatto un fioretto!” disse Suor Germana. Quella parola le sembrava una cosa difficilissima, “ fioretto”, ma forse era come un fiore quindi una cosa bella. “ Ma cos’è un fioretto?” Allora, la suora cercò di usare tutto il tatto possibile per catechizzarla. “Il fioretto è una bella preghiera che si fa alla Madonna esprimendo un desiderio e privandoci di quanto più ci piace per farle piacere, come un pegno; poi aspettiamo che ci faccia la grazia che le abbiamo chiesto. Ora farai una preghierina alla Madonnina di farti ritrovare mamma e papà e nel frattempo non mangerai nessuna caramella”. Perfetto, intervento riuscito. Iaia è terrorizzata, tutto dipende da lei se vorrà rivedere i suoi genitori ma anche dalla Madonna! E se non le importasse che Iaia mangi o no le sue caramelle? E se Iaia le mangiasse lo stesso? “Tanto chi glielo deve dire, Suor Germana? E io non mi faccio vedere dalla suora quando le mangio! Ma la Madonnina chi è? Quella statua? Io vado nell’altra stanza, così non mi vede. Ma insomma dove sono i miei genitori?”
Mentre la bimba pensava tutto questo suor “furbona” la stava riconducendo dai genitori.
“Miracolo! Mamma e papà! Ha funzionato! La Madonnina, siccome ho aspettato a mangiare la caramella, mi ha fatto ritrovare mamma e papà! Ora posso mangiarne un’altra in pace, anzi, le mangio tutte, me lo sono meritato, alla Madonnina non posso fare un altro fioretto!”