Angela Pugliese
Arte e pedagogia: un incontro possibile.
Ricordo quando ero nel comitato tecnico di in un concorso letterario e bisognava scegliere la terna che sarebbe stata sottoposta al voto degli altri giurati. Tra i testi arrivati, avevo letto un romanzo davvero strepitoso ai miei occhi, ma che non arrivò fin nelle mani dei giurati. Questo successe perché per diversi membri del comitato tecnico, non era sufficientemente letterario. Ritenevo che il romanzo fosse ben scritto e rispondesse ai criteri di artisticità. Allora, forse ne veniva penalizzato il contenuto. Era portatore, infatti, di valori positivi, che agli occhi dei più risultano banali, scontati, buonisti. La preoccupazione di molti autori, anche di quelli di letteratura per ragazzi, è quella di avvicinarsi il più possibile al letterario, applicando una censura a certi temi poco adatti ai ragazzi, ma non pensando neppure di sfiorare il pedagogico, perché ritenuto inconciliabile con la qualità estetica dell’opera. Più ci si preoccupa del contenuto in altri termini, più calerebbe la qualità della scrittura.
Se in alcuni casi questo è decisamente vero, sono anche da bandire a mio avviso le generalizzazioni in campo artistico (il regno dell’eccezione, un po’ come la vita) e non bisogna incorrere nel pericolo di applicare ai testi una censura al contrario. Riporto integralmente la prefazione al mio libro Memo che voleva esser felice (Bari, Papageno, 2008), in cui affronto questo argomento:
Per un autore è sempre difficile definire il proprio lavoro il libro della vita, perché si augura che tanti altri personaggi arriveranno a popolare la sua mente. Così è per me, perché la scrittura, bene o mal riuscita, è il mio ossigeno, è l'aria che respiro, il cibo di cui mi nutro, la linfa che mi disseta.
Ammetto, tuttavia, che Memo è diverso rispetto agli altri personaggi. È la prima volta che mi cimento con una voce narrante maschile. Tutte le voci narranti o i personaggi principali dei miei precedenti scritti per adulti e per ragazzi, sono femminili. E tutte hanno una fortissima personalità. Memo è differente. E l'ho amato profondamente anche per questo. Le mie protagoniste spingevano e spingevano dentro di me per essere scritte nel tempo più breve possibile, con determinazione e prepotenza. Memo no. Nei momenti di pausa, di vuoto e stallo della scrittura, Memo stava lì, accanto a me, seduto su una sedia e mi guardava in silenzio, senza dire o fare nulla, con occhi carichi di dolcezza e comprensione. Una dolcezza che non era commiserazione. Sì. Memo è stato il personaggio più generoso verso l'autore. Forse quello che più ha amato il suo creatore ed il più amato a sua volta. Memo non è un eroe. Non è un personaggio dalle grandi imprese o dall'intelligenza brillante. Ha, tuttavia, una sorprendente intelligenza emotiva: la capacità di sentire sulla sua pelle, di cogliere epidermicamente gli umori, i sentimenti, di interpretare le sensazioni del mondo che lo circonda e la saggezza di saper leggere se stesso, di comprendere i suoi bisogni, i suoi stati d'animo e di reagire di fronte alle avversità. Per molto tempo in letteratura si è applicata una censura al contrario. Pedagogia ed arte sembravano essere inconciliabili. I valori positivi dovevano essere taciuti in nome dell'arte che non poteva essere “buona”, doveva essere “bella”. Pur non avendo la presunzione di produrre lavori artistici, queste pagine descrivono un personaggio positivo, modesto, che sa accontentarsi, che sa godere delle piccole cose e della compagnia del prossimo, reattivo a suo modo e che ha, soprattutto, la generosità di chi sa amare davvero, di chi non teme l'amore, di chi accetta il dolore come un dono capace di arricchirci. Un personaggio coraggioso che può e sa donarsi all'altro.
Non aggiungo altro. Vi lascio alla sua voce pacata che mi ha accompagnata per diversi mesi e ringraziandovi tutti per l'attenzione, mentre tenete questo testo tra le mani, queste pagine sotto gli occhi, vi auguro una buona lettura.