Patrizia Palma
La biblioteca
Il ragazzo aveva assunto quella che riteneva essere una posizione comoda, piedi sulla scrivania e libro poggiato in grembo. Fuori pioveva e faceva freddo. Giornata ottima per starsene in casa a poltrire nel calduccio del suo letto. Invece, si era rintanato nella biblioteca della casa di suo nonno, a leggere. I compagni gli avrebbero riso dietro se avessero saputo che alle otto del mattino di un giorno senza scuola lui stava leggendo un libro.
‘Chi se ne frega’ pensò. Leggere gli piaceva e, leggeva ogni volta che poteva. Non era facile, con la scuola di mezzo, dedicarsi alle sue letture preferite, ma durante i giorni ‘morti’ come diceva suo nonno, quando non andava a scuola, ne approfittava.
La biblioteca del nonno. O meglio lo studio del nonno, non molto grande ma ricco di sapere, era una stanza che dava sul cortile interno di un palazzo, vecchio e triste, che si trovava in periferia. Vecchio perché abitato da vecchi, triste perché la vecchiaia genera tristezza. Giorgio la pensava così, come suo nonno indispettito dal passare del tempo.
“Quanti anni hai nonno?” chiedeva.
“Meno di quanto pensi” gli rispondeva.
Forse era vero. Non glielo aveva mai detto, ma rispetto ai vicini, vecchi anche loro, sembrava davvero più giovane. Doveva essere perché aveva insegnato. Suo nonno era stato un professore di scuola superiore. Di storia dell’arte.
La biblioteca del nonno. Quanto tempo ci aveva trascorso da bambino. C’era ancora, per terra, quel vecchio tappeto su cui aveva passato ore intere giocando con i cow-boys di plastica e disegnando paesaggi sui quaderni. Una volta, aveva, persino, annodato tutta la frangia e per scioglierla sua nonna ci aveva impiegato un mese. Quando lo calpestava, sentiva ancora le sue parole: “Giorgio non rovinare il tappeto, non camminare su con le scarpe!”. Ma che razza di tappeto era, se non poteva camminarci sopra? Era fatto a mano, suo nonno lo aveva comprato durante un viaggio in Egitto.
La nonna. Pensava spesso a lei. Una donna piccola e un po’ rotondetta, forte e allegra. Una fata che aveva sempre esaudito i suoi capricci di bambino. Ricordava ancora, quando, dopo aver imparato a leggere la nonna preparava i biscotti al miele con il suo aiuto: lui le dettava la ricetta leggendo, dal libro di cucina, gli ingredienti e la preparazione, lei eseguiva per filo e per segno tutte le operazioni. Poi insieme, seduti davanti al forno, li guardavano crescere e cuocere mentre il profumo si spandeva per tutta la casa. Il libro di ricette della nonna era in biblioteca. Nessuno lo aveva più toccato da quando se n’era andata.
La biblioteca del nonno. Era lì che aveva pianto di nascosto, sfogliando quel libro di ricette. Minestra di passatelli, spuma di prosciutto, riso pilaf ai carciofi e poi biscotti, torte e semifreddi, Alcune pagine era ancora imbrattate di miele, granelli di zucchero e cacao. Gli sembrava di sentire ancora la voce della nonna che, dietro la porta chiusa, diceva: “Esco per andare a messa”. Lui, invece, restava lì a fare i compiti e a studiare con il nonno. Italiano, storia, geografia, matematica, francese e inglese. Già, studiava francese e inglese con il nonno. Frequentava la scuola media.
“Nonno, ma devo imparare anche il francese, non basta l’inglese?”
“No, non basta. L’inglese è la lingua degli affari, della tecnologia, il francese è quella della cultura, dell’arte.”
La biblioteca del nonno. Ogni libro era stato catalogato affinché si potesse ritrovare con estrema facilità e rapidità. Il catalogo, vecchio e consunto, stava sempre lì sulla scrivania. Libri francesi, inglesi e alcuni russi e tedeschi che il nonno aveva comprato durante i suoi viaggi, vecchie prime edizioni.
“Nonno, certi libri sono troppo vecchi, sono da buttare.”
“Vorresti dire che sono come me? Anche io sono da buttare?”
“Nonno!”
“Mettiamola così, voi giovani amate le cose nuove, noi vecchi amiamo le cose vecchie. Un libro vecchio non racconta solo la storia che c’è dentro. Un libro vecchio è un libro vivo, che racconta anche la storia di chi lo ha posseduto. Questo” aveva proseguito, prendendone uno dallo scaffale vicino alla finestra, “era di mio nonno quando frequentava la scuola elementare”.
Giorgio era rimasto stupito nel vedere quel libro con la copertina di cartone un po’ scollata ma ancora intatta. Le pagine erano gialle e un po’ macchiate, tenute insieme da fili di cotone, un metodo di rilegatura antico. Dalla parte scollata, si poteva vedere lo spago a triplo filo che tratteneva le pagine alla copertina. E poi, numeri, parole e nomi appuntati qua e là a matita, un luogo e una data, Milano 6 gennaio 1901.
La biblioteca del nonno. Un luogo dove rifugiarsi, dove era stato libero di sognare avventure attraverso le pagine dei libri e dove l’odore di tabacco della pipa di suo nonno lo trasportava, ogni volta, in una dimensione antica. Una specie di macchina del tempo che lo portava in un passato lontano, mai vissuto.
Giorgio si alzò e guardò fuori dalla finestra. Nel cortile vide due bambini. Forse in quel palazzo non c’erano solo vecchi, forse esistevano altre biblioteche come quella di suo nonno. Quanti anni erano passati? Non molti per lui che da lì a poco avrebbe affrontato la sua prima grande sfida: l’esame di maturità. Si avvicinò allo scaffale, prese il libro del suo bisnonno, lo aprì in punto preciso e lesse una frase appuntata “Come passa presto il tempo! Io vorrei che tutti i miei alunni sapessero comprendere il valore del tempo, perché sono sicuro che, riuscendo ad apprezzarlo, tutti faranno a gara per impiegarlo meglio.”