Rossella Soldano

Il segreto dei fiori


                                                                                                                                                                                                                            
                                                               Io ti verrò incontro muta/ con la
                                                               mia mano aperta vuota / spalancata
                                                              quanto i tuoi occhi / diffidenti,
                                                               lucidi di paura.
                                                                                                            Perché neanche tu sei buono / né
                                                               Sei cattivo /ma sei straniero e sei
                                                               Uomo / e credi che il mondo sia
                                                               Diviso in due / quelli che conosci /
                                                               Quelli che non conosci.
                                                               
                                                                                      Arcangela Tosto
                                                               Da “…fino all’ultima luce”

 

“FERMATI ! FERMOOO!”
La divisa inzuppata di sudore, il cinturone che sbatteva contro la gamba, le scarpe che affondavano nella sabbia e la fatica della corsa, gli rendevano i passi sempre più pesanti e lenti; il cuore sembrava scoppiargli, “Corre come una lepre chi gliela dà tutta ‘sta forza dopo il viaggio che ha fatto! -pensava - se raggiunge la pineta lo perdo”.
Poco più di un metro li separava, un tuffo e l’avrebbe acciuffato, gli vedeva gli strappi nella camicia e il sudore che gli rendeva lucida la pelle, sulla testa, tra il nero dei capelli, una ferita, le gambe nude con i muscoli tesi e i piedi, dentro inconsistenti sandali, che quasi volavano sulla sabbia.
“FERM…” la voce gli si ruppe in gola, mentre un piede s’appoggiava in fallo in una buca, si sbilanciò, non voleva mollare, si aiutò con le mani raspando la sabbia, facendo ancora qualche passo carponi; il fuggitivo si voltò per un attimo: era ancora un ragazzo, gli occhi sbarrati e la bocca storta in una smorfia di dolore.
Inginocchiato sulla sabbia lo seguì con lo sguardo finché si perse tra gli alberi bassi della pineta. “Se non è Gesucristo, è la disperazione la sua forza; al diavolo! Per quel che mi danno, devo rischiare anche l’infarto!” e si stese per un attimo a riprendere fiato.
Un collega gli venne incontro, si assicurò che stesse bene e con un cenno gli disse di lasciar perdere. Insieme ritornarono sulla battigia: c’erano cadaveri da “sistemare”, uomini donne e bambini da caricare su pullman e ambulanze, erano tutti accovacciati a terra, le gambe non riuscivano a tenerli in piedi, avevano già distribuita acqua e teli termici.
“Quando finirà questa storia! Centinaia su una barca che a malapena si tiene a galla, la paura non ferma neanche queste donne con i loro bambini! Quei bastardi che li considerano meno degli animali, non vanno per il sottile, stuprano, derubano e ammazzano; guarda questo, l’abbiamo ripescato con il cranio fracassato e quel neonato era ancora stretto nella sua camicia…roba da bestie …bastardi!”

“Ancora un passo e sono salvo, ancora un passo…”, scavalcò con un salto il cespuglio e ci si acquattò, sembrava che nessuno lo seguisse, le narici ad un millimetro dalla sabbia che si alzava ad ogni respiro, il battito gli sembrava facesse un fracasso d’inferno, sentiva la gola e la bocca ardergli, aveva bisogno di bere, ma anche di dormire, di mangiare, di riposarsi, di lavarsi, …di dimenticare.
La spiaggia ritornò deserta, i compagni di viaggio erano stati portati via, anche i cadaveri erano spariti, la guardia costiera aveva ripreso il mare; li avevano agganciati al largo, erano alla deriva, il motore in avaria. Erano partiti con due barche, una varietà di provenienze e di orrori lasciati alle spalle, il viaggio in mare era l’ultima tappa, la più difficile, la più pericolosa; era ancora buio quando gli scafisti decisero di trasferire tutti su un unico legno, loro non volevano e cominciarono a protestare, c’era chi piangeva e supplicava, chi offriva dei soldi, alcuni si misero ad urlare che erano troppi e che sarebbero affondati, -“Allora facciamo posto” due asce cominciarono a colpire nel mucchio…
Il cespuglio gli pungeva le braccia e le gambe ma A’ndù sembrava non accorgersene.  Il chiarore della luna lo sorprese addormentato tra le spine e il freddo della sabbia.

Qualcosa gli toccava la schiena, aprì gli occhi e scattò in un improvviso movimento, un grido soffocato gli arrivò alle spalle, si voltò e per un istante incrociò uno sguardo, si alzò pronto a fuggire, ma quello più svelto lo trattenne per la camicia scuotendo la testa, si portò un dito alla bocca e fece: - “ssssssch… mi sono spaventato, pensavo fossi morto!”
A’ndù non capiva cosa diceva, il cervello gli si era liquefatto o prosciugato sotto il sole, ma quel suono “sssssch” che conosceva, che veniva da lontano, lo trattenne lì accoccolato a scrutare ancora diffidente il ragazzo che gli poggiò sul braccio una mano bianca bianca , ascoltava la sua voce bassa che gli scivolava addosso come una medicina miracolosa.
A’ndù portò le mani a conca verso la bocca, “hai sete!” gli segnò il petto con un dito e poi lo puntò nella sabbia dicendogli “ tu … stai qui, non ti muovere…ssssssch” e ancora con il dito sulle labbra si allontanò.
A’ndù lo guardò andar via poi portò un dito sulla bocca e provò a fare “ssssssssch” , accarezzò la sabbia, si tolse qualche spina dalle braccia e rivide quella mano bianca come se avesse lasciato un segno.
Strappò una foglia dal cespuglio di spine, la masticò e la sputò, poi toccò le foglie sottili sottili dell’albero che gli stava alle spalle, le strinse stropicciandole tra le mani e annusò: sapevano di mare.
Abbassò la testa e poco più in là vide una fitta rete d’erba, la scostò col piede e quella venne fuori della sabbia, senza resistenza, con tutte le sue radici; sul lungo filo erano sparsi dei piccoli fiori, chiusi avvolti su se stessi come ad abbracciarsi, per proteggere qualcosa di prezioso dentro di loro, … come aveva fatto l’uomo sulla barca: aveva infilato il suo bambino tra la camicia e il suo petto, lo aveva nascosto e protetto con le sue braccia… ma non era servito a niente…a niente!
Il terrore lo ripercorse, prese a schiaffeggiarsi, si coprì gli occhi e infilò la testa, stringendola, tra le ginocchia per scacciare quei momenti che si infilavano nel suo cervello come una scure, come la scure dello scafista. NO… non voleva ricordare! Prese tra le mani il piccolo fiore, se lo portò più vicino: era bianco come la mano del ragazzo e dentro conservava il suo prezioso segreto.
Qualcuno si stava avvicinando, si acquattò nel cespuglio, ma dopo un attimo vide lo stesso ragazzo - “Ecco l’acqua” disse, aprì il tappo che fece “ssssch”, A’ndù abbozzò un sorriso, si attaccò e bevve ingordamente; l’acqua gli scivolava dalla bocca bagnandogli il collo, il petto, non si staccò finché non l’ebbe finita. Il ragazzo, poi, gli porse da mangiare della frutta, A’ndù sentì il corpo rilassarsi e la  lingua sciogliersi, provò a parlare:”Italia?Italia?”-“Certo – annuì - siamo in Italia e tu da dove vieni?”
-“ Somaaliya”.
I ricordi gli frullarono nella mente, rivide un vecchio missionario, era passato un giorno tra le loro capanne, aveva accarezzato i bambini facendo dei segni sulla loro fronte ,verso sera aveva raccontato, attorno al fuoco, di aver assistito alla distruzione della cattedrale di  Chisimaio, ultimo bastione della cristianità, A’ndù gli si era seduto vicino, ascoltava quella voce bassa che si confondeva con il crepitìo del fuoco, dopo un pò si mescolò al sussurro della madre che gli recitava  pezzi di un Baraambur: “…quelli i cui cuori sono con me, ma sono intrappolati dal nemico, …gli unici che stanno soffrendo… ogni uomo raccoglie solo quello che semina…” (HABIBA), infine le parole si persero tra la sabbia in un lungo suono: “ssssch”.
L’ultimo silenzio, poi esplose la morte.
Si toccò il petto con il dito e disse:”A’ndù, yaa thahia? (chi sei?), poi indicò il ragazzo che rispose: ”Lele”. Si alzò, gli prese una mano scuotendogliela - “Piacere, so che non capisci quello che dico, ma non preoccuparti avremo tempo per intenderci” A’ndù rispose: ”nabad miyaa?” (c’è la pace?)  - è così che si salutano tra loro chi si incontra per la prima volta, assicurandosi che le rispettive tribù non siano in guerra. Lele gli fece cenno di alzarsi e di seguirlo, lo condusse attraverso la pineta e arrivarono in un vialetto sterrato di fronte ad una casa.
A’ndù si fermò, aveva paura , ma Lele gli batté piano con la mano sul braccio e gli fece “ssssch”, decise di seguire la scia di quel suono.
Lo portò dentro e gli disse a bassa voce: - ”La mia casa”, poi lo condusse nella sua camera, gli diede abiti puliti e A’ndù si lavò e si rannicchiò su un divano che il ragazzo aveva sistemato per la notte, - “Buonanotte” -“Buonaannote” rispose A’ndù.
L’indomani A’ndù conobbe la famiglia di Lele, il padre chiese per lui l’asilo politico ottenendone anche l’affidamento, da un interprete somalo seppero un po’ della sua vita: “ Appartiene alla tribù dei Dir e sono pastori nomadi. E’ fuggito dalla carestia e le guerre. E’ partito con altri mille incontrati per strada in un viaggio lungo migliaia di chilometri; una lunga fila di gente proseguiva lentamente di notte e di nascosto puntando verso la Libia e poi l’Europa, tra questi ha conosciuto Yusuf, suo figlio appena nato e sua moglie, volevano arrivare in Italia. Alla fine lui ce l’aveva fatta, Yusuf e la sua famiglia no.
La vita di A’ndù dal quel giorno cominciò a scorrere parallela a quella di Lele, tenendosi per mano si raccontarono il loro passato, A’ndù lavò il suo dolore e arrivò il giorno in cui si confidarono il loro futuro: Lele voleva conoscere la Somalia e aiutare quel popolo abbandonato, A’ndù voleva dipingere i fiori. ”Perché i fiori?” domandò Lele -”Ricordi il giorno che sono arrivato in Italia? Nella pineta dove ci siamo incontrati ho preso un fiore fra le mani e questo mi ha impedito di impazzire, mi sentivo debole e solo, avevo esaurito tutto il coraggio durante il viaggio, ma quel fiore accarezzato sulla spiaggia, così piccolo e bianco, avvolto su se stesso, ho pensato che racchiudesse un segreto e ora voglio dipingere quel segreto. Dove sono nato non ricordo di aver mai visto fiori sulla sabbia, forse sono nato sulla sabbia sbagliata.  
A’ndù  prese a studiare le vegetazioni psammofile , la sua attenzione era catturata dai fiori più piccoli o, all’apparenza, più insignificanti, li accarezzava seguendo il contorno dei petali, sembrava parlasse con loro un linguaggio silenzioso fatto di ”sssch” come fa la sabbia che scivola su se stessa, come le onde calme che raggiungono le sponde, poi li riproduceva sulla tela e nel mezzo delle corolle pallide, faceva esplodere il giallo della loro vita.  

 

 

 

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