Marialuisa Vallino 

Riflessioni di C.G.Jung su “Psicologia analitica e arte poetica”

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“Psicologia analitica e arte poetica” è il testo di una conferenza tenuta da Jung nel 1922 e riprende, per certi versi, alcune delle tematiche espresse in “Tipi psicologici”, l’opera che ha contribuito a divulgare, anche tra i profani, i principali concetti e  termini della psicanalisi. A Jung, infatti si deve la sistematizzazione dei tipi secondo i poli estroversione/ introversione o l’accento sulle funzioni psichiche ormai entrate nel linguaggio comune: Pensiero, sentimento, sensazione, intuizione. Ci occuperemo del breve saggio dedicato all’arte poetica proprio con l’intento di chiarire in che modo e misura la dimensione artistica possa essere affiancata a quella psicologica. Lo scritto di Jung esordisce con la considerazione che “l’esercizio dell’arte è un’attività psicologica (…) e come tale è e deve essere sottoposta ad analisi psicologica”(1). Tuttavia vi sono dei limiti entro i quali questa indagine deve essere condotta: Non si deve mai tentare di andare oltre i processi di formazione artistica, perché l’essenza medesima dell’arte è un problema che solo un accurato esame estetico può tentare di risolvere. Fatte queste premesse Jung passa alla critica dell’atteggiamento riduttivo della psicoanalisi freudiana, alla quale riconosce il limite di considerare l’opera d’arte alla stregua di una nevrosi. Gli antecedenti psicologici dell’artista, del poeta, le sue esperienze intime, i suoi rapporti con le figure genitoriali, difficilmente possono condurre al “senso” della sua opera, che è racchiuso in essa più che nelle “condizioni umane che l’hanno immediatamente preceduta”(2). Il poeta non è un caso clinico, così come la sua opera non è una malattia, bensì una produzione che và oltre la sua personale esperienza. Vi sono casi in cui l’artista “è un tutto unico con il processo creatore”(3) e altri in cui “la forza creatrice si presenta come una potenza estranea” al suo autore”(4). Nel primo caso si assiste alla possibilità di esercitare un controllo cosciente sull’opera, nel secondo caso, è l’opera che s’impone all’autore, portando con sé la propria forma…La distinzione da cui parte Jung, quindi, è tra opere poetiche intenzionali e opere poetiche inconsce, o anche, tra opere simboliche e opere non simboliche, collocando nel primo gruppo i drammi schilleriani, nel secondo lo Zarathustra di Nietzsche. Pur nelle evidenti differenze espressive, ammonisce Jung, la libertà del poeta è spesso solo illusoria, poiché è difficile credere che si possa coscientemente guidare il proprio impulso creativo…Sembra infatti che quest’ultimo si comporti alla stregua di un complesso autonomo, sganciato cioè dalla coscienza, ma capace di alterarne gli equilibri, sottoponendo l’Io al suo servizio…Quanto più la coscienza dell’autore è estranea allo sviluppo della sua opera, tanto più la sua espressività sarà colma di significati simbolici. E qui emerge chiaramente l’importanza che Jung assegna al simbolo sia in ambito psicologico che in ambito artistico: non più segno, mascheramento, bensì ponte verso una riva invisibile, sconosciuta…L’interesse di Jung non è quindi rivolto alla personalità del poeta, ma al processo creativo, di cui egli diviene, in molti casi, un umile servitore. Pur distinguendo i vari artisti in introversi ed estroversi, la differenziazione è funzionale solo ad introdurre il discorso sulla potenza dell’inconscio e sulla sua capacità di creare forme simboliche. Ed è all’opera d’arte simbolica che Jung assegna un certo valore psicologico, riconoscendo in essa l’universo mitologico, archetipico che affiora anche nei sogni. La psicologia analitica entra in gioco ad opera ultimata, quando cioè si possono trarre conclusioni sul suo valore simbolico, ed esaminarla per analogie, comparando le immagini in essa contenute con il vasto repertorio archetipico. “Il processo creatore, per quanto possiamo seguirlo, consiste in un’animazione inconscia dell’archetipo, nel suo sviluppo e nella sua formazione fino alla realizzazione dell’opera perfetta.”(5)E che dire dell’artista? E’ davvero così marginale la sua presenza? E’ solo un uomo alla mercè di un impulso, talvolta afferrabile, altre indomabile? Alla fine del suo saggio Jung scrive:“Il vero vantaggio, per l’artista, è la sua relativa incapacità d’adattamento; essa gli permette di tenersi lontano dalle grandi vie, di seguire la propria aspirazione e di scoprire ciò che manca agli altri, senza che essi lo sappiano.”(6) 

Note: le note si riferiscono, in ordine progressivo, alle pagine da cui sono state tratte le citazioni: 1.pag.19; 2.pag.29, 3.pag.31, 4.pag.36; 5.pag.48, 6.pag.49

Per l’edizione italiana del saggio si fa riferimento a “C.G.Jung, Psicologia e poesia”, Bibl. Boringhieri, Torino, prima edizione.