Viviana Soldano
La neve e la sabbia
Magica Internet: con un cavo e dei tasti combina testi, moltiplica opinioni, pubblica risorse e soprattutto crea nodi, unisce, costruisce ponti tra la gente, in una ragnatela fitta di legami virtuali. Splendida tecnologia wireless: milioni di persone condividono i saperi e si incontrano, si conoscono, si ritrovano, si cercano e i pensieri umani corrono lungo i cavi invisibili, galleggiano nell’etere…
“Ciao a tutti ragazzi, sono Ukko, sono un Sapmelas, faccio parte della tribù dei Samit, la gente della palude. Vivo oltre il polo, nel Nord più profondo a 40° sotto lo zero.
Vi scrivo sotto un cielo coperto di stelle, qui è notte anche se è giorno e le stelle c’insegnano la strada. A volte le guardo e mi fermo a pensare, cosa c’è al di là di esse, dov’è tutto il resto del mondo, cosa c’è oltre il guscio del cielo, quale magia ci lascia intravedere solo i buchi luminosi degli astri? Ho voglia di conoscere questo resto del mondo, raccontatemi di lui. Non che a me non piaccia la mia terra, qui è tutto bianco, tutto freddo, tutto silenzioso, eppure quest’ovatta mi avvolge, mi consola, mi abbraccia. Il cielo, la neve, l’enorme lastra di ghiaccio che d’estate ridiventa lago, le renne che alleviamo sono gli spiriti della natura che ci proteggono. A volte mi sdraio per terra, sulla coltre morbida e vado su e giù con braccia e gambe ed è bellissimo sentirsi addosso l’aria fredda che ti stira la pelle e ti spalanca i pori.
E guardo in là lo stregone che disegna strane danze con la sua ombra, implora gli spiriti dei morti che gli donano la luce. Egli alza le braccia verso il cielo e sposta il gran sipario blu. Ecco, i bagliori di quel palcoscenico infinito si scorgono, enormi strisce di luce colorano lo sfondo quasi immobili, ma poi, magia, d’incanto seguono i gesti del saggio, che con le mani muove i raggi luminosi, come le corde di un’arpa in una melodia di giallo, dal paglierino, al limone, al luccichio dell’oro e poi un giallo splendente color zafferano, poi ocra e senape e il traslucido dell’ambra. D’improvviso si spegne, in un giallo più scuro che dà la mano a tutti i toni del verde, in tutte le sue sfumature.
A mezzanotte finisce lo spettacolo e gli smeraldi si frantumano in tante macchie che lampeggiano nei punti più impensabili del cielo, non sai mai dove spunteranno come uno spettacolo pirotecnico lungo fino all’alba.
La chiamano aurora boreale ed è un dono che gli dei concedono solo a noi che viviamo qui, in questo pezzo di mondo. Una bella fortuna!
Eppure tante volte mi sono scoperto a sognare i mille granelli morbidi di una spiaggia. E cosa si prova quando vi si cammina sopra? Quale ebbrezza camminare seminudi sulla sabbia: punge o fa solo il solletico? E scotta? Qui il sole arriva solo dopo il primo volo del cigno e non è mai così caldo…”
“Ciao ragazzi sono Danjuma, vi scrivo dal Mali, in Africa occidentale. Faccio parte dell’etnìa bambara e vivo ai confini con il deserto. Da qui l’immensa distesa di sabbia infinita ci lascia vedere l’orizzonte lontano e i tramonti di fuoco e tutto l’universo.
Vorrei rispondere ad Ukko che non ha mai visto la sabbia, io la conosco molto bene, mi rotolavo nelle dune da piccolo e quando c’è vento mi impedisce di vedere: si alza e balla nell’aria, disegna cerchi nel vento e quando si riposa forma montagne. Io non ho mai portato le scarpe e sì, è dolce camminare nella sabbia, si sprofonda dentro e non si lasciano mai le orme. A volte qui fa molto caldo, a dicembre ci sono 30° e un caldo secco, allora me lo sento in bocca sotto i denti, mi sento lo scricchiolio asciutto e fastidioso che mi fa venire tanta sete.
Anche la terra qui è per metà sabbia, spesso è arida e noi dobbiamo fare una gran fatica per portarci l’acqua dal fiume del coccodrillo. L’acqua è la nostra ricchezza, il nostro oro, se non ci fosse lei tutto sarebbe solo sabbia.
Con l’acqua riusciamo a far crescere il riso, il miglio e le cipolle e con essa si impasta il fango.
Le nostre capanne sono fatte di fango, che qui si chiama banko, anche la mia è fatta così, è mescolato a sterco di vacca ed il suo odore è così buono che quando torno a casa potrei riconoscerla tra mille ad occhi chiusi.
Per questo la stagione delle piogge da noi è molto importante e grazie a questo dono del cielo tutta la vita da noi ricomincia.
Dopo le piogge dobbiamo ricomporre le nostre case con il fango nuovo e allora andiamo tutti al fiume e riempiamo le ceste di banko per poi restaurarle. Ma la festa più bella è il restauro della moschea. Qui c’è tutto un rito da osservare.
Appena finite le piogge tutti gli anziani si riuniscono nel togu-na, la casa della parola e qui decidono quando partire per andare a Djennè, la città della moschea. Tutto il villaggio deve mettersi in viaggio all’alba, ma a volte è ancora notte fonda, ma nessuno fa i capricci perché al sonno preferisce questo evento speciale; percorriamo diversi chilometri a piedi e una volta arrivati ognuno ha un compito: le donne e noi bambini più grandi andiamo a raccogliere il fango e gli uomini lo usano per rinforzare i muri delle moschee. I più giovani si arrampicano fino alle torri aggrappandosi alle travi di legno che sporgono dal muro. Dall’alto al basso si forma una lunga catena umana mentre attorno all’edificio, un formicaio di gente fa su e giù tra le zone più a valle ricoperte di fango e i piedi della moschea.
Le donne con i bimbi legati sulla schiena e le calatane colme in bilico sulla testa sono un’esplosione di colori nei loro abiti di bogolan; chiacchierano, ridono, si aiutano e per strada richiamano all’ordine anche i più piccoli che giocano a rotolarsi nella fanghiglia e si fanno la guerra.
A mezzogiorno il sole si insinua nei pinnacoli delle torri, in un gioco di luci e ombre e tutti restiamo ammirati nel guardare il nostro lavoro ormai compiuto. Quei cesti di banko sono ora la casa di dio, un tripudio di forme e di guglie che si alza attraverso il cielo cocente.
Ora fa troppo caldo, non si può lavorare più, ma qui comincia la festa: si mangia, ci si riposa e poi cominciano a vibrare i tamburi e i canti e le nenie e poi uomini e donne ballano i loro ritmi allegri e festosi sotto il baobab.
Alla sera, stanchi e felici, alcuni anche un po’ ubriachi, torniamo tutti a casa soddisfatti, in carovane infinite di gente.
Quando sono nel mio giaciglio di paglia stanco e assonnato guardo il cielo con gli occhi chiusi e mi sembra di scorgere migliaia di palline minuscole e bianche scendere come una pioggia, qualcuna mi finisce in bocca e si scioglie sulla lingua e tutto attorno, sulla paglia, c’è una coperta bianca. È un sogno bellissimo ed io sento quasi freddo anche se non so cos’è…”