Viviana Soldano

Il vecchio del lago. 

Urla in lontananza, non è facile distinguere se si tratta di schiamazzi o di lamenti. Sono sicuramente i bambini, Jenny, Paul e Willy sono fuori a giocare, sì, sono sicura, sono loro, ma cosa sarà successo?

“Bimbi, ma perché gridate così?”

“Mamma, mamma, il vecchio del lago… voleva mangiarci, voleva farci del male!” 

Hai visto Nessie? Hanno avuto paura, è bastato sorridergli, ma la mia fila di denti sgangherati gli ha messo paura… ah,ah.

Io non ero così fifone alla loro età. Mio padre mi lasciava al buio, da solo, di notte…

“Abbi coraggio, Neil, abbi coraggio!” e io piangevo in silenzio, perché i bambini coraggiosi non piangevano mai, perché così sarebbero diventati degli uomini forti, valorosi, vincenti!

Mio padre ci credeva davvero, le provava tutte pur di non farmi essere un coniglio, ma io sentivo quella forza potente e malvagia, proveniente da chissà dove, mi giungeva  agli orecchi con suoni mai uditi, mi scorreva nel sangue e affiorava sempre più in superficie, la pelle irta, poi i brividi e le lacrime di sudore che mi imperlavano la fronte, restavo impietrito, senza fiato e quando tutto il mio essere epidermico era sotto il suo dominio penetrava nel profondo, nella psiche… immagini e immaginario, io non sapevo neanche distinguerli.  Miracolosamente le corde vocali ricominciavano a funzionare e la voce mi saliva su forte e potente e spingeva forte, sempre più intensamente verso la bocca; tentavo solo di soffocare le urla perché significava assicurarsi le cinghiate di mio padre e a dolore si aggiungeva dolore.

Lui tentò per anni di “addomesticarmi” e io di rimandare indietro il tremore, sbarravo gli occhi, ma temevo per le mie pupille , nude, nelle tenebre. Ero solo un bambino…

Mi sarebbe bastata una scintilla, un flebile spiraglio, un quadrato di luce… perché quando nasceva il giorno ero diverso, audace e austero, sempre pronto ad affrontare ogni pericolo.

A scuola mi cimentavo nello studio, con passione e slancio, amavo la biologia: l’infinitamente piccolo mi affascinava, le cellule, i microbi, li guardavo dall’alto, li ingrandivo con la lente del microscopio, ma sapevo che mai sarebbero giunti all’incommensurabile grandezza dei miei mostri notturni.

Deve essere successo allora qualcosa, guardo indietro nel tempo, ma la mia mente è sommersa dalla nebbia, quando è cominciato questa avversione verso i miei simili?

Forse quando con gli altri ragazzini della mia età cominciai a fare il gradasso, mi sentivo forte, di giorno, ero il più coraggioso di tutti, li affrontavo nelle sfide, li incolpavo di essere fifoni e nei loro occhi scorgevo chiara la mia paura, dovevo riscattarmi dalle insinuazioni di mio padre e perciò da accusato divenivo accusatore, da vittima, colpevole. Nessuno aveva più tanta voglia di seguirmi nelle mie imprese valorose e la schiera dei miei compagni diveniva sempre più misera… finché rimasi solo, a vantarmi delle mie prodezze.

Imparai a dominare le mie paure, ma mai riuscii ad accettare le critiche altrui: erano come i rimproveri di mio padre troppo taglienti per me. Finii per preferire la solitudine.

Ero solo anche quel giorno, quando venni a cercarti, mia cara… giravano strane voci allora, una coppia di anziani signori ti aveva persino fotografata. Sbirciavo sui giornali quell’ immagine dai contorni sfocati, qualcuno rideva, visionari, erano solo dei visionari quei due turisti… poi cominciarono ad esserne di più. I sostenitori del sì e quelli del no si contrapponevano sulle tesi della tua esistenza, così decisi di venire di persona, sulle rive del lago.

Fu lì che ti vidi per la prima volta. Fu solo un accennato movimento della coda e l’incresparsi delle onde, ma io credetti. Ne ero sicuro, come lo sono ora che tu ci sei, forse stai solo dormendo nelle profondità di questo lago o semplicemente gli uomini ti fanno paura almeno tanta quanta tu ne susciti in loro.

Ho lasciato il mondo alle spalle, i miei simili non mi piacevano più, troppo crudi, animali, come te, creature mostruose, più di te, senza cuore, né comprensione, mi guardavano tutti con curiosità, mi additavano, qualche gomitata, qualche gesto sottecchi a voler sottolineare la mia stupidità, ma io comprendevo tutto.

Inizialmente tentai di giustificarmi, poi lo scudo del silenzio fu l’unico a difendermi dalle parole affilate come spade. Le frasi mi morivano in bocca… e le idee perdevano il loro senso… a poco a poco divenni taciturno, non per scelta, ma per necessità. Al frastuono terrificante delle tenebre avevo risposto con lo splendore del mutismo. E fu allora che cominciai a colloquiare con te, attraverso un tunnel sotterraneo (o sottomarino?) giunsi a te, ti parlai con affetto e tu mi riconoscesti in mezzo a tanti uomini.

Vidi sbucare la tua testa da drago e la tua coda affiorò dalle acque. Ero solo quel giorno, solo con la mia macchina fotografica.

Quella foto non servì a molto per parlare al mondo di te. Di fronte a tanta meraviglia molti preferirono restare sordi e tanti altri cominciarono a tirare fuori quelle voci offensive su di me… fu la fine. Mi ritirai dal mondo e venni a stabilirmi in questa roulotte dove c’è tutto ciò che mi serve per vivere. Non mi sento solo, ti parlo quotidianamente e il nostro dialogo continua cullato dalle acque del lago. Ora che ti fidi di me ti sei lasciata filmare. Ma neanche questa è una prova per quel mondo laggiù.

Ogni tanto qualche curioso viene qui, compra dei ricordini, scruta il lago e sorride dinanzi alla mia credulità… “Hai visto? È il vecchio di Lochness” sussurrano alle mie spalle, ma io sono sordo e muto anche se nella culla bagnata della tua tana mi sorprendo ancora a conversare con te e ad ascoltare i tuoi segreti…


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