Maria Panza

Recensione a IN VIAGGIO SENZA TE.

(A. Pugliese, In viaggio verso te, Bari, Papageno, 2005).

 

Sono lieta di condividere con voi lettori alcune riflessioni che mi ha suggerito il diario di A.Pugliese, In viaggio senza te.
Premetto subito che sono una lettrice qualunque, non ho alcuna autorità nel campo della critica letteraria, ma credo che sia legittimo anche per una non addetta ai lavori,o per una non specialista, esprimere un’opinione.
Sono partita da alcuni interrogativi:

Perché dovremmo leggere oggi un diario, visto che il lettore moderno è sempre più frettoloso, spesso disincantato, catturato da desideri proposti da un mercato invadente, che brucia tutto rapidamente, soprattutto i sentimenti?

Perché fermarsi a leggere un libro, quando oggi, questo sembra sempre più un lusso, vista la nostra mania del fare e del riempire tutti gli spazi della nostra giornata?
Quale è stato il primo impatto personale con il libro di Angela Pugliese?
E’ stato come tuffarmi in un prezioso quanto intimo versante di esistenza, in un legame raccontato, vestito in abiti feriali e  profumati di freschezza.
E’ stato come rivisitare un amore speciale, un legame  fra nonno e nipote, tanto profondo e autentico da coinvolgere tutta la persona.
Allora sarà bello ripercorrere con voi questo viaggio sul filo della memoria, degli affetti, dei legami, dei ricordi della nostra scrittrice.
E sarà un viaggio non dalle tinte forti come oggi, dove tutto è gridato e spettacolarizzato, ma dalle tinte sfumate dove i sentimenti delicati trovano ancora spazio.
Sfoglieremo la storia attraverso le pagine sciolte della memoria della donna di oggi, un tempo bambina, scoprendo che le diverse generazioni possono ancora parlare,dialogare, sostenersi, fino a vivere l’uno per l’altro.

Possiamo certamente dire che il valore di questo breve diario non si esaurisce solo in una semplice esperienza autobiografica.
Sin dal primo approccio, la scelta stilistica del diario, allontana da ogni altro pensiero, invita al raccoglimento, a lasciare che il mondo attorno sfumi nell’indistinto, mentre il passato si intreccia indissolubilmente al presente e al futuro.
Questa l’immediata sensazione dell’impatto col testo: una lettura che procede chiara, rapida, essenziale, mai banale, capace di scavare dentro l’anima, quasi  un’ iniziazione.
Perché allora questo viaggio nella parola che si fa vita?
Così l’autrice:

Questa volta invece so cosa cerco.Ho bisogno di incontrarti di nuovo,ma non ti cerco nel regno dei morti.Sto venendo da te.

La parola dunque, fa rivivere una persona, un legame,un rapporto, entra con discrezione nei mille segreti di un tempo, fa riaffiorare esperienze mai dimenticate di ferialità familiare.
Tutto questo lascia un segno nel lettore che piano piano, quasi senza accorgersene, entra in questa storia e la fa sua.
Le pagine del diario aprono così, a un mondo dove ogni momento della vita è ugualmente prezioso, dal primo generarsi alla morte e soprattutto dove generazioni diverse si parlano ancora, giocano insieme, si custodiscono, si vivono!
Ma perché scrivere un libro così privato e pure così universale, tanto da permettere al lettore un’immediata fusione con quel mondo di ricordi?
Scrivere solo per amore della parola, per vederla risplendere sempre più bella, lucida, maliosa, come direbbe Aldo Palazzeschi?
E ancora: perché scrivere un diario a posteriori sul rapporto fra nonno e nipote, dove la storia scorre sull’arte di apprendere attraverso tutte le esperienze della vita?
Credo che la risposta possiamo trovarla nelle parole dell’autrice: forse perché in questo parlare di te è in me che devo cercare.
E’ proprio in questo cercare nella memoria dunque, che si compie una crescita, una nuova emancipazione, una maturazione personale.

In viaggio verso te ha la struttura del diario che prende forma non  contemporaneamente agli eventi narrati, ma in una rielaborazione intima , personale, fino a quel momento segretamente custodita e poi rivelata consapevolmente alla scrittura, quasi per un bisogno irrefrenabile del cuore.
Un diario di viaggio, dunque, attraverso il quale l’autrice ripercorre tutte le tappe della propria esistenza, a partire dal rapporto affettivo privilegiato col nonno materno, guida sicura per la scoperta dell’arte del vivere, importante per la bambina di allora e ancora di più per la donna di oggi.
Così nel testo :

E ora che sono adulta vengo a cercarti bambino per prendere per mano il fanciullo che eri, come hai fatto tu nonno,con me bambina.

E’ sempre la struttura narrativa del diario a permettere di custodire i tempi di un’infanzia bella, alla quale si ritorna come in un sogno, ripetendo a se stessi quanto fosse meraviglioso quel giardino segreto.

A sei anni ti tenevo per mano…Tu mi guardavi esterefatto nel cortile di casa tua e ridevi…. (e ancora)… Eri sempre allegro, cantavi, ridevi, salutavi tutti e tutti ti salutavano.

Come non chiedersi: dove è finita oggi questa capacità di sorridere delle piccole cose? E questa leggerezza dell’essere di cui erano capaci solo le persone di un tempo?
Cosa regaliamo ai nostri ragazzi se non un’opulenza asfissiante, o un tempo super organizzato, dove in realtà deleghiamo gli altri ad essere con loro e quindi a sostituirci in tutto?
E poi ci meravigliamo e ci preoccupiamo degli occhi sempre più smarriti dei nostri bambini, stritolati dalle aspettative di noi adulti che non sappiamo più ridere, cantare, divertirci, e cambiare direzione !
Ma torniamo al testo: è dunque diario di un affetto, di un legame che trova nella famiglia il suo luogo privilegiato.

Ricordo le nostre risate quando la nonna si tingeva i capelli con quella robaccia color grigio topo…

Che dire di questo guardare innocente, con occhi di bambina, le piccole manie degli adulti?

Insomma più va avanti la lettura, più ci si sente protetti da una storia che ci ha preceduti, con esperienze di vita che vale la pena conoscere perché hanno creato dei legami che richiamano al valore del senso dell’appartenenza.
Anche Giorgio Gaber, autore attento e sensibile, uomo controcorrente per i suoi anni, cantava che l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé.
E’ il senso di appartenenza a non farci sentire spaesati, impauriti, ma a farci assaporare il gusto della serenità interiore e anche questo oggi è sempre più raro.
Quindi è come se l’autrice riaffermasse la fame di carezze che c’è in ognuno di noi, il bisogno di essere toccato e riconosciuto dall’altro.
E’ solo con le carezze ricevute e ricambiate che si cresce e si matura nella relazione, nel dialogo, nell’incontro interpersonale (quante teorie di psicologi potremmo citare).
Quale allora il valore del ricordare momenti lieti ed episodi tristi che segnano un cammino esistenziale, visto che oggi lo sguardo si fa sempre più corto e si fa di tutto per dimenticare?
Di questo tempo un po’ mitico, un po’ sentimentale, nessuno parla più, né i giovani, né i vecchi; ecco perché questo libro ci permette un percorso controcorrente.
C’era una volta, un’espressione del linguaggio comune, che diceva che vedere con gli occhi dell’anima, era una prerogativa attribuita specialmente agli anziani. Erano loro a saper amare disinteressatamente, con una purezza del cuore, allontanandosi gradualmente dalle cose del mondo, con uno sguardo puro e trasparente.
Cosa abbiamo saputo custodire ?
Il viaggio intrapreso porterà la protagonista inevitabilmente ad andare in profondità fino alle sue radici. E scoprirà l’amore dai tanti volti, dai molteplici suoni, dalle mille sfumature degli affetti familiari.
Ricordare renderà il cuore leggero, sarà come attraversare la foresta del desiderio, così come nella fiaba si attraversa il bosco.
Questo libro è bello perché rende il cuore, perché fa rivivere la profondità di tanti rapporti affettivi spesso tenuti nascosti, solo per paura di essere stonati in una società quale quella presente.

Restituisce spazio ad antichi ed eterni ideali, ad emozioni, sensazioni, sentimenti, senza cadere in sdolcinature inopportune e fuori luogo.
Il tempo trascorso diventa amico e nemico perché non c’è più, e il ricordare permette di scandire il proprio tempo di vita.
In questa operazione interiore si ricompone il proprio vissuto, raggiungendo una più profonda consapevolezza e l’intima certezza che porta l’autrice a dire prima: “come è bello parlare di te…,è in me che devo cercare” e poi : “non potrò mai dirti addio ; Ti vivrò sempre”.
Il percorso è giunto al termine : nulla può più ostacolare il viaggio, neanche la morte, neanche il distacco terreno che interroga ogni uomo.
La morte infatti, è come se aprisse al nuovo.
Così Hermann Hesse in una sua poesia:

Forse il momento della morte ci farà andare incontro a spazi nuovi;della vita il richiamo non ha fine.

La serenità è finalmente raggiunta perché si accetta che tutto ci appartiene.
Nel culmine della sofferenza condivisa e del distacco dalla persona amata, l’amore vissuto si libera puro e risplende di frutti preziosi.
La protagonista ha raggiunto la meta, l’obiettivo della sua vita interiore: raggiungere la libertà per amare oltre il tempo e lo spazio.
Ha recuperato “il bene di vivere” uno spazio tutto interiore.
Si scopre il valore di un’altra eredità non fatta di ricchezze, ma di tutti coloro che ci hanno amato o ci sono stati vicini, donandoci i loro insegnamenti che rivivono in noi, vera eredità. 
Chiudo, ringraziando Angela Pugliese per avermi dato l’opportunità di fermarmi, di ascoltare la memoria del tempo che sussurra qualcosa anche alla mia anima, attraverso i tanti volti che hanno incrociato il mio cammino.
Spero che anche in voi sia riaffiorato il ricordo prezioso di chi ha incoraggiato, sorretto la vostra esistenza.
In viaggio senza te rimane un libro di ricordi intrecciati ad evocazioni familiari, un libro che si nutre di memoria, si brucia e si ricrea, facendoci assaporare il gusto della quiete e della serenità del cuore. Non resta che leggerlo, saprà emozionare.

 

 

 

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