Angela Pugliese.
Oscurità, silenzio e segreto nella letteratura francese contemporanea per ragazzi.
Oscurità. Segreto. Silenzio.
Assenza di luce, di suono, di conoscenza.
Potrebbe sembrare paradossale che nella letteratura per ragazzi, campo di colori accesi dell’infanzia, dell’energia vitale e della pienezza, s’imponga così fortemente l’assenza. Tuttavia, essa si intreccia nella scrittura e contribuisce a costituirne il valore artistico e la specificità.
Sceglieremo di analizzare queste forme di assenza in alcuni brani di due romanzi della collana Les couleurs de l’histoire, opera collettiva che si propone di raccontare la storia del XX secolo attraverso i romanzi.
Il contrasto tra luce ed ombra è sempre presente nel primo capitolo di Le Cahier Jaune (F. Sautereau, Le Cahier Jaune, Paris, Actes Sud, 2000). A tal proposito, un’immagine significativa si offre all’attenzione del lettore: il contrasto tra i passanti che escono dai ristoranti “un peu lourds” (traduzione mia: “un po’ appesantiti”) ed il ristorante “Le Boeuf limousin” che è “vide et presque éteint” (Cahier, p.15; traduzione mia: “vuoto e quasi spento”). E’ come se la gente dalla bocca vorace nei ristoranti vicini avesse ingurgitato tutto nei suoi appetiti sfrenati, cibo, cose, fino ad inghiottire la stessa luce che illuminava i locali, lasciando così il Boeuf limousin privo di oggetti e di luce. L’uso di “peu”, riferito all’aggettivo “lourds”, evoca la mancanza di spessore e di consistenza fisica della luce ingerita dalle persone, che non le sazia completamente. L’oscurità e la luce sembrano essere associate ai colori ed alle sensazioni che provocano nella mente del lettore.
C’est-y une nuit comme toutes les autres, ça? Y fait pas plus clair que dans les autres. (Cahier, p.15; traduzione mia: “E’ una notte come tutte le altre questa? Non è più chiara delle altre”).
E’ in una notte oscura come tutte le altre che ritroviamo l’introduzione di un segreto da svelare. Il segreto non è che l’ignoto, mancanza di sapere, come l’oscurità è assenza di luce. E’ come se la voce narrante volesse suggerire che la conoscenza avviene nella maggior parte dei casi attraverso la vista e che l’inibizione di questo senso la limita e le nuoce. Nell’oscurità gli occhi perdono l’ausilio della luce per guardare quel che li circonda. In questa assenza di conoscenza e di vista, si impone un altro senso attraverso cui si arriverà alla scoperta: l’udito. Dunque, per far notare la propria presenza i quattro barboni presenti nel romanzo “firent tant de bruit tous les quatre que bientôt la porte de l’arrière-salle s’ouvrit” (Cahier, p.15; traduzione mia: “fecero tanto rumore tutti e quattro che presto la porta del retro si aprì”). L’universo uditivo domina una volta ancora: “Un lointain vagissement emplit l’air” (Cahier, p.16; traduzione mia: “Un lontano vagito riempì l’aria”). Il suono acquisisce una dimensione concreta e diventa più materiale dell’aria, capace di riempirla. L’uso di “lointain” sembra suggerire che esiste una realtà altra, una vita al di là di queste catacombe dove domina il gelo dell’inverno e l’oscurità della notte che i quattro barboni devono affrontare all’inizio del romanzo, una vita che nasce, probabilmente fuori da questi luoghi proibiti.
Il se contenta de l’observer à la dérobée, découvrant qu’ils travaillaient ensemble depuis six mois et qu’il ne savait rien de ce gamin, pas même son nom.(Cahier, p.38; traduzione mia: “Si accontentò di osservarlo di nascosto, scoprendo che lavoravano insieme da sei mesi e non sapeva nulla di questo bambino, neppure il nome”).
Una sensazione di mistero domina l’opera. Questo bambino diventa il custode del segreto presentato all’inizio del romanzo e ripreso nel quarto capitolo. La voce narrante cerca di creare un’attesa sempre più intensa nel lettore: se desse subito risposte, la narrazione si fermerebbe, non vi sarebbero ragioni per continuare la lettura. Il segreto, in quanto mancanza di conoscenza, suscita interesse. Generalmente, l’uomo tende a riempire le sue carenze: la fame non è che mancanza di cibo che l’essere umano sazia mangiando, come placa bevendo la sete, mancanza d’acqua. Per quanto concerne la conoscenza, soltanto gli uomini più coraggiosi si arrischiano nel campo dell’ignoto e decidono di svelare il mistero, scoprire il segreto per colmare una parte di loro con quel che ignoravano. Il bisogno di riempire questa assenza rappresenta un legame strettissimo tra il lettore che decide voltando pagina di continuare la lettura ed il protagonista Adrien Villaume, che decide di seguire Bilboquet, il misterioso ragazzino, in luoghi sconosciuti. Queste “zones inconnues” (Cahier, p.40; traduzione mia: “zone sconosciute”) divengono luoghi proibiti. Da un lato luoghi proibiti alla conoscenza del protagonista e del lettore che scoprirà questi spazi con il personaggio. Dall’altro, sono luoghi proibiti poiché sono i luoghi dell’orrore, i luoghi dell’infanzia martirizzata, la rue de la Goutte-d’Or, già introdottada Emile Zola sulla scena romanzesca, che ne descriveva la corruzione e l’ambiguità degli abitanti in L’Assommoir.
Anche il silenzio si impone fortemente in questa scrittura. Lo analizziamo attraverso un breve passaggio tratto da La Vague Noire (M. Kahn, La Vague Noire, Paris, Actes Sud, 2000), romanzo sui campi di concentramento nazisti e sull’olocausto.
Un coup de sonnette aussi vigoureux que le précédent brisa le silence. (Vague, p.13; traduzione mia: “Un suon di campanello vigoroso quanto quello precedente ruppe il silenzio”).
Il silenzio è potente: evoca un senso di oscurità provocato dall’assenza di parole e di suoni, che si traducono in colori e figure nell’immaginario del giovane lettore. Le parole sono uno strumento di conoscenza senza le quali l’uomo resta cieco, perché, in questo caso, non “vede” la verità – o piuttosto non ascolta – e non possiede la luce della conoscenza che si trasmette attraverso la parola. Per spezzare la potenza del silenzio, bisogna introdurre un aggettivo della stessa forza: il “coup de sonnette” diventa allora “vigoureux”. L’energia di questo aggettivo è quasi fisica. Il verbo “briser”, infatti, suggerisce che il silenzio ha acquisito uno spessore totalmente materiale, un suo peso, che si può rompere soltanto attraverso una potenza altrettanto concreta. L’uso dell’aggettivo “vigoroso” evoca tutta la forza vitale ed il movimento dell’infanzia capace di spezzare il silenzio. Se la voce narrante avesse usato “fort” (forte), il lettore avrebbe ricevuto la sensazione di qualcosa da temere: il vigore, al contrario, suggerisce un’energia positiva che non è temibile, l’energia della giovinezza che sembra distaccarsi dai bambini in quanto personaggi per distendersi su tutto quel che fa parte della scena romanzesca. La voce narrante crea, inoltre, una corrispondenza tra il silenzio ed il mistero. Il silenzio crea l’attesa necessaria per introdurre il segreto.
Le petit couloir restait en effet silencieux alors qu’un brouhaha parvenait de l’entrée. Solange partit aux nouvelles. Elle revint excitée mais blême.(Vague, p.12; traduzione mia: “Il piccolo corridoio restava infatti silenzioso mentre un brusio giungeva dall’entrata. Solange andò ad informarsi. Tornò eccitata, ma livida”).
Il silenzio del corridoio sembra annunciare qualcosa di imprevisto. L’adolescente Solange torna in uno stato di alterazione. Il “mais” che marca una rottura tra i due aggettivi, contribuisce alla sensazione che un avvenimento inatteso stia per scuotere la calma della casa, come “La vague noire (l’onda nera) del terrore nazista ha sconvolto il corso della storia.
Molti altri passaggi degli stessi come di altri romanzi contemporanei francesi per ragazzi avrebbero potuto essere analizzati per fornire un quadro esaustivo dell’assenza nella pagina letteraria. Oscurità, segreto e silenzio sono accostati, ad esempio, con colori scuri nell’incipit di Le Cahier Jaune. Sebbene si rimandi il discorso per logici motivi di spazio, ci auspichiamo di aver fornito al lettore la dimostrazione di come anche le assenze- non soltanto ricchezza e pienezza - possano contribuire alla creazione dell’oggetto artistico.