Maria Cristina Consiglio 

Traduzione e paratesto: il caso di Gomorra. 


Tradizionalmente la traduzione letteraria era un argomento di interesse e di studio nell ’ambito della letteratura comparata; i testi tradotti venivano studiati in una prospettiva source-oriented, vale a dire esclusivamente in relazione al testo originale, testi derivati, sussidiari e, quindi, “inferiori” all’originale di cui venivano considerati una copia più o meno riuscita. La nascita dei Translation Studies come disciplina accademica autonoma, nei primi anni ’80, ha affrancato la traduzione dalla letteratura comparata e, conseguentemente, ha svincolato lo studio dei testi tradotti dal rapporto con l’originale; ciò ha comportato il superamento della prospettiva source-oriented a favore di una prospettiva detta target-oriented che tende a studiare il testo tradotto per sé e non più in relazione all’originale, bensì in relazione al contesto che lo ha prodotto e in cui viene inserito. In tale prospettiva la letteratura viene considerata come un sistema complesso e dinamico in cui tra i vari testi – originali, traduzioni, rifacimenti, parodie e quant’altri – si instaurano una serie di rapporti che possono essere compresi soltanto con uno studio approfondito delle tendenze culturali operanti in un dato sistema (Hermans, 8-11).

È stata la scuola di Tel Aviv, in particolare, a farsi promotrice di questa nuova prospettiva di studio che considera la letteratura tradotta un sistema all’interno di un sistema più complesso (per questo definito polisistema) ove entra in relazione con altri sistemi – sociale, politico, ideologico, letterario, culturale – e ove può occupare posizioni diverse e svolgere varie funzioni, tutte, però, significative esclusivamente all’interno del polisistema ricevente. È la cultura di arrivo ad essere impiegata come forma di “innesco” (initiator), è dalla cultura di arrivo che parte la scelta di che cosa tradurre e quale metodo traduttivo privilegiare e l’atto del tradurre è condizionato dai suoi stessi fini, che vengono determinati dalla prospettiva del sistema ricevente. Ciò significa che i traduttori operano, per così dire, nell’“interesse” della cultura in cui stanno traducendo: i testi da tradurre e il metodo traduttivo privilegiato implicano delle scelte da parte del traduttore e tali scelte sono determinate dalla situazione storico-politica e culturale del sistema di arrivo, visto che i criteri traduttivi prescelti dai traduttori sono dettati dal ruolo che la traduzione avrà o potrà avere all’interno della comunità di arrivo. Le scelte traduttive, insomma, sono determinate da una serie di fattori extratestuali – ideologie, centri di potere, poetiche, tradizioni letterarie – che, in maniera diretta o indiretta, condizionano l’atto del tradurre (Toury, 186-188).

È evidente che il rapporto tra originale e traduzione non è più definito in termini di identità (o fedeltà), ma in termini di alterità: il testo tradotto è indipendente dall’originale, cui pur si ispira e da cui trae origine, e il suo significato deve essere stabilito in base alla funzione e agli effetti e/o influenze sul contesto in cui è inserito. In un certo senso, il testo tradotto assume valore di originale, viene introdotto in un altro sistema linguistico-culturale in sostituzione del testo fonte, cui il nuovo fruitore non ha presumibilmente accesso, e il lettore può leggerlo senza essere consapevole della sua natura di ipertesto (Genette).

Nell’attuale mondo globalizzato la strategia traduttiva privilegiata è quella che Lawrence Venuti definisce domestication: si producono traduzioni scorrevoli, “addomesticate”, la cui lingua suona naturale alle orecchie del nuovo lettore, dove lo stile dell’originale viene uniformato allo standard della lingua di arrivo e in cui i riferimenti culturali vengono spiegati se non sostituiti con altri riferimenti più familiari al nuovo lettore (Venuti, 18); spesso si tratta di vere e proprie manipolazioni che trasformano il senso dell’originale e lo adattano alle esigenze e alle aspettative del nuovo pubblico per cui, comunque, il testo tradotto avrà un suo significato proprio. Alla base di questa strategia editoriale c’è la volontà di assimilare il testo straniero alla produzione originale del sistema di arrivo; tuttavia, la presenza di alcuni elementi paratestuali neutralizza, almeno in parte, la tendenza “addomesticante”: tali elementi indicano inevitabilmente l’origine del testo e indirettamente la sua natura di traduzione. 

Identificato da Gérard Genette in quelle produzioni verbali e non verbali che accompagnano, rinforzano e presentano un testo, il paratesto rappresenta la “soglia” di accesso al testo e, nelle parole di Philippe Lejeune, ne “dirige tutta la lettura” (cit. in Genette, 4). Secondo Genette, il paratesto è sempre portatore di un commento autoriale e/o editoriale più o meno legittimo e costituisce una zona di transizione e di transazione, “luogo privilegiato di una pragmatica e di una strategia, di un’azione sul pubblico, con il compito, più o meno ben compreso e realizzato, di far meglio accogliere il testo e di sviluppare una lettura pertinente agli occhi, si intende, dell’autore e dei suoi alleati” (Genette, 4). Elementi quali il titolo, il nome dell’autore, la copertina, eventuali note, prefazioni, postfazioni, dediche, epigrafi (definiti da Genette peritesto), ma anche recensioni e interviste con l’autore (che Genette chiama epitesto), sono definibili come materiali paratestuali, in quanto, pur rappresentando essi stessi una narrativa a sé stante che funge da introduzione, o da “vestibolo” per dirla con le parole di Borges, alla narrativa elaborata dal testo, veicolano e guidano la nostra interpretazione del testo perché la anticipano e la fissano (Baker, 23).

Nel caso di un testo tradotto, soprattutto quando la strategia traduttiva privilegiata è la domestication, gli elementi paratestuali vengono alterati. La copertina, per esempio, è quasi sempre differente e, a volte, il titolo viene tradotto per sostituzione, l’unica invariante è il nome dell’autore, anche se la sua posizione sulla copertina può risultare in un’enfasi differente. Inoltre, a seconda della prassi editoriale del sistema di arrivo, e del tipo di edizione, materiali paratestuali quali prefazioni, introduzioni, note, recensioni, ecc, vengono eliminati o aggiunti.

Qui si propone una breve analisi degli elementi paratestuali che corredano la traduzione inglese del romanzo Gomorra di Roberto Saviano, perché li si ritiene esemplificativi della prassi traduttivo-editoriale dominante nel mondo angloamericano.

Scritto nel 2006, Gomorra ha ottenuto un successo di pubblico quasi senza precedenti sia in Italia (dove ha venduto ben oltre 2 milioni di copie) sia all’estero (tradotto in 43 paesi), tanto che il suo autore, oggi costretto a vivere sotto scorta per le ripetute minacce ricevute, è stato invitato dalla Svenska Akademien (quella che dal 1901 assegna il Nobel) a tenere un discorso sul tema “la parola libera e la violenza senza legge” (25 novembre 2008).    

Il tuo browser potrebbe non supportare la visualizzazione di questa immagine. La traduzione inglese ad opera di Virginia Jewiss è stata pubblicata nel 2007 da Farrar, Straus and Giroux negli Stati Uniti e da Macmillan nel Regno Unito, che, come Pan Books, la ha ripubblicata in edizione paperback nel 2008. E proprio quest’ultima edizione, quella pubblicata dopo l’uscita del film di Matteo Garrone basato sul romanzo, e alla cui sceneggiatura ha collaborato lo stesso Saviano (film che è stato candidato alla cinquina delle nomination per l’oscar, il che ha notevolmente contribuito alla notorietà del romanzo), è l’oggetto del presente studio.        

L’elemento paratestuale senza dubbio più evidente, e per questo editorialmente più importante, è la copertina. L’edizione italiana presenta un quadro di Andy Warhol a tutta pagina, si tratta di Knives (1981) che rappresenta sei coltelli fucsia su sfondo nero, che indirettamente rimandano alla violenza dei fatti descritti nel libro. Il nome dell’autore, seguito dal titolo e dal sottotitolo (in caratteri bianchi e non troppo grandi) è posto in un Il tuo browser potrebbe non supportare la visualizzazione di questa immagine. riquadro in basso a sinistra; in basso a destra c’è il riferimento alla collana (Strade Blu) e all’editore. L’edizione inglese, invece, presenta, sempre su sfondo nero, un collage di immagini tratte dal film di Garrone e una figura in rosso di un uomo armato di pistola posta direttamente sotto titolo (in rosso) e sottotitolo (in bianco), posti al centro della copertina; il nome dell’autore, anch’esso in rosso, è posto sempre al centro, ma in basso. In alto c’è il riferimento al successo editoriale sia del libro che del film – “the explosive international bestseller. Now a major motion picture” – che sembra giustificare la scelta delle immagini poste in copertina. Sotto il titolo a destra c’è la citazione di una recensione al romanzo apparsa sul Mail on Sunday che richiama la veridicità dei fatti narrati: “Riveting … organized crime as it really is’.         

La quarta di copertina dell’edizione italiana presenta una fotografia di Roberto Saviano; quella inglese, nonostante il ricorso alla fotografia dell’autore sia una prassi particolarmente diffusa nel mondo editoriale angloamericano, presenta una breve prefazione al testo (in bianco), in cui si sottolinea ancora una volta che i fatti narrati sono reali, e tre recensioni (in rosso) – una prima e due dopo la prefazione – che enfatizzano anch’esse la veridicità dei fatti e il ruolo di Saviano come testimone oculare degli orrori narrati in quello che non si esita a definire “a nightmare journey into a world of devastating brutality”. Segue un ulteriore riferimento al film di Garrone e, particolare interessante, l’indicazione generica: la dicitura “non-fiction” posta in basso a sinistra sembra porre fine al dibattito tutto italiano sulla questione del genere cui ascrivere Gomorra, romanzo o inchiesta giornalistica.

Un altro elemento paratestuale di fondamentale importanza è il titolo dell’opera. Secondo Genette il titolo assolve tre funzioni: innanzitutto e soprattutto designa il testo (funzione ineludibile), in secondo luogo ne indica il contenuto globale e infine attira l’attenzione del pubblico (Genette, 76). L’italiano Gomorra, oltre ad essere un titolo cosiddetto tematico perché orientato al contenuto – anche se metaforicamente (la città di Gomorra è nota per la corruzione e il degrado morale dei suoi abitanti) – ha per il lettore italiano un’assonanza fonetica con il termine camorra, il sistema criminale oggetto dell’indagine di Saviano, ripreso nel sottotitolo “viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra”. Il titolo della traduzione è l’equivalente inglese (Gomorrah) che, pur mantenendo la connotazione negativa e attivando il riferimento alla città biblica e al decadimento morale e umano dei suoi abitanti, non può attivare con rimando fonetico il riferimento alla camorra nella mente del lettore britannico, che presumibilmente non conosce tale sistema criminale, e la scelta di tradurre il sottotitolo per sostituzione sembra confermare questa ipotesi: infatti il sottotitolo della traduzione è “Italy’s Other Mafia”, un tentativo di indicare al nuovo lettore sia l’argomento del testo con una forma di similitudine indiretta sia la localizzazione geografica degli eventi narrati. In linea con questa strategia esplicativa e addomesticante (perché sostituisce l’ignoto – la camorra napoletana – con il noto – la mafia siciliana che tanti film hollywoodiani hanno contribuito a far conoscere [sic] al mondo intero), l’edizione inglese presenta una carta geografica dell’Italia con il dettaglio ingrandito della zona di Napoli e Caserta, zona di dominio della camorra, in cui si svolgono gli eventi narrati. L’inserimento della mappa assolve anche la funzione di ancorare la narrazione al territorio; ma gli affari della criminalità organizzata napoletana valicano non solo i confini regionali ma anche quelli nazionali e i boss napoletani hanno affiliati in Spagna e in Scozia, quest’ultima pericolosamente vicina al nuovo lettore. Inoltre, l’ingrandimento della zona di Napoli mostra la locazione di luoghi come Scampia, Secondigliano, Casal di Principe, Mondragone, ecc, tutti tristemente noti in Italia e sconosciuti all’estero, usando una strategia tipica della comunicazione turistica, che, invece, avrebbe messo in evidenza i gioielli artistici e architettonici della zone, il che provoca un effetto straniante perché il lettore è posto di fronte ad una tecnica editoriale a lui nota che però gli mostra l’altra faccia della realtà di una regione che egli credeva di conoscere per altre ragioni.

Altri elementi paratestuali sono il frontespizio e la dedica, elementi presenti sia nel testo originale che nella traduzione. Il frontespizio italiano presenta il nome dell’autore, seguito dal titolo e dal nome dell’editore; quello inglese presenta prima il titolo, seguito dal nome dell’autore, da quello della traduttrice e infine il nome dell’editore; l’elemento interessante è di natura grafica perché, nonostante il frontespizio della traduzione sia in bianco e nero, si intravede una macchia grigia sul lato sinistro che vuol essere una macchia di sangue che, indirettamente, richiama alla brutalità dei fatti narrati. Il testo originale presenta una dedica dell’autore alquanto inusuale per il suo stile altamente colloquiale (“a S., maledizione”); la traduttrice ha optato per una traduzione funzionale ed è riuscita a mantenere il registro (“to S., damn it”).

Una menzione a parte merita l’epigrafe per la sua funzione di preparare il lettore alla sua relazione con il testo (Genette, 146), facendo riferimento al titolo nel tentativo di giustificarlo, commentarlo o chiarirlo (anche se spesso il lettore ne comprende il significato soltanto dopo aver terminato la lettura) (Genette, 153). Saviano ne ha scelte quattro, di natura e registro diversi: la prima è una citazione da Hannah Arendt, presumibilmente da La banalità del male, e sembra spiegare la ragione che ha spinto l’autore a scrivere il testo; la seconda da Niccolò Machiavelli, presumibilmente da Il Principe, sembra far riferimento all’atteggiamento immorale e senza scrupoli dei camorristi descritti nel testo; la terza è tratta da un’intercettazione telefonica e mostra lo sprezzo con cui questi criminali agiscono; la quarta è tratta dal film Scarface e sembra costituire una sorta di motto per i giovani camorristi. È evidente come siano tutte direttamente collegate sia al contenuto del testo sia al suo significato ultimo, la denuncia di uno stato di cose allarmante che coinvolge tutta l’Italia e gran parte dell’Europa. Le quattro epigrafi sono mantenute nella traduzione; per quanto riguarda le prime due non è chiaro se siano state tradotte dalla Jewiss o siano traduzioni “canoniche”, ma entrambe presentano uno shift di stile e registro; la traduzione dell’intercettazione telefonica, invece, mantiene il registro basso dell’originale che presenta un errore sintattico (“la gente sono vermi e devono rimanere vermi”), grazie all’uso del verbo “stay” invece del più corretto “remain” e alla ripetizione del sostantivo “worms” (“people are worms and they have to stay worms”); la quarta è una traduzione letterale (“il mondo è tuo”; “the world is yours”).    

Particolarmente interessante nell’edizione inglese risulta l’inserimento, subito dopo la copertina, di sei pagine di recensioni apparse su vari giornali britannici, statunitensi, francesi, tedeschi, canadesi, australiani e persino italiani (tutte ovviamente riportante in inglese), una prassi, detta blurb, piuttosto consolidata nel mondo editoriale angloamericano. Le recensioni anteposte al testo da un lato testimoniano la popolarità internazionale del romanzo, dall’altro fungono da prefazione allo stesso – l’epitesto diventa peritestoe assolvono tutte le funzioni tipiche dell’istanza prefativa: presentano il testo, favoriscono e guidano la lettura indicando al lettore la “giusta” interpretazione; per dirla con le parole di Novalis, la prefazione fornisce le istruzioni per l’uso del libro (cit. in Genette, 206).  

Una lettura delle recensioni preposte al testo di Gomorrah mostra come l’attenzione del lettore è diretta verso due aspetti fondamentali del testo: la spietata brutalità degli eventi narrati e la loro veridicità. Da un lato, espressioni quali “horrifying book”, “terrifying world”, “burst of horror and madness”, “nightmarish thriller”, “murderous brutality, “gangland hell”, “world of limitless brutality” si ripetono invariabilmente in tutte le recensioni, una forma di valorizzazione del testo – altra funzione caratteristica dell’istanza prefativa (Genette, 195) – che fa appello al morboso interesse del pubblico per i fatti di cronaca nera, una forma di “pubblicità” tipica del mondo contemporaneo. Dall’altro lato, numerosi sono i riferimenti al ruolo di testimone svolto da Saviano durante la sua indagine sul mondo della criminalità organizzata campana, un’attestazione di veridicità – anch’essa funzione dell’istanza prefativa (Genette,203) – che non fa che accrescere il senso di sgomento, preoccupazione e orrore del lettore. Nel tentativo di spiegare ai nuovi lettori il contenuto e, indirettamente, il valore del testo che si accingono a leggere, i recensori operano anch’essi un processo di domestication, associando il mondo criminale campano a riferimenti culturali noti al lettore di lingua inglese, una forma di traduzione culturale che tende ad avvicinare il lettore al testo straniero. Immediato, e in parte scontato, il paragone con la saga di don Vito Corleone e dei protagonisti di Goodfellas (Quei bravi ragazzi), inquietante il riferimento all’universo parallelo dei romanzi di Philip K. Dick, letterari i paralleli con la critica sociale di Pier Paolo Pasolini, con lo stile di Truman Capote o di Dashiell Hammett.    

Da questa breve analisi si evince che il processo di domestication insito nel processo traduttivo si estende anche al processo editoriale, il testo è stato adattato alle consuetudini (Toury parlerebbe di norme) editoriali del mondo anglosassone, un modo per rassicurare il lettore. La volontà di rendere il testo meno estraneo (più familiare direbbe Venuti) è presente anche nelle recensioni riportate che, se da un lato assolvono perfettamente tutte le funzioni della prefazione, valorizzando sia il contenuto sia lo stile del testo, dall’altro avvicinano il lettore al testo straniero facendo ricorso a riferimenti culturali a lui noti. D’altro canto, va rilevato che le recensioni fanno spesso riferimento al luogo reale dove l’azione si svolge, il che, analogamente all’inserimento della cartina geografica e alla traduzione per sostituzione del sottotitolo, “allontana” il lettore dalla realtà dei fatti narrati e lo pone ad una distanza “di sicurezza” dalla brutalità delle azioni criminali.  
 

Riferimenti bibliografici 

Baker M., “Ethics of Renarration”, Cultus, 1(1), 2008, pp. 10-33

Genette G, Soglie. I dintorni del testo, Torino, Einaudi, 1989

Hermans Th. (ed), The Manipulation of Literature: Studies in Literary Translation, London/Sydney, Croom Helm, 1985

Saviano R., Gomorra. Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra, Milano, Mondadori, 2006

Saviano R., Gomorrah. Italy’s Other Mafia, trad. di V. Jewiss, London, Pan Books, 2008

Toury G. “Principi per un’analisi descrittiva della traduzione” (1980), in S. Nergaard (ed), Teorie contemporanee della traduzione, Mialno, Bompiani, 1995, pp. 181-223

Venuti L., The Translator’s Invisibility, London/New York, Routledge, 1995 
 

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