Marialuisa Vallino e Valeria Montaruli 

Il tema dell’attesa nel cinema bulgaro 

attesa

Ilfilm è come un sogno, è come musica. Nessuna espressione artistica travolge la nostra coscienza allo stesso livello del film,

perché giunge direttamente ai nostri sentimenti, e alle camere più oscure della nostra anima

Ingrid Bergman 
 

L’appuntamento annuale con il Levante filmfest, ha riservato quest’anno ai cinefili un’interessante, quanto inattesa rassegna dedicata al cinema bulgaro contemporaneo (6-7 Dicembre). Il progetto divulgativo sul “Paese delle rose”, seppure in Sezione Fuori Concorso,  si è inserito a pieno titolo in quello che può essere considerato uno dei più importanti eventi nazionali di incontro-confronto per il cinema indipendente italiano e internazionale, diretto dal critico cinematografico Carlo Gentile ed organizzato da Nuove Produzioni Spettacolari. Ci eravamo già occupati del Levante filmfest nella precedente edizione, e torniamo ad occuparci di cinema balcanico in occasione del tema di questo numero: L’attesa.

In principio fu il viaggio potrebbe essere l’incipit del presente articolo… Un viaggio nel cinema bulgaro, per iniziare, che vede protagonisti assoluti l'ossessione/necessità dell'amore, l'alienazione e la solitudine umana, la schiavitù dei ricordi inserita in un contesto urbano vivido e pulsante di dolore sotterraneo. Segnali apologetici di morte si scorgono un po’ ovunque, all’interno della rassegna bulgara, come testimoniano Il guardiano dei morti  di Ilian Simeonov e Lettera per l'America di Iglika Trifonova, dove il tema dell’attesa si insinua proprio tra le pieghe di Tanathos. E’ il caso del giovane protagonista del film di Simeonov, che, cresciuto all’interno di un labirintico cimitero, ha la capacità di caricare la propria esistenza di significati che trascendono l'ovvietà, muovendosi in un territorio fisico quanto mentale che prevede complesse sinergie tra la Vita e la Morte, tra la Morte e la Rinascita…La pellicola riprende per certi versi la cifra stilistica della Nouvelle vague, grazie ad una libertà formale che si disinteressa della logica e della consequenzialità ma che mira dritta alle emozioni, elicitando una precisa caratterizzazione psicologica dei personaggi. L'angoscia esistenziale che accomuna tutti, il ragazzino e i suoi tre amici, rappresenta lo sfondo emotivo del film, che si riflette in una fotografia dai contorni surreali. L’atmosfera cupa del cimitero, intervallata dal frastuono della frenetica vita quotidiana della città, offre l’occasione per ricondurre il tema della morte all’interno di una prospettiva esistenziale di ineludibile attesa che prelude ad una profonda trasformazione. La familiarità del piccolo guardiano con il “Regno sotterraneo” traccia un percorso medianico tra il presente e il futuro, accogliendo via via i segnali personali e collettivi di una Visione del Mondo in bilico tra l’attesa e lo sconforto, tra il desiderio di realizzare il proprio destino e l’impossibilità di edificarne i presupposti. L’attesa, dunque, si situa, nel film di Simeonov, come punto di raccordo tra l’Uomo e l’Universo, come necessità di entrare nel flusso della Vita con un atteggiamento inattivo, senza sforzo e senza scopo, seguendo un ritmo naturale e libero e accogliendo, di volta in volta, i mutamenti determinati da eventi incontrollabili e inaspettati. Ma “attesa” è anche alternanza di elementi Yin e Yang, forze complementari che determinano, nella loro azione combinata, le trasformazioni radicali dell’essere, sicchè Vita e Morte, maschile e femminile, fenomeni ordinari e paranormali intessono la trama del film quanto quella della vita. La vita, dunque, viene descritta dai cineasti bulgari come una complessa rete di corrispondenze tra la Vita e la Morte, tra il presente e il futuro, dove emerge, a tratti, un nostalgico volgersi indietro,  ai luoghi della memoria, ai rituali, alla dimensione favolistica, ai momenti cardine della vita dell’uomo, segnati dai riti di passaggio. E’ il caso di Lettera per l’America che ripercorre appunto i sentieri bulgari delle origini, in una ricerca di luoghi, tradizioni, volti, melodie che andranno a comporre un film-documentario da offrire ad un uomo malato o forse morente in America. Il film rappresenta, almeno negli intenti, un Viaggio iniziatico per il protagonista e segue la traccia di ciò che  Joseph Campbell ha definito “l’unità nucleare del monomito”, un percorso, riscontrabile in moltissime fiabe, che vede l’eroe o l’eroina del racconto muoversi attraverso tre tappe ben definite: Separazione- Iniziazione- Ritorno. L’eroe abbandona il mondo “normale” per avventurarsi in un mondo meraviglioso o soprannaturale; qui incontra forze favolose e riporta una decisiva vittoria; infine fa ritorno dalla sua misteriosa avventura dotato del potere di diffondere la felicità tra gli uomini…

Nonostante alcuni elementi del film possano definirsi scarni e rudimentali, la storia recupera il senso del Tempo mitico, il contatto con la dimensione naturale e archetipica, in una sospensione, un’attesa, che definisce essenzialmente l’hic et nunc, l’attimo presente, amplificato in un peregrinare fantastico, in attesa appunto del compimento di qualcosa…Il compimento di un progetto si definisce in maniera più evidente nel film-documentario di Moskov, La traduttrice di film in bianco e nero. Neli Chervenusheva, nota doppiatrice di film italiani in Bulgaria, la signora che dal fondo della sala del cinema Odeon si immergeva nelle atmosfere del Belpaese, riceve, alla fine della sua carriera, il dono del tanto atteso Viaggio che la porterà a conoscere dal vivo i luoghi amati attraverso i film. La Roma di “Ladri di biciclette” o di “Sciuscià”(Vittorio De Sica) o quella felliniana de “La dolce vita”, abbandona lo schermo per fondersi magicamente con la vita di Neli, che si riscopre, ormai ultrasettantenne e miracolosamente scampata ad un infarto, protagonista del film più atteso della sua vita: L’approdo nelle ambientazioni dei film italiani e nelle dimore di due Mostri Sacri del Cinema, Ettore Scola e Mario Monicelli. Il film di Moskov sembra un’apologia del cinema italiano, che diviene per il cinema bulgaro, un tramite perfetto tra passato e presente, desiderio e destino. Oggetto allegorico di coniunctio, la settima arte si situa probabilmente all’interno del percorso identitario bulgaro che guarda ai grandi maestri del neorealismo italiano, ma che attende ancora di poter esprimere pienamente il proprio potenziale creativo. Nel corso di un’intervista rilasciataci dal Vice-Ministro della Cultura di Bulgaria, Yavor Milushev, (trad: Ivo Yonkov) è emerso inevitabilmente il tema dell’attesa, nella duplice accezione di “periodo di sosta” e di “aspettativa”. Con riferimento generale all’Arte e con un’attenzione particolare per il cinema, (coerentemente con la formazione di Milushev) si sente attualmente il bisogno di “sviluppare tutti gli aspetti culturali” e si coltiva la speranza di poter lavorare alla costruzione di una sinergia:-“Il mondo dell’Arte non ha dei confini definiti. E’ proprio un quadro policromo…C’è un’identità europea fatta di tanti colori” dice, Milushev, “non se ne può togliere nessuno. Bisogna solo conoscerla e rispettarla, come l’esperto navigatore, che per raggiungere la riva deve conoscere il mare e sfruttare il gioco delle correnti. Questa coscienza passa attraverso il recupero della cultura nazionale e della tradizione, per creare un cinema indipendente e cosmopolita”. Se è vero che il cinema bulgaro muove verso il recupero della tradizione,è altrettanto vero che aspira ad un’identità europea, che lo connoti non più come un settore a sé stante, ma come un intreccio sinergico di idee…“Le tendenze attuali del cinema bulgaro”, dice il Ministro, “sono nel cinema europeo. Lo sviluppo dell’industria cinematografica bulgara può aspirare a qualcosa in più, perché siamo parte del cinema europeo e della sua ricerca di sé”.  

 

 

 

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